XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – B – (Mc 4,26-34)

26Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; 27dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa.
28Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; 29e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
30Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; 32ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
33Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. 34Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

“Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno»” (Mc 4,26)

… Figlia mia, la terra col gettare il seme dentro di essa germoglia, moltiplica il seme che si è gettato. La mia Volontà si stende più che terra e vi getta il seme del mio Volere nelle anime e fa germogliare e moltiplicare tant’altre mie immagini simili a me; il mio Volere germoglia i miei figli e li moltiplica. Sappi però che gli atti fatti nel mio Volere sono come il sole; che tutti pretendono la luce, il calore ed il bene che contiene il sole, né nessuno può impedire che si godesse dei beni di esso; senza che uno defraudi l’altro tutti ne godono, tutti sono proprietari del sole, ognuno può dire: ‘Il sole è mio’.
Così gli atti fatti nel mio Volere più che sole sono voluti e pretesi da tutti; li aspettano le generazioni passate per ricevere su tutto ciò che hanno fatto la luce smagliante del mio Volere; li aspettano i presenti per sentirsi fecondare ed investire da questa luce; li aspettano i futuri per compimento del bene che faranno. Insomma la mia Volontà sono io, e gli atti fatti nel mio Volere gireranno sempre nella ruota interminabile dell’eternità per costituirsi vita, luce e calore di tutti.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 13; Febbraio 2, 1922)

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Mi sentivo tutta annientata in me stessa; le sue privazioni mi gettano nella più profonda umiliazione; senza di Gesù, l’interno dell’anima mia me lo sento devastato, tutto il bene mi pare che declina e muore. Mio Gesù! Gesù mio, com’è dura la tua privazione!
Oh, come mi sanguina il cuore nel vedere in me tutto morire, perché colui che è vita e che solo può dar vita non è con me. Onde mentre mi trovavo in questo stato, il dolcissimo mio Gesù è uscito da dentro il mio interno e poggiandomi la sua mano sul mio cuore e premendolo forte mi ha detto:
“Figlia mia, perché tanto ti affliggi? Abbandonati in me e lasciami fare, e quando ti pare che tutto declina e muore, il tuo Gesù farà tutto risorgere, ma più bello, più fecondo. Tu devi sapere che l’anima è il mio campo dove io lavoro, semino e raccolgo; ma il mio campo prediletto è l’anima che vive nella mia Volontà.
In questo campo il mio lavoro è dilettevole; non m’infango nel seminare, perché la mia Volontà l’ha convertito in campo di luce; il suo terreno è vergine, puro e celeste, ed io mi diverto molto nel seminare in esso piccole luci, quasi come rugiada che forma il sole della mia Volontà.
Oh, com’è bello vedere questo campo dell’anima tutto coperto di tante stille di luce, che man mano che crescono si formeranno tanti soli! La vista è incantevole, tutto il Cielo è rapito dalla sua vista, e stanno tutti attenti a guardare il celeste agricoltore che con tanta maestria coltiva questo campo, e che possiede un seme sì nobile da convertirlo in sole.
Ora, figlia mia, questo campo è mio e ne faccio ciò che voglio; quando questi soli si son formati io li raccolgo e li porto in Cielo come la più bella conquista della mia Volontà, e ritorno di nuovo al lavoro del mio campo; quindi metto tutto sottosopra e la piccola figlia del mio Volere si sente tutto finire, tutto morire. Ai soli sì sfolgoranti di luce si vede le stille di luce che io vado seminando e crede che tutto perisce. Come t’inganni!
È il nuovo raccolto che si deve preparare, e siccome lo voglio fare più bello del primo, allargarlo di più per poter raddoppiare il mio raccolto, il lavoro a primo aspetto sembra più stentato e l’anima ne soffre di più, ma quelle pene sono come le zappate al terreno, che fanno andare più giù il seme per farlo germogliare più sicuro, più fecondo e bello.
Non vedi tu un campo quando è mietuto, come resta squallido e povero? Ma lascia che si semini di nuovo e lo vedrai più fiorito di prima. Perciò lasciami fare, e tu col vivere nel mio Volere starai insieme con me al lavoro; semineremo insieme le piccole stille di luce, faremo a gara a chi ne semina di più; quindi or ci divertiremo nel seminare, ora nel riposare, ma sempre insieme.
Lo so, lo so qual è il tuo più forte timore: che ancora io ti lasci. No, no, non ti lascio, chi vive nel mio Volere è inseparabile da me.”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 16; Ottobre 20, 1923)

