IV DOMENICA DI PASQUA – B (Gv 10,11-18)
11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
“Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore” (Gv 10,11)
Questa mattina trovandomi fuori di me stessa, mi son trovata sopra d’una persona che teneva l’aspetto come se fosse vestita come una pecora, ed io ero portata sopra le sue spalle, ma andava a lento passo; innanzi vi andava una specie di macchina più veloce, ed io nel mio interno ho detto: “Questa va lento, vorrei andare dentro di quella macchina che cammina più veloce.”
Non so il perché, appena pensato mi sono trovata dentro là con quelli; e questi mi hanno detto: “Che hai fatto, come hai lasciato il Pastore? E qual Pastore! che essendo la sua vita nei campi, sono sue tutte le erbe medicinali, nocive e salutari, e stando con lui si può stare sempre di buona salute, e se lo vedi vestito a modo di pecora, è per rendersi simile alle pecore facendole appressare a lui senza nessun timore, e sebbene va a lento passo, però è più sicuro.”
Io nel sentire ciò ho detto nel mio interno: “Una volta che è così, lo vorrei per dirgli qualche cosa della mia malattia.”
Mentre ciò pensavo me lo sono trovato vicino a me, ed io tutta contenta mi sono fatta vicina all’orecchio e gli ho detto: “Pastore buono, se siete tanto peritissimo datemi qualche rimedio ai miei mali, io mi trovo in questo stato di sofferenze.” E volendo dire di più, mi ha troncato la parola in bocca col dirmi: “La vera rassegnazione, non fantastica, non mette a scrutinio le cose, ma adora in silenzio le divine disposizioni.”
E mentre ciò diceva, pareva che si rompesse la pelle di lana e vedevo là il volto di Nostro Signore e la sua testa coronata di spine… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 6; Marzo 16, 1904)
“Do la mia vita per le pecore” (Gv 10, 15)
… “Figlia mia, dobbiamo aver pazienza tutti e due e pensare al lavoro della formazione del Regno della Divina Volontà. Nessuno conosce ciò che stiamo facendo, i sacrifici che ci vogliono, gli atti continuati, le preghiere che occorrono per formare ed ottenere un tanto bene.
Nessuno prende parte ai nostri sacrifici, nessuno ci aiuta a formare questo regno che porterà loro tanto bene, e mentre non ci fanno nessuna attenzione, pensano a godersi la misera vita senza neppure disporsi a ricevere il bene che stiamo preparando.
Oh, se le creature potessero vedere ciò che passa nel segreto dei nostri cuori, come resterebbero sorprese di meraviglia! Ciò successe quando io e la Mamma mia stavamo in terra.
Mentre tra essa e me stavamo preparando il Regno della Redenzione, tutti i rimedi che occorrevano affinché tutti potessero trovare la salvezza – non si risparmiavano né sacrifici né lavori né vita né preghiera – e mentre eravamo intenti a pensare a tutti, a dare la vita per tutti, nessuno pensava a noi, nessuno conosceva ciò che stavamo facendo.
La mia celeste Mamma fu la depositaria del Regno della Redenzione, e perciò prese parte a tutti i sacrifici, a tutti i dolori. Solo San Giuseppe sapeva ciò che stavamo facendo, ma non entrò a parte di tutti i nostri dolori.
Oh, come ci doleva il cuore nel vedere che, mentre Madre e Figlio si consumavano di pene e d’amore per tutti, per formare tutti i rimedi possibili ed immaginabili a tutti per guarirli e metterli in salvo, essi non solo non pensavano a noi, ma ci offendevano, ci disprezzavano, ed altri mi tramavano la vita fin dalla mia nascita!
Ciò sto ripetendo con te, figlia mia, per formare il Regno del Fiat Divino. Il mondo prende da noi ad onta che non ci conosce, e solo il mio ministro assistente conosce ciò che stiamo facendo, ma non prende parte né ai nostri sacrifici né al nostro lavoro.
