XXI Domenica del Tempo Ordinario – A – (Mt 16,3-20)
13Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». 14Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». 16Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 20Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
“La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?” (Mt 16, 13)
La mia povera esistenza vive sotto il duro torchio della privazione del mio dolce Gesù; le ore mi sembrano secoli senza di lui e sento tutto il peso del mio duro esilio. Oh, Dio, che pena! Vivere senza colui che forma la mia vita, il mio palpito, il mio respiro!
Gesù, che duro strappo è la tua privazione per me! Tutto è inceppo, tutto è stento. Come può reggere la bontà del tuo tenero cuore a vedermi così inceppata per sola causa tua? Come mi lasci così a lungo?
Non ti feriscono più i miei sospiri, non ti commuovono i miei gemiti, le smanie che cercano colui, non per altro, [ma] perché vogliono la vita? È vita che voglio, non altro, e tu me la neghi questa vita?
Gesù, Gesù! Chi mai l’avrebbe pensato che mi avresti lasciato così a lungo? Oh, ritorna, ritorna, che non ne posso più! Onde mentre sfogavo il mio dolore, il mio caro Gesù, la dolce mia vita, si è mosso nel mio interno e mi ha detto:
“Figlia mia, a te sembra che ti ho lasciato, e non sentivi la mia vita in te? La mia Volontà non ti ha lasciata, anzi la sua vita in te stava nella sua pienezza, perché essa non lascia nessuno, neppure i dannati nell’inferno; anzi sta compiendo la sua giustizia inesorabile ed irriconciliabile, perché nell’inferno non c’è riconciliazione, anzi forma il loro tormento.
È giusto che chi non ha voluto riceverla per essere amato, felicitato, glorificato, la riceve per essere tormentato. Perciò la mia Volontà non lascia nessuno, né il cielo né la terra né l’inferno, tiene tutto in sé come nel proprio pugno; nessuno può sfuggire, né l’uomo né il fuoco né l’acqua né il vento né il sole.
Dovunque tiene il suo impero e stende la sua vita, imperando e dominando tutto. Se nulla lascia e tutto investe, poteva mai lasciare la sua figlia primogenita dove sta accentrato il suo amore, la sua vita, il suo regno?
Perché sebbene la mia Volontà Divina si estende ovunque e tiene il suo impero su tutto, però se la creatura l’ama, si fa tutto amore e dà il suo amore; se la vuole come vita forma la sua vita divina in essa; se la vuole far regnare forma il suo regno.
Svolge i suoi atti a seconda delle disposizioni delle creature; tiene la sua virtù rigeneratrice, rigenera la vita divina, la santità, la pace, la riconciliazione e la felicità, rigenera la sua bellezza, la grazia.
Essa sa far tutto, si dà a tutti, si stende ovunque, i suoi atti sono innumerevoli e si moltiplicano all’infinito; ad ogni creatura dà un atto nuovo, a seconda che sono disposte, la sua varietà è inarrivabile.”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 21; Marzo 13, 1927)
“Né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli” (Mt 16,17)
… “Figlia mia, ecco perciò sentiamo nel nostro amore un bisogno estremo che le creature ci conoscano e conoscano le nostre opere: se non ci conoscono restiamo come appartati da loro, mentre viviamo dentro e fuori di loro; e mentre siamo a giorno di ciò che fanno e pensano, amandole in ogni atto loro, non solo non ci amano, ma neppure ci riconoscono.
Che dolore! Se non ci riconoscono l’amore non sorge, e se manca l’amore non abbiamo dove poggiare le nostre opere, né il nostro amore trova un rifugio dove sfogarsi e ricoverarsi; tutto resta come sospeso.
Perciò vogliamo trovare nelle nostre opere il ti amo della creatura, che armandolo della nostra potenza possiamo poggiare le nostre opere più grandi; ed oh, come restiamo contenti nel trovare il piccolo ti amo di essa per appoggio delle nostre opere!