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… “Un’altra immagine dell’operato dell’anima nella mia Volontà è la terra. Le anime che vivono nella mia Volontà sono le piante, i fiori, gli alberi, il seme. Con quanto amore non si apre la terra per ricevere il seme? Ma non si apre, si fende per mettersi sopra, per aiutare al seme a farsi polvere insieme con lei, per poter con più facilità partorire dal suo seno la pianta che contiene quel seme; e come incomincia ad uscire dal suo seno si serra d’intorno, le presta l’umore che tiene, quasi come cibo per farla crescere.
Una madre non può essere così affettuosa come la madre terra, perché al suo neonato non sempre lo tiene nel suo grembo né sempre gli dà il latte; ma la terra, più che madre, non distacca mai dal suo seno la pianta, anzi quanto più cresce di sopra, tanto più si sprofonda di sotto, [e la terra] si squarcia per far posto alle radici per far crescere più bella e più forte la pianta.
È tanto l’amore e la sua gelosia, che la tiene attaccata al suo petto per darle vita ed alimento continuo. Ma le piante, i fiori, ecc., sono il più bello ornamento della terra, la sua felicità, la sua gloria e la sua ricchezza, e forniscono di cibo le umane generazioni.
Più che madre terra è la mia Volontà per l’anima che vive ed opera nella mia Volontà: più che tenera madre me la nascondo nella mia Volontà, l’aiuto a far morire il seme della sua volontà affinché rinasca con la mia, e vi formo la mia pianta prediletta; l’alimento col latte celeste della mia Divinità; è tanta la mia gelosia che la tengo attaccata al mio seno e serrato a lei d’intorno, affinché cresca bella e forte e tutta a mia somiglianza…” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 17; Agosto 9, 1924)

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… “Figlia mia, la redenzione la si deve alla fedeltà della Vergine Regina. Oh, se non avessi trovata questa eccelsa creatura che nulla mi negò né mai si diede indietro a qualunque sacrifizio, la sua fermezza nel chiedere la redenzione senza mai esitare, la sua fedeltà senza mai stancarsi, il suo amore ardente e forte senza mai fermarsi, sempre al suo posto, tutta del suo Creatore senza mai spostarsi per qualunque cosa o incidente potesse vedere, da parte di Dio e da parte delle creature, formò tali vincoli tra il cielo e la terra, acquistò tale ascendenza , tale dominio presso [e] sul suo Creatore, che si rese degna di far scendere il Verbo Divino sulla terra.
Ad una fedeltà non mai interrotta ed alla stessa nostra Volontà Divina che teneva il suo regno nel suo vergine cuore, non ci bastò la forza di rifiutarci. La sua fedeltà fu la dolce catena che mi avvinse e mi rapì dal cielo in terra. Ecco perciò che ciò che non ottennero in tanti secoli le creature, l’ottennero per mezzo della Sovrana Regina.
Ah, sì, fu lei sola la degna che meritò che il Verbo Divino scendesse dal cielo in terra, e che ricevesse il gran bene della redenzione, in modo che se vogliono, tutti possono ricevere il bene d’essere redenti! La fermezza, la fedeltà, l’irremovibilità nel bene e nel chiedere il bene conosciuto, si possono chiamare virtù divine, non umane, e perciò sarebbe negare a noi stessi ciò che la creatura ci chiede.
Ora così nel Regno della Divina Volontà, vogliamo trovare un’anima fedele dove possiamo operare, che colla dolce catena della sua fedeltà ci lega dappertutto e da tutte le parti del nostro Essere Divino, in modo da non poter trovare ragione da non darle ciò che ci chiede; vogliamo trovare la nostra fermezza, poggio necessario per poter chiudere in lei il gran bene che ci chiede. Non sarebbe decoroso, per le nostre opere divine, affidarle ad anime incostanti e non disposte ad affrontare qualunque sacrifizio per noi; il sacrifizio della creatura è la difesa delle nostre opere, ed è come metterle in punto sicuro.
Onde quando abbiamo trovata la creatura fedele, e l’opera esce da noi per prendere posto in essa, tutto è fatto, il seme è già gettato ed a poco a poco germoglia e produce altri semi, che diffondendosi, chi vuole [si] può procurare quel seme per farlo germogliare nell’anima sua. Non fa così l’agricoltore? Se ha il bene d’avere un solo seme, che può essere la sua fortuna, lo semina nel suo terreno; quel seme germogliando può produrre dieci, venti, trenta semi; e l’agricoltore non più semina un solo, ma tutti quelli che ha raccolto, e tanto torna a seminarli da poter riempire tutto il suo terreno, e giunge [a tanto] da poter dare agli altri il seme della sua fortuna.
Molto più posso far io, agricoltore celeste, perché trovo [in] una creatura preparato il terreno dell’anima sua dove posso gettare il seme delle mie opere; quel seme germoglierà ed a poco a poco farà la sua via, si farà conoscere, amare e desiderare, da pochi e poi da molti, che sia seminato nel fondo delle anime loro il seme celeste della mia Divina Volontà.
Perciò figlia mia, sii attenta e fedele, fa che questo seme celeste posso seminarlo nell’anima tua e non trovo nessun intoppo per farlo germogliare. Se c’è il seme, c’è la speranza certa che germogliando può produrre altri semi; ma se il seme non esiste, tutte le speranze cessano ed è inutile sperare il Regno della mia Divina Volontà, come sarebbe stato inutile sperare la redenzione se la celeste Regina non mi avesse concepito come frutto delle sue viscere materne, frutto della sua fedeltà, della sua fermezza e sacrifizio. Quindi lasciami fare e siimi fedele, ed io ci penserò a tutto il resto”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 28; Ottobre 7, 1930)