Siamo soli, perciò pazienza in questo lungo lavoro; quanto più lavoreremo, più godremo i frutti di questo regno celeste”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 21; Aprile 30, 1927)
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… Dopo ciò seguivo gli atti del Fiat Divino, giravo nelle opere della creazione, nell’Eden, nei punti e persone più notabili della storia del mondo, per chiedere a nome di tutti il Regno della Divina Volontà sulla terra. Ed il mio dolce Gesù movendosi nel mio interno mi ha detto:
“Figlia mia, l’uomo col sottrarsi dalla mia Divina Volontà diede la morte ai beni che il mio Fiat Divino avrebbe fatto risorgere in lui se non fosse stato respinto. Come esso uscì, così moriva l’atto continuo della vita divina nell’uomo, moriva la santità che sempre cresce, la luce che sempre sorge, la bellezza che mai si ferma per sempre abbellire, l’amore instancabile che non dice mai basta, che sempre, sempre vuol dare, molto più che respingendo la mia Divina Volontà moriva l’ordine, l’aria, il cibo che doveva nutrirlo continuamente.
Vedi dunque quanti beni divini fece morire in sé stesso, col sottrarsi l’uomo dalla mia Divina Volontà. Ora dove c’è stata la morte del bene, si richiede il sacrifizio della vita per far risorgere il bene distrutto.
Ecco perciò giustamente e sapientemente, quando ho voluto rinnovare il mondo e dare un bene alle creature, ho richiesto il sacrifizio di vita, come chiesi il sacrifizio ad Abramo che mi sacrificasse l’unico suo figlio, come di fatto eseguì, ed impedito da me si arrestò; ed in quel sacrifizio che gli costava ad Abramo più della sua stessa vita, risorgeva la nuova generazione dove doveva scendere il divino liberatore e Redentore, che doveva far risorgere il bene morto nella creatura.
Coll’andar del tempo permisi il sacrifizio ed il gran dolore della morte del suo amato figlio Giuseppe, a Giacobbe, e sebbene non morì, ma per lui fu come se in realtà fosse morto. Era la nuova chiamata, che risorgeva in quel sacrifizio il celeste liberatore, che chiamava a far risorgere il bene perduto.
Oltre di ciò, io stesso col venire sulla terra volli morire, ma col sacrifizio della mia morte chiamavo il risorgimento di tante vite ed il bene che la creatura aveva fatto morire, e volli risorgere per confermare la vita al bene e la risurrezione all’umana famiglia.
Che gran delitto è far morire il bene, tanto che si richiede il sacrifizio di altre vite per farlo risorgere!
Ora con tutta la mia redenzione e col sacrifizio della mia morte, non regnando la mia Divina Volontà, tutto il bene non è risorto nella creatura, essa è repressa e non può svolgere la santità che vuole; il bene soffre d’intermettente, ora sorge, ora muore, ed il mio Fiat resta col dolore continuo di non poter far sorgere tutto il bene che vuole nella creatura.
Ecco perciò che mi restai nella piccola ostia, sacramentato; partii per il cielo, ma vi restai sulla terra, in mezzo alle creature, per nascere, vivere e morire, sebbene misticamente, per far risorgere tutto il bene in esse, che l’uomo respinse col sottrarsi dalla mia Divina Volontà.
Ed al mio sacrifizio chiesi unito il sacrifizio della tua vita, per far risorgere il suo regno in mezzo alle umane generazioni; e da ogni tabernacolo me ne sto come alla vedetta per fare opera compiuta, redenzione e Fiat Voluntas Tua come in cielo così in terra, contentandomi di sacrificarmi e di morire in ogni ostia per far risorgere il sole del mio Fiat Divino, la nuova era ed il suo pieno trionfo.
Io nel partir dalla terra dissi: ‘Vado al cielo e resto sulla terra nel sacramento; mi contenterò d’aspettare secoli, so che mi costerà molto, oltraggi inauditi non mi mancheranno, forse più della mia stessa passione, ma mi armerò di pazienza divina e dalla piccola ostia farò opera compiuta, farò regnare il mio Volere nei cuori e continuerò a starmi in mezzo a loro per godermi i frutti di tanti sacrifizi che ho subìto’.
Perciò insieme con me sii unita al sacrifizio per una causa sì santa e per il giusto trionfo che la mia Volontà regna e domina”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 28; Febbraio 22, 1930)
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Il mio abbandono nel Voler Divino continua, e mentre facevo i miei atti pensavo tra me: “Ma sarà vero che il mio dolce Gesù gradisce la continuità dei miei piccoli atti?” E Gesù facendosi sentire mi ha detto:
“Figlia mia, un amore spezzato non può dare mai d’eroismo, perché col non essere continuo forma tanti vuoti nella creatura, i quali producono debolezza, freddezza e quasi stanno in atto di smorzare la fiammella accesa, e perciò le toglie la fortezza dell’amore, che colla sua luce fa comprendere chi è che ama e col suo calore mantiene accesa la fiamma che produce l’eroismo del vero amore, tanto che si sente felice di dar la vita per colui che ama.