Operare e non trovare dove poggiarle è un dolore per noi, pare che ci manca la vita del nostro amore; il nostro amore operante viene represso, soffogato: poter fare e non fare, e sol perché la creatura ingrata né ci riconosce né ci ama!
E siccome tutte le opere nostre sono dirette a pro di essa, non potendole dare, perché mancando la conoscenza, l’amore, manca lo spazio dove poter mettere le opere nostre, quindi ci legano le braccia e ci mettono nell’inutilità. E poi a che pro operare, se non troviamo chi le vuole ricevere? Anzi tu devi sapere che prima d’operare guardiamo chi le deve conoscere, ricevere ed amare, e poi operiamo.
La mia stessa Umanità non faceva atto se prima non trovasse a chi dovea amare e dare quell’atto; ed ancorché non trovassi chi lo ricevesse per allora, io guardavo i secoli e dirigevo il mio atto a chi l’avrebbe amato, conosciuto e ricevuto, tanto [che], bambino nato, io piangevo, [e] quelle mie lacrime erano dirette a chi dovea compungersi, dolersi dei suoi peccati e lavarsi per riacquistare la vita della grazia; camminavo, [e] i miei passi erano già diretti a coloro che doveano camminare la via del bene, per forza, per guida del loro cammino.
Non ci fu opera che feci, parola che dissi, pena che soffrii, in cui non cercai le opere delle creature per poggio delle mie: la mia parola per poggiarla nelle parole di esse, le mie pene cercavano il poggio nelle loro pene per dare il bene che conteneva ciò che io facevo. Era la mia passione d’amore, che non mi faceva fare altro se non ciò che poteva essere utile per i figli miei.
Ed è questa una delle ragioni più potenti ché voglio che si viva nel mio Volere, perché solo allora tutte le opere mie, la creazione, la redenzione, anche un mio sospiro, troverà dove poggiarsi per farsi opere delle loro opere, pene delle loro pene, passi dei loro passi, vita della lor vita; ed allora tutto ciò che ho fatto e sofferto si cambieranno in gloria e vittoria, da sbandire tutti i nemici e richiamare in mezzo a loro l’ordine, l’armonia, la pace, il celeste sorriso della patria celeste”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 35; Aprile 10, 1938)
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Sono sempre tra le braccia del Voler Divino, il quale mi fa tutto presente per dirmi: “Tutto ho fatto per te, ma voglio che riconosci a quali eccessi è giunto il mio amore”. Ma mentre la mia mente si perdeva, il mio sempre amabile Gesù, che vuole essere sempre il primo narratore del Fiat e delle opere loro, tutto bontà mi ha detto:
“Figlia mia benedetta, il far conoscere che cosa abbiamo fatto per le creature è per noi come il ricambio di tutto ciò che abbiamo fatto, ma a chi possiamo farlo [conoscere]? A chi vive nel nostro Volere, perché esso dà la capacità per farci comprendere, l’udito per farci ascoltare, e trasmuta la volontà umana a volere ciò che le vogliamo dare.
Noi non diamo mai se la creatura non vuole ricevere e non conosce quello che vogliamo dare. Vedi dunque in che dolorose condizioni ci mettono quando non si vive di Volontà nostra: ci rendono il Dio muto, né possiamo far conoscere quanto le amiamo e come dovrebbero amarci; si può dire, restano rotte le comunicazioni tra il Cielo e la terra.
Ora tu devi sapere che tutto fu creato per fare un dono alle creature; ogni cosa creata la facevamo portatrice del dono e dell’amore con cui dotavamo quel dono. Ma sai perché?
La creatura non avea nulla che darci; noi amandola con amore sommo e volendo che avesse che darci, perché se non si ha che dare la corrispondenza finisce, l’amicizia viene spezzata, l’amore muore, fornivamo la creatura di tanti nostri doni come se fossero suoi, perché avesse che darci. Perciò chi vive nel nostro Volere la facciamo la depositaria di tutta la creazione.
