II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – A – (Gv 1,29-34)
29Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me». 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
32Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: «Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo». 34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
“Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!” (Gv 1,29)
Stavo pensando nell’atto che il mio dolce Gesù faceva l’ultima cena coi suoi discepoli, ed il mio amabile Gesù nel mio interno mi ha detto: “Figlia mia, mentre cenavo coi miei discepoli non erano loro soli che avevo d’intorno, ma tutta l’umana famiglia. [Le anime] una per una le avevo a me vicino, le conobbi tutte, le chiamai per nome; chiamai anche te, ti diedi il posto di onore tra me e Giovanni e ti costituii piccola segretaria del mio Volere.
E mentre dividevo l’agnello porgendolo ai miei apostoli, lo davo a tutti ed a ciascuno; quell’agnello svenato, arrostito, fatto in pezzi, parlava di me, era il simbolo della mia vita e di come dovevo ridurmi per amore di tutti, ed io volli darlo a tutti come cibo prelibato che rappresentava la mia passione, perché tutto ciò che feci, dissi e soffrii, il mio amore convertiva in cibo dell’uomo.
Ma sai tu perché chiamai tutti e diedi l’agnello a tutti? Perché anch’io volevo il cibo da loro, ogni cosa che facessero volevo che fosse cibo per me. Volevo il cibo del loro amore, delle opere, delle parole, di tutto.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 13; Ottobre 9, 1921)
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… “Figlia piccola del mio Voler Divino, tu devi sapere che sono diritti assoluti del mio Fiat Divino di tenere il primato su ciascun atto della creatura, e chi gli nega il primato gli toglie i suoi diritti divini, che gli son dovuti di giustizia, perché è Creatore del voler umano.
Chi può dirti, figlia mia, quanto male può fare una creatura quando giunge a sottrarsi dalla Volontà del suo Creatore? Vedi, bastò un atto di sottrazione del primo uomo alla nostra Volontà Divina, che giunse a cambiare la sorte delle umane generazioni, non solo, ma la stessa sorte della nostra Divina Volontà.
Se Adamo non avesse peccato, l’eterno Verbo, ch’è la stessa Volontà del Padre celeste, doveva venire sulla terra glorioso, trionfante e dominatore, accompagnato visibilmente dal suo esercito angelico che tutti dovevano vedere, e collo splendore della sua gloria doveva affascinare tutti e attirare tutti a sé colla sua bellezza, coronato da re e collo scettro del comando per essere re a capo dell’umana famiglia, in modo da dargli[1] il grande onore di poter dire: ‘Teniamo un re Uomo e Dio’; molto più che il tuo Gesù non scendeva dal Cielo per trovare l’uomo malato, perché se non si fosse sottratto dalla mia Volontà Divina non dovevano esistere malattie, né di anima né di corpo, perché fu l’umana volontà che quasi affogò di pene la povera creatura.
Il Fiat era intangibile d’ogni pena, e tale doveva essere l’uomo; quindi io dovevo venire a trovare l’uomo felice, santo e colla pienezza dei beni con cui l’avevo creato. Invece perché volle fare la sua volontà cambiò la nostra sorte, e siccome era decretato che io dovevo scendere sulla terra, e quando la Divinità decreta non c’è chi la sposta, solo cambiai modo ed aspetto, ma vi scesi, ma sotto spoglie umilissime, povero, senza nessun apparato di gloria, sofferente e piangendo, e carico di tutte le miserie e pene dell’uomo.
La volontà umana mi faceva venire a trovare l’uomo infelice, cieco, sordo e muto, pieno di tutte le miserie, ed io per guarirlo [le] dovevo prendere sopra di me, e per non incuter loro spavento dovevo mostrarmi come uno di loro, per affratellarli [con me] e dar loro le medicine e rimedi che ci volevano. Sicché l’umano volere tiene la potenza di rendersi felice o infelice, santo o peccatore, sano o malato…” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 25; Marzo 31, 1929)
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… “Vedi, figlia mia, con che eccesso d’amore amai la creatura: la mia Divinità fu gelosa di affidare alla creatura il compito della redenzione, facendomi soffrire la passione. La creatura era impotente a farmi morire tante volte per quante creature erano e dovevano uscire alla luce del creato, e per quanti peccati mortali avrebbe avuto la disgrazia di commettere.