Un amore continuo ha virtù di generare nell’anima della creatura colui che sempre ama, e questa generazione viene formata nel centro del suo amore continuo. Vedi dunque che significa un amore incessante? Formarsi il rogo dove consumare e bruciare sé stessa, per poter formare in quel rogo la vita del tuo amato Gesù.
Si può dire: ‘Nell’amore continuo consumo la mia vita per far vivere colui che incessantemente amo’. Oh, se io non avessi sempre amato la creatura e non l’amassi d’un amore che non dice mai basta, mai sarei sceso dal Cielo in terra per darle la mia vita con tante pene ed eroismo per amor suo!
Fu il mio amore continuo che come dolce catena mi tirò e mi fece fare l’atto eroico di mettere la mia vita per acquistare la sua. Un amore continuo a tutto può giungere, tutto può fare, facilita tutto e sa convertire tutto in amore.
Invece un amore spezzato si può chiamare amore di circostanze, amore interessato, amore vile, che può giungere, se le circostanze cambiano, a disconoscere e forse anche a disprezzare colui che amava.
Molto più che solo gli atti continui formano vita nella creatura, essa come forma il suo atto, sorge nel suo stesso atto la luce, l’amore, la santità, la grazia, a secondo l’atto che fa. Perciò un amore ed un bene interrotto non si può chiamare né vero amore né vera vita né vero bene”.
Poi ha soggiunto con un accento più tenero: “Figlia mia, se vuoi che il tuo Gesù compia in te i suoi amorosi disegni, fa che il tuo amore ed i tuoi atti siano continui nel mio Volere, perché esso quando trova la continuità trova il suo modo d’agire divino e resta compromesso nell’atto perenne della creatura, ed affretta di fare ciò che ha stabilito per essa, trovando in virtù dei suoi atti incessanti lo spazio, i preparativi necessari e la stessa vita dove poter formare i suoi mirabili disegni e compiere le sue opere più belle, molto più [che] ogni atto fatto nella mia Volontà è un rannodamento di più che viene formato tra la Volontà Divina coll’umana, è un passo in più che fa nel mare del Fiat, è un diritto maggiore che l’anima acquista”.
Dopo di ciò seguivo a pregare avanti al tabernacolo d’amore, e nel mio interno dicevo tra me: “Che fai, amor mio, in questa prigione d’amore?” E Gesù tutto bontà mi ha detto: “Figlia mia, vuoi sapere che faccio? Faccio la mia giornata. Tu devi sapere che tutta la mia vita passata quaggiù la racchiudo dentro d’un giorno.
Incomincia la mia giornata col concepire e nascere, i veli degli accidenti sacramentali mi servono di fasce per la mia infantile età; e quando [per] l’ingratitudine umana mi lasciano solo e cercano d’offendermi, faccio il mio esilio, lasciandomi solo la compagnia di qualche anima amante, che come seconda madre non si sa distaccare da me e mi tiene fedele compagnia.
Dall’esilio passo a Nazareth, facendo la mia vita nascosta in compagnia di quei pochi buoni che mi circondano. E seguendo la mia giornata, come le creature si avvicinano a ricevermi, così faccio la mia vita pubblica, ripetendo le mie scene evangeliche, porgendo a ciascuno i miei insegnamenti, gli aiuti, i conforti che gli sono necessari: faccio da Padre, da maestro, da medico, e se occorre anche da giudice.
Quindi passo la mia giornata aspettando tutti e facendo bene a tutti. Ed oh, quante volte mi tocca restare solo, senza un cuore che palpita a me vicino! Sento un deserto intorno a me, e resto solo, solo a pregare; sento la solitudine dei miei giorni che passai nel deserto quaggiù, ed oh, quanto mi è doloroso!
Io che sono per tutti palpito in ogni cuore, geloso sto a guardia di tutti, sentirmi isolato ed abbandonato! Ma la mia giornata non finisce col solo abbandono; non vi è giorno che anime ingrate non mi offendano e mi ricevano sacrilegamente, e mi fanno compire la mia giornata colla mia passione e colla mia morte di croce.