Ed oh, la nostra gioia, il nostro contento, quando servendosi dei nostri doni e per amarci ci dice: ‘Vedete quanto vi amo: vi do il sole per amarti e vi amo con quell’amore con cui mi amasti nel sole; vi do gli omaggi, le adorazioni della sua luce, i molteplici suoi effetti per amarvi, il suo atto continuo di luce per spandermi ovunque e mettervi il mio ti amo in tutto ciò che tocca la sua luce’.
Ora sai tu che cosa succede? Vediamo imperlata tutta la luce del sole, tutti i suoi effetti; da dovunque passa la luce, il ti amo, le adorazioni, gli omaggi della creatura; anzi vi è di più, il sole porta come in trionfo l’amore del Creatore e della creatura.
Sicché ci sentiamo uniti nel sole, d’una sola Volontà e d’un solo amore; e se la creatura sentendosi che vuole amarci di più, ardita ci dice: ‘Vedi quanto vi amo, ma non mi basta, voglio amarvi di più, perciò entro nella tua luce inaccessibile, immensa ed eterna, che non finisce mai, e dentro di quella luce voglio amarvi, per amarvi col vostro eterno amore’, tu non puoi comprendere la nostra gioia nel vedere che non solo [la creatura] ci ama nei nostri doni, ma anche in noi stessi; e noi come vinti dal suo amore, la contraccambiamo col raddoppiare il dono e col darci in balia di essa per farci amare, non solo come amiamo nelle opere nostre, ma come amiamo in noi stessi, e per amarla.
E così in tutte le altre cose create, essa se ne serve per farci le sue nuove sorprese d’amore, per ricambiarci i doni, per mantenere la corrispondenza, per dirci che continuamente ci ama; e noi che non sappiamo ricevere se non diamo, raddoppiamo i doni, ma il dono più grande è [che] quando la vediamo portata nelle braccia della nostra Volontà, ci sentiamo talmente tirati che non possiamo farne a meno di parlare del nostro Ente Supremo; dirle una conoscenza di più di quello che siamo è il dono più grande che possiamo fare, che supera tutta la creazione.
Conoscere le opere nostre è dono, far conoscere noi stessi è vita nostra che diamo, è ammetterla ai nostri segreti, è fidarsi il Creatore della creatura. Vivere nel nostro Volere, essere amati, è tutto per noi, molto più che l’amore di noi stessi forma il nostro alimento continuo.
Il mio Padre celeste genera, senza mai cessare, suo Figlio, perché ama; col generarmi forma l’alimento come alimentarci. Io, suo Figlio, amo col suo stesso amore, e procede lo Spirito Santo; con ciò formiamo altro alimento per alimentarci.
Se creammo la creazione fu perché amiamo, e se la sosteniamo col nostro atto creante e conservante è perché amiamo; questo amore ci serve di alimento. Se vogliamo che la creatura ci conosce nelle opere nostre ed in noi stessi, è perché vogliamo essere amati, e di questo amore ce ne serviamo per alimentarci.
Non disprezziamo mai l’amore; purché è amore ci serve, è roba nostra; il nostro amore si sfama coll’essere amato, ed avendo fatto tutto per amore, vogliamo che Cielo e terra, creature tutte, siano per noi tutte amore; e se non è tutto amore, ci entra il dolore che ci dà il delirio, ché amiamo e non siamo amati.
Ora la nostra Volontà è vita nostra, l’amore è alimento. Vedi a che punto alto, nobile, sublime, vogliamo la creatura che forma in essa la vita della nostra Volontà, la quale, tutte le cose, le circostanze, le croci, fin l’aria che [la creatura] respira, le convertirà in amore per alimentarla, in modo da poter dire: ‘La vita del nostro Volere è tua ed è nostra, e ci alimentiamo dello stesso cibo’.