La Divinità voleva vita per ciascuna vita di creatura, e vita per ciascuna morte che col peccato mortale si dava. Chi poteva essere così potente su di me da darmi tante morti se non la mia Divinità? Chi avrebbe avuto la forza, l’amore, la costanza di vedermi tante volte morire se non la mia Divinità? La creatura si sarebbe stancata e venuta meno.
E non ti credere che questo lavorio della mia Divinità incominciò tardi, ma non appena fu compiuto il mio concepimento, fin nel seno della mia Mamma, che molte volte era a giorno delle mie pene e restava martirizzata e sentiva la morte insieme con me.
Sicché fin dal seno materno la mia Divinità prese l’impegno di carnefice amoroso, ma perché amoroso più esigente ed inflessibile, tanto che neppure una spina fu risparmiata alla mia gemente umanità, né un chiodo, ma non come le spine, i chiodi, i flagelli che soffrii nella passione che mi diedero le creature, che non si moltiplicavano, quanti me ne mettevano tanti ne restavano; invece quelli della mia Divinità si moltiplicavano ad ogni offesa, sicché tante spine per quanti pensieri cattivi, tanti chiodi per quante opere indegne, tanti colpi per quanti piaceri, tante pene per quanta diversità di offese. Perciò erano mari di pene, spine, chiodi e colpi innumerevoli.
Innanzi alla passione che mi diede la Divinità, la passione che mi diedero le creature l’ultimo dei miei giorni non fu altro che ombra, immagine di ciò che mi fece soffrire la mia Divinità nel corso della mia vita. Perciò amo tanto le anime, sono vite che mi costano, sono pene inconcepibile a mente creata; perciò entra dentro la mia Divinità e vedi e tocca con mano ciò che soffrii.”
Io, non so come, mi trovavo dentro l’immensità divina, ed erigeva troni di giustizia per ogni creatura, a cui il dolce Gesù doveva rispondere per ogni atto di creatura, subirne le pene, la morte, pagare il fio di tutto; e Gesù come dolce agnellino restava ucciso dalle mani divine per risorgere e subire altre morti. Oh, Dio! Oh, Dio, che pene strazianti, morire per risorgere, e risorgere per sottoporsi a morte più straziante!
Io mi sentivo morire nel vedere ucciso il mio dolce Gesù; tante volte avrei voluto risparmiare una sola morte a colui che tanto mi ama. Oh, come comprendevo bene che solo la Divinità poteva far soffrire tanto il mio dolce Gesù, e poteva darsi il vanto di avere amato gli uomini fino alla follia e all’eccesso, con pene inaudite e con amore infinito!
Perciò né l’angelo né l’uomo teneva[no] in mano questo potere di poter amarci con tanto eroismo di sacrifizio come un Dio. Ma chi può dire tutto? La mia povera mente nuotava in quel mare immenso di luce, di amore e di pene, e restavo come affogata senza saperne uscire; e se il mio amabile Gesù non mi tirava nel piccolo mare della sua santissima umanità, in cui la mente non restava così inabissata senza poter vedere nessun confine, io non avrei potuto dire un’acca… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 12; Febbraio 4, 1919)
“Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me” (Gv 1,30)
Stavo pensando all’atto in cui il Verbo Eterno scese dal Cielo e restò concepito nel seno dell’Immacolata Regina, ed il mio sempre amabile Gesù da dentro il mio interno ha messo fuori un braccio cingendomi il collo, e nel mio interno mi diceva:
“Figlia diletta mia, se il concepimento della mia Celeste Mamma fu prodigioso, e fu concepita nel mare che uscì dalle Tre Divine Persone, il mio concepimento non fu nel mare che uscì da noi, ma nel gran mare che risiedeva in noi: la nostra stessa Divinità che scendeva nel seno verginale di questa Vergine, e restai concepito.
È vero che si dice che il Verbo restò concepito, ma il mio Celeste Padre e lo Spirito Santo erano inseparabili da me; è vero che io ebbi la parte agente, ma loro la ebbero concorrente. Immaginati due riflettori, di cui uno riflette nell’altro lo stesso soggetto; questi soggetti sono tre: quello di mezzo prende la parte operante, sofferente, supplicante, gli altri due vi stanno insieme, vi concorrono e sono spettatori.
Sicché potrei dire che dei due riflettori, uno era la Trinità Sacrosanta e l’altro la mia cara Mamma: lei nel breve corso della sua vita, col vivere sempre nel mio Volere mi preparò nel suo verginal seno il piccolo terreno divino, dove io Verbo Eterno dovevo vestirmi d’umana carne, perché mai sarei sceso dentro d’un terreno umano; e riflettendo la Trinità in lei restai concepito.