Ahi, è il sacrilegio la morte più spietata che ricevo in questo sacramento d’amore! Sicché in questo tabernacolo faccio la mia giornata col compire tutto ciò che compii nei trentatré anni della mia vita mortale.
E siccome [in] tutto ciò che io feci e faccio, il primo scopo, il primo atto di vita è la Volontà del Padre mio, che si faccia come in Cielo così in terra, così in questa piccola ostia non faccio altro che implorare che una sia la mia Volontà coi figli miei, e chiamo te in questa Divina Volontà nella quale trovi tutta la mia vita in atto, e tu seguendola, ruminandola ed offrendola ti unisci con me nella mia giornata eucaristica, per ottenere che la mia Volontà si conosce e regna sulla terra.
E così anche tu potrai dire: ‘Faccio la mia giornata insieme con Gesù’”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 29; Settembre 12, 1931)
“Io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso.” (Gv 10, 17-18)
Avevo letto nel primo volume dei miei scritti, come Nostro Signore mi aveva detto che voleva che io accettassi d’entrare in battaglia col nemico infernale, nelle dure prove che mi sottoposi (1).
Ond’io pensavo tra me: “Mi sembra che ci sia contraddizione, perché Gesù mi ha detto tante volte che chi vive nella sua Volontà Divina non è soggetta a tentazioni né a turbazioni, né il nemico tiene potere di poterci entrare nel Fiat Divino, perché questo lo brucerebbe più dello stesso fuoco dell’inferno, e per non restare più bruciato fugge dall’anima che vive in esso”.
Ora mentre ciò ed a tant’altre cose pensavo, il mio dolce Gesù movendosi nel mio interno mi ha detto:
“Figlia mia, tu ti sbagli, né ci sono contraddizioni. Tu devi sapere che dovendoti chiamare in modo tutto speciale a vivere nella mia Divina Volontà, per fartela conoscere e per mezzo tuo far conoscere agli altri la santità del vivere in essa, per farla regnare sulla terra, era necessario che accentrassi in te tutta la santità umana per consumarla in te, per dar principio alla vera santità del vivere nel mio Volere Divino.
La santità nell’ordine umano doveva essere lo sgabello, il trono della santità nell’ordine della mia Divina Volontà. Ecco perciò che fin dal principio in cui ti chiamai allo stato di vittima ed a tutto ciò che soffristi in quell’epoca, io te lo dicevo prima per domandarti se tu accettassi, e dopo che tu accettavi allora ti mettevo in quello stato di pena; volevo da te il patire volontario, non forzato, perché era la tua volontà che volevo far morire ed accendere sopra la tua volontà, quasi come spenta fiammella, il gran fuoco del sole del mio Fiat.
Il patire volontario è qualche cosa di grande innanzi alla nostra Maestà Suprema, e perciò sulla morte del tuo volere, affogato di pene, poteva la mia Volontà avere il dominio e disporti a ricevere il bene più grande delle sue conoscenze. Non fu il mio patire tutto volontario – nessuno poteva imporsi su di me – che formò il gran bene della redenzione?
Quindi tutto ciò che tu soffristi allora, non fu altro che completazione dell’ordine della santità nel modo umano. Perciò quasi nulla ti dicevo della santità del vivere nel mio Voler Divino, volevo completare l’una per incominciare l’altra.
E quando vidi che nulla mi negasti di ciò che io volevo, a costo anche della tua vita, e mentre nulla mi negavi, la tua volontà perdeva la via e si trovava in continuo atto di morire, la mia faceva la sua via e riacquistava la sua vita in te.
E come riacquistava la sua vita, così si svelava dicendoti la sua lunga storia, il suo dolore, e come sospira di venire a regnare in mezzo alle creature…”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 26; Maggio 9, 1929)
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(1) che mi sottoposi, cioè: alle quali il Signore mi sottopose
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Sono sempre in via nel Fiat Divino, la mia piccola intelligenza non sta mai ferma, corre, corre sempre per potermi trovare, per quanto mi è possibile, insieme alla corsa degli atti incessanti che fa la Divina Volontà per amore delle creature. Pensare che essa mi ama sempre né cessa mai d’amarmi, ed io non correre nel suo amore per amarla, non lo posso, mi sento che le faccio un torto; anzi mi sento nel labirinto del suo amore, e senza sforzo l’amo e voglio investigare il suo amore per vedere quanto mi ama di più.