Con ciò vediamo crescere la creatura a nostra immagine e somiglianza, e queste sono le nostre vere gioie nella creazione, poter dire: ‘I nostri figli ci somigliano’. E quale non dovrebbe essere la gioia della creatura [nel] poter dire: ‘Assomiglio al mio Padre celeste’. Perciò voglio che si viva nel mio Volere, perché voglio i figli miei, i figli che mi somigliano.
Se questi figli non mi ritornano nel mio Volere, ci troviamo nella condizione d’un povero padre, che mentre lui è nobile, possiede una scienza da poter dare lezioni a tutti, è ricco e dotato di bontà e di bellezza rara, invece i figli non gli somigliano affatto, sono scesi dalla nobiltà del padre loro: si veggono poveri, cretini, brutti, sporchi da far schifo.
Il povero padre si sente disonorato nei figli, anzi li guarda e quasi non li riconosce; e nel vederli ciechi, zoppi, malati e [che] giungono a neppure riconoscere il proprio padre, questi figli formano il dolore del proprio padre. Tale siamo noi; chi non vive nel nostro Volere ci disonora, e formano il nostro dolore. Come possono somigliarci se la Volontà nostra non è di loro?
La quale [Volontà] alimenta i figli nostri col nostro stesso cibo, il quale non fa altro che, come si alimentano, così si forma in loro la nostra santità, restano abbelliti colla nostra bellezza, acquistano tale conoscenza del Padre loro, perché il nostro Fiat colla sua luce parla loro, dice loro tante cose del loro Padre, fino ad innamorarli tanto che non possono stare senza di lui, e ciò produce la somiglianza.
Figlia, senza della mia Volontà non vi è né chi li alimenta né chi li istruisce, né chi li forma né chi li cresca come figli che ci somigliano. Escono dalla nostra abitazione e non sanno né ciò che facciamo né chi siamo, né come li amiamo né che devono fare per rassomigliarci, quindi la nostra somiglianza è lontana da loro. Come possiamo rassomigliarci se non ci conoscono e non vi è chi parla loro del nostro Essere Divino?” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – Vol. 36; Dicembre 18, 1938)
“Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa” (Mt 16, 18)
Questa mattina il mio adorabile Gesù si faceva vedere unito col Santo Padre e pareva che gli dicesse:
“Le cose fin qui sofferte non sono altro che tutto ciò che io passai dal principio della mia passione fino che fui condannato alla morte; figliuol mio non ti resta altro che portare la croce al Calvario.”
E mentre ciò diceva, pareva che Gesù benedetto prendesse la croce e la metteva sulle spalle del Santo Padre, aiutandolo lui stesso a portarla. Ora mentre ciò faceva ha soggiunto:
“La mia Chiesa pare che stia come moribonda, specie in riguardo delle condizioni sociali, che con ansia aspettano il grido di morte. Ma coraggio figliuol mio; dopo che sarai giunto sul monte, all’innalzarsi che si farà della croce, tutti si scuoteranno, e la Chiesa deporrà l’aspetto di moribonda e riacquisterà il suo pieno vigore.
La sola croce ne è il mezzo. Come la sola croce fu l’unico mezzo per riempire il vuoto che il peccato aveva fatto e per unire l’abisso di distanza infinita che c’era tra Dio e l’uomo, così a questi tempi la sola croce farà innalzare la fronte della mia Chiesa coraggiosa e risplendente, per confondere e mettere in fuga i nemici.”
Detto ciò è scomparso, e dopo poco è ritornato il mio diletto Gesù tutto afflitto, riprendendo il suo dire:
“Figlia mia quanto mi duole la società presente! Sono mie membra e non posso farne a meno di amarli. Succede a me come a quel tale che avesse un braccio, una mano, infetta e piagata; l’odia egli forse? L’aborrisce?