Onde mentre quella stessa Trinità restava in Cielo, io restavo concepito nel seno di questa nobile Regina. Tutte le altre cose, per quanto siano grandi, nobili, sublimi, prodigiose, anche lo stesso concepimento della Vergine Regina, tutte restano dietro; non c’è cosa che possa paragonarsi, né amore né grandezza né potenza, al mio concepimento.
Qui non si tratta di formare una vita, ma di rinchiudere la Vita che dà vita a tutti; non [si tratta] di allargarmi, ma di restringermi per potermi concepire, non per ricevere, ma per dare; chi ha creato tutto, per rinchiudersi in una creata e piccolissima Umanità. Queste sono opere solo d’un Dio, e d’un Dio che ama, che a qualunque costo vuol legare col suo amore la creatura per farsi amare.
Ma questo è un bel nulla ancora; sai tu dove sfolgorò tutto il mio amore, tutta la mia potenza e sapienza? Non appena la potenza divina formò questa piccolissima Umanità, tanto piccola che poteva paragonarsi alla grossezza d’una nocciola, ma con le membra tutte proporzionate e formate, ed il Verbo restò concepito in essa, l’immensità della mia Volontà racchiudendo tutte le creature passate, presenti e future concepì in essa tutte le vite delle creature, e come cresceva la mia, così crescevano loro in me. Sicché mentre apparentemente parevo solo, visto col microscopio della mia Volontà si vedevano in me concepite tutte le creature.
Succedeva di me come quando si veggono acque cristalline, che mentre compariscono chiare, viste col microscopio quanti microbi non si vedono! Il mio concepimento fu tale e tanto, che la gran ruota dell’eternità restò colpita ed estatica nel vedere gli innumerevoli eccessi del mio amore e tutti i prodigi uniti insieme.
Tutta la mole dell’universo restò scossa nel vedere rinchiudersi colui che dà vita a tutto, restringersi, impicciolirsi, rinchiudere tutto, per fare che cosa? Per prendere la vita di tutti e far rinascere tutti.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 15; Dicembre 16, 1922)
“E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”. (Gv 1, 34)
… “La mia stessa Divinità nello scendere dal Cielo in terra si velò della mia Umanità. Oh, se le creature possedessero come vita la mia Volontà, subito mi avrebbero conosciuto, perché essa stessa avrebbe svelato chi io fossi! Il mio Volere in essa[2] e quello stesso Divin Volere in me si sarebbero subito conosciuti, amati; [gli uomini] avrebbero fatto resse a me d’intorno, né si sarebbero potuti separare da me, riconoscendomi sotto la somiglianza delle loro spoglie come Verbo eterno, colui che li amava tanto che si era vestito come uno di loro.
Sicché io non avevo bisogno di manifestarmi, la mia Volontà risiedendo in loro mi avrebbe svelato, né io avrei potuto occultarmi; invece dovetti dir loro chi io fossi, e quanti non mi credettero? Perciò fino a tanto che non regna la mia Volontà nelle creature, tutto è velato; gli stessi sacramenti, che più che nuova creazione con tanto amore lasciai nella mia Chiesa, sono velati per esse. Quante sorprese, quanti segreti belli e cose meravigliose impedisce di comprendere, di vedere, di gustare, una pupilla velata, molto più che questo velo è l’umano volere che lo forma ed impedisce di vedere le cose quali sono in se stesse.
Onde la mia Volontà regnante nelle creature come vita, toglierà questo velo e tutte le cose saranno svelate[3]; ed allora vedranno le carezze che facciamo loro per mezzo delle cose create, i baci, gli amplessi amorosi; in ciascuna cosa creata sentiranno il nostro palpito ardente che li ama, vedranno nei sacramenti scorrere la nostra vita per darsi continuamente a loro, e sentiranno il bisogno di darsi a noi.
Questo sarà il grande prodigio che farà la mia Divina Volontà: rompere tutti i veli, abbondare di grazie inaudite, prendere possesso delle anime come vita propria, in modo che nessuno le potrà resistere e così avrà il suo regno sulla terra”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 33; Novembre 24, 1935)
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[1] darle
[2] creatura
[3] cfr: Is 25, 7

Leos Moskos, Public domain, da Wikimedia Commons