E resto sorpresa nel vedere i suoi mari immensi d’amore, ed il mio amore goccioline appena, e quel che è più, attinte dal suo stesso mare. Quindi mi conviene stare nel suo stesso mare e dirle: “Il tuo amore è mio, perciò amiamoci con un solo amore”.
Così mi quieto, ed il Volere Divino è contento; è necessario prendere il suo [amore], essere ardita, altrimenti si resta senza dare nulla, con un amore così piccino che muore sulle labbra. Ma mentre la mia mente spropositava, il mio dolce Gesù, la cara mia vita, facendo la sua breve visitina, che pareva che prendeva gusto ad ascoltarmi, mi ha detto:
“Mia piccola figlia, l’amore, gli atti, i sacrifici spontanei, senza sforzo, che mi fa la creatura, mi sono così graditi, che per più godermeli me li chiudo nel mio cuore; ed è tanto il mio contento, che vado sempre ripetendo: ‘Come son belli, com’è dolce il suo amore! Ahi, trovo in essi il mio modo divino, le mie pene spontanee, il mio amore che sempre amo, senza che nessuno mi obbliga, mi prega’.
Tu devi sapere che una delle caratteristiche più belle, e come sua legittima proprietà e virtù in natura che possiede la mia Divina Volontà, è la spontaneità. Tutto è spontaneo in essa: se ama, se opera, se con un solo atto dà vita e conserva tutto, non mette nessuno sforzo né si fa pregare da nessuno; il suo motto è: ‘Voglio e faccio’, perché lo sforzo dice necessità e noi non abbiamo né di nulla bisogno né di nessuno.
Lo sforzo dice mancanza di potenza, mentre siamo potenti per natura e tutti pendono dalla nostra potenza, ed in un istante possiamo far tutto, ed in un altro istante se vogliamo possiamo tutto atterrare. Lo sforzo dice mancanza d’amore, mentre è tale e tanto il nostro amore, che dà dell’incredibile.
Ecco perciò che tutto creammo senza che nessuno ci pregò o ci disse nulla; e nella stessa redenzione nessuna legge c’era su di me, nessuno poteva obbligarmi a soffrire tanto fino a morire, ma la mia legge fu l’amore e la virtù operativa della mia spontaneità divina, tanto che le pene prima si formavano in me, davo loro la vita, e poi investendo le creature me le ridavano, ed io con quell’amore spontaneo con cui avevo dato loro la vita, così le ricevevo; nessuno avrebbe potuto toccarmi, se io non lo volessi.
Sicché tutto il bello, il buono, il santo, il grande sta nell’operare con modi spontanei, mentre chi opera ed ama sforzato perde il più bello, e si possono chiamare e sono opere ed amore senza vita, e di conseguenza soggette a modo mutabile, mentre la spontaneità produce la fermezza nel bene. Ora, figlia mia, il segno che l’anima vive nella mia Volontà Divina è amare, operare ed anche patire spontaneamente; lo sforzo non esiste.
La mia Volontà che la tiene con sé le comunica la sua spontaneità per averla con sé nel suo amore che corre, nelle sue opere che mai cessano, altrimenti le sarebbe di fastidio tenerla nel suo grembo di luce senza la caratteristica del suo modo spontaneo; anzi la creatura è tutt’occhio a guardare il mio Fiat Divino, che non vuole restare dietro, ma vuol correre insieme per amare col suo amore e per trovarsi nelle sue opere, per contraccambiarle ed a decantarle la sua potenza e magnificenza creatrice.
Quindi corri, corri sempre e fa che l’anima tua senza sforzo si tuffa nel mio Voler Divino, per percorrere insieme le sue vie amorose e piene di stratagemmi per amore delle creature”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 33; Ottobre 21, 1934)
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Sono tra le braccia del mio amabile Gesù, il quale mi circonda tanto del suo Santo Volere che non saprei vivere senza di esso; me lo sento dentro di me, che col suo dolce impero domina su tutto il mio interno e con un amore indicibile si fa vita del mio pensiero, del mio palpito e respiro, e pensa, palpita, respira insieme con me, e pare che mi dice:
“Come son felice che tu senti, conosci che la vita del tuo pensiero, del tuo palpito, di tutta te sono io! Tu senti me in te ed io sento te in me; siamo felici ambedue di fare una sol cosa tutti e due. Questa è la mia Volontà: che la creatura sente, conosce che sto insieme con essa, mi abbasso a tutti gli atti suoi e li faccio insieme con essa per darle la similitudine della mia vita e degli atti miei divini.