Ah, non già, anzi le prodiga tutte le cure, chi sa quanto spenda per vedersi guarito, e [questo membro infetto] gli è causa di fargli dolorare tutto il corpo, di tenerlo oppresso, afflitto, fino a tanto che non giunge ad ottenere l’intento di vedersi guarito. Tale è la mia condizione: veggo le mie membra infette, piagate, e vi sento dolore e pena, e per questo mi sento più tirato ad amarle.
Oh, come è ben diverso l’amor mio da quello delle creature! Io son costretto d’amarle perché cosa mia, ma loro non mi amano come cosa loro, e se mi amano, mi amano per proprio loro bene.” Dopo ciò è scomparso ed io mi son ritrovata in me stessa. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 4; Settembre 2, 1901)
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Trovandomi nel solito mio stato, stavo pensando al Santo Voler Divino e dicevo tra me: “Tutti i figli della Chiesa sono membra del corpo mistico [di] cui Gesù è il capo; quale sarà il posto che occuperanno le anime che fanno la Volontà di Dio in questo corpo mistico?”
E Gesù sempre benigno nel venire mi ha detto:
“Figlia mia, la Chiesa è il mio corpo mistico di cui io mi glorio d’essere il capo; ma per poter entrare in questo corpo mistico le membra devono crescere a debita statura, altrimenti deformerebbero il mio corpo.
Ma, ahi, quanti non solo non hanno la debita proporzione, ma sono marciosi, piagati, tanto da far schifo al mio capo ed alle altre membra sane! Ora le anime che vivono nel mio Volere, o vivranno, saranno al corpo della mia Chiesa come pelle al corpo; il corpo contiene pelle interna e pelle esterna, e siccome nella pelle c’è la circolazione del sangue che dà vita a tutto il corpo, è in virtù di questa circolazione che le membra a debita statura giungono.
Se non fosse per la pelle e per la circolazione del sangue, il corpo umano sarebbe orrido a vedersi e le membra non crescerebbero a debita proporzione.
Ora vedi come mi sono necessarie queste anime che vivono nel mio Volere; avendo destinato loro come pelle al corpo della mia Chiesa, è come circolazione di vita a tutte le membra, saranno esse che daranno la debita crescenza alle membra non cresciute, che saneranno le membra piagate e che col continuo vivere nel mio Volere restituiranno la freschezza, la bellezza, lo splendore a tutto il corpo mistico, facendolo tutto simile al mio capo che siederà con tutta maestà su tutte queste membra.
Ecco perciò non potrà venire la fine dei giorni, se non ho queste anime che vivono come sperdute nel mio Volere; esse m’interessano più che tutto. Quale figura farà questo corpo mistico nella celeste Gerusalemme senza di esse?
E se questo interessa più che tutto me, deve interessare più che tutto anche te se mi ami; ed io d’ora in poi darò a tutti i tuoi atti fatti nel mio Volere virtù di circolazione di vita a tutto il corpo mistico della Chiesa, come circolazione di sangue al corpo umano, i tuoi atti stesi nell’immensità del mio Volere si stenderanno su tutti e come pelle copriranno queste membra, dando loro la debita crescenza. Perciò sii attenta e fedele.”
Onde dopo stavo pregando tutta abbandonata nel Volere di Gesù, e quasi senza pensarlo ho detto: “Amor mio, tutto nel tuo Volere: le mie piccole pene, le mie preghiere, il mio palpito, il mio respiro, tutto ciò che sono e posso, unito a tutto ciò che sei tu, per dare la debita crescenza alle membra del corpo mistico.”
Gesù, nel sentirmi, di nuovo si è fatto vedere e sorridendo di compiacenza ha soggiunto:
“Come è bello vedere nel tuo cuore le mie verità come fonte di vita, che subito hanno lo sviluppo e l’effetto per cui si sono comunicate! Perciò corrispondi ed io me ne farò un onore, che non appena vedrò sviluppata una verità, un’altra fonte di verità ne farò sorgere.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 13; Gennaio 11, 1922)