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Sono sotto le onde eterne del Volere Divino, il quale vuole darsi sempre alla creatura, ma vuole che anch’essa lo deve volere, non vuol essere un intruso che si fa trovare dentro senza che [la creatura] lo sappia affatto; vuol essere cercato, vuole darle il suo bacio d’amore, e poi da trionfatore carico di doni entra in essa e la riempie dei suoi doni.
Ma mentre ciò pensavo, il mio dolce Gesù, che sente il bisogno di affidare i suoi segreti alla sua creatura, mi ha detto: “Figlia mia benedetta, il mio Volere vuol dare, ma vuol trovare la disposizione della creatura per deporre i suoi doni.
La disposizione è come la terra in mano all’agricoltore: per quanti semi avesse, e non tenesse una terra dove gettare i suoi semi, mai potrebbe seminare; e se la terra avesse ragione e non sarebbe disposta a ricevere i suoi semi, il povero agricoltore si sentirebbe gettare in faccia negli occhi i semi di cui vorrebbe arricchirla.
Tale è la mia Volontà: vuol dare, ma se non trova l’anima disposta non troverebbe il posto dove mettere i suoi doni, se li sentirebbe gettare in faccia con sommo suo dolore, e se le vuole parlare la troverebbe senza udito per farsi ascoltare.
Perciò la disposizione prepara l’anima, apre le porte divine, dà l’udito, si mette in comunicazione; se la sentono prima [su] ciò che il mio Volere vuol dare, in modo che [l’anima] ama, sospira ciò che deve ricevere; se non è disposta niente diamo, perché non vogliamo esporre i nostri doni alla inutilità.
Invece la disposizione serve come la terra all’agricoltore, che si arrende a ciò che lui vuol fare, si fa lavorare, zappare, formare i solchi per mettere al sicuro il seme di cui vuole riempirla.
Così il nostro Ente Supremo: se troviamo la disposizione facciamo i nostri lavori, la prepariamo, la purifichiamo colle nostre mani creatrici, prepariamo il posto dove mettere i nostri doni e formare le nostre opere più belle.
Invece se [l’anima] non è disposta, con tutta la nostra potenza nulla possiamo fare, perché il suo interno è ingombrato da pietre, da spine, da vile passione, e siccome non è disposta non si presta a farcele togliere.
Quante santità vanno in fumo per mancanza di disposizione! molto più che se non è disposta non si adatta a vivere nel nostro Voler Divino, anzi pare che non è per essa: la sua santità l’atterra, la sua purezza le fa vergogna, la sua luce l’acceca. Invece se è disposta si slancia nelle sue braccia e si fa fare ciò che le vogliamo fare, anzi se ne sta come una piccola piccina, ricevendo i nostri lavori con tale amore da sentirci rapire.
Ed il nostro Volere che fa? Fa scorrere il suo moto divino. Con questo moto divino [l’anima] trova in atto tutte le opere nostre, se le bacia, le abbraccia, le investe col suo piccolo amore; trova il mio concepimento, la mia nascita in atto, e col suo amore vuole concepire e rinascere con me, ed io non solo la faccio fare, ma sento tale contento, che mi sento ricambiato che nacqui sulla terra, perché trovo chi rinasce insieme con me.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 36; Novembre 26, 1938)