Quanto mi duole quando mi mettono da parte e non riconoscono il mio dominio, e che sono io proprio colui che forma la loro vita!” In questo mentre pensavo tra me: “Mi sembra impossibile che possa venire il Regno della Divina Volontà; come può venire se i mali abbondano in modo raccapricciante?” Ed il mio dolce Gesù dispiacendosi mi ha detto:
“Figlia mia benedetta, se tu dubiti di ciò, non credi e riconosci la mia potenza che non ha limiti, e quando voglio tutto posso. Tu devi sapere che nel creare l’uomo fu messa la nostra vita in lui, e lui era la nostra abitazione; ora se non mettiamo in salvo questa nostra vita col suo decoro, col suo dominio, col pieno nostro trionfo, facendoci conoscere che stiamo in questa abitazione e [facendo] che essa si sente onorata d’essere dominata ed abitata da un Dio, se ciò non facciamo significa che la nostra potenza è limitata, non è il suo potere infinito.
Chi non ha potenza di salvare sé stesso, molto meno può salvare gli altri; anzi il vero bene, la potenza che non ha limiti, prima serve e mette in salvo se stesso e poi si riversa negli altri. Ora col venire sulla terra, patire e morire, venni a mettere in salvo l’uomo, cioè la mia abitazione.
Non ti parrebbe strano anche a te, se mentre mettevo in salvo l’abitazione [restavo] il padrone, l’abitatore di essa, senza i suoi diritti, senza dominio e senza potere di mettersi in salvo? Ah, no, no, figlia mia, sarebbe stato assurdo e senza l’ordine della nostra sapienza infinita. La redenzione ed il Regno della mia Volontà sono tutt’uno, inseparabili tra loro.
La mia venuta sulla terra venne a formare la redenzione dell’uomo e nel medesimo tempo venne a formare il Regno della mia Volontà per salvare me stesso, per riprendermi i miei diritti che di giustizia mi son dovuti come Creatore.
E come nella redenzione mi esibii a tante umiliazioni, a pene inaudite, fino a morire crocifisso, mi sottoposi a tutto per mettere in salvo la mia abitazione e restituirle tutta la sontuosità, la bellezza, la magnificenza con cui l’avevo formata, perché di nuovo fosse degna di me, ora quando parve che tutto fosse finito ed i miei nemici soddisfatti che mi avevano tolto la vita, la mia potenza che non ha limiti richiamò a vita la mia Umanità, e col risorgere, tutto risorgeva insieme con me: le creature, le mie pene, i beni per loro acquistati.
E come la [mia] Umanità trionfò sulla morte, così la mia Volontà risorgeva e trionfava nelle creature, aspettando il suo regno. Se la mia Umanità non fosse risorta, se non avesse avuto questa potenza, la redenzione sarebbe fallita e si potrebbe dubitare che non fosse opera d’un Dio; fu la mia risurrezione che mi fece conoscere chi io ero e mise il suggello a tutti i beni che venni a portare sulla terra.
Così la mia Divina Volontà sarà il doppio suggello, la trasmissione nelle creature del suo regno, che possedeva la mia Umanità. Molto più che per le creature formai questo Regno della mia Volontà Divina nella mia Umanità, perché dunque non devo darlo?
Al più sarà questione di tempo, e per noi i tempi sono un punto solo; la nostra potenza farà tali prodigi, abbonderà l’uomo di nuove grazie, nuovo amore, nuova luce, che le nostre abitazioni ci riconosceranno e loro stessi di volontà spontanea ci daranno il dominio, e la nostra vita sarà al sicuro coi suoi pieni diritti nella creatura.
Col tempo vedrai ciò che sa fare e può fare la mia potenza, come sa conquistare tutto ed atterrare i più ostinati ribelli; chi mai può resistere alla mia potenza, che con un sol fiato atterro, distruggo e rifaccio tutto come più mi piace? Perciò tu prega, e sia il tuo continuo grido: ‘Venga il Regno del tuo Fiat e la tua Volontà si faccia come in Cielo così in terra’”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 33; Maggio 31, 1935)

Meister des Mausoleums der Galla Placidia in Ravenna, Public domain, via Wikimedia Commons
Master of the Heisterbach Altar, Public domain, via Wikimedia Commons
William Holman Hunt, Public domain, via Wikimedia Commons