“Annunciava loro la Parola, come potevano intendere” (Mc 4,33)

… Onde dopo di ciò seguivo tutti gli atti che aveva fatto Gesù nella redenzione, ed il mio dolce Gesù ha soggiunto:
“Figlia mia, il mio linguaggio fu ben differente nella redenzione di quello che ho tenuto per il Regno della mia Divina Volontà, perché nella redenzione il mio linguaggio doveva adattarsi a persone incapaci, deboli, malati, sordi, muti e ciechi, e molti sull’orlo della tomba, quindi per parlare me ne servii di parabole e similitudini del basso mondo, che loro stessi potevano toccare con mano.
Perciò or parlavo loro da medico e porgevo loro le medicine per guarirli, or da Padre che aspettavo il loro ritorno ancorché fossero figli discoli, or da Pastore che andavo in cerca della pecorella smarrita, or da giudice che non potendo attirarli per via d’amore, cercavo d’attirarli almeno colle minacce e col timore, e tant’altre similitudini.
Questo mio linguaggio dice che coloro a cui io parlavo non mi conoscevano, non mi amavano, molto meno facevano la mia Volontà, anzi erano lontano da me, e che io con le mie parabole facevo le ricerche e stendevo la rete per pescarli e dare a ciascuno il rimedio per guarirli; ma quanti me ne sfuggivano!
io aumentavo le ricerche e gli insegnamenti per dar luce a tanti ciechi, affinché uscissero dalla loro ostinata cecità. Ora vedi com’è differente il linguaggio che ho tenuto nel manifestare le verità sulla mia Divina Volontà, che devono servire per i figli del regno di essa.
Il mio linguaggio sul Fiat è stato come un padre in mezzo ai suoi cari e amanti figli, tutti sani, e che possedendo ciascuno la mia stessa vita in loro, in virtù del mio Volere saranno capaci d’intendere le mie lezioni più alte, e perciò sono passato più oltre, mettendo loro avanti le belle similitudini del sole, delle sfere, del cielo, dello stesso modo d’operare divino che si estende fino all’infinito, perché tenendo in loro il mio Fiat Divino, terranno in loro colui che ha creato il cielo, le sfere, il sole; darà loro virtù di far copiare in essi tutto ciò che ha creato ed i suoi stessi modi che tiene nel suo operare divino; questi saranno i copiatori del loro Creatore.
Ed io, perciò sono stato così lungo nel manifestare le verità sul mio Fiat, ciò che non feci nella redenzione, perché erano parabole che contenevano modi umani e finiti, quindi non tenevo tanta materia di potermi dilungare tanto; invece le similitudini che riguardano la mia Volontà sono di modi divini, e quindi c’è tanta materia da dire, che si rendono inesauribili.
Chi può misurare la vastità della luce del sole e l’intensità del suo calore? Nessuno! Chi mai può dare un termine al cielo ed alle molteplici mie opere divine? Oh, se tu sapessi quanta sapienza, amore, grazia, luce, ho messo nel manifestare le mie verità sul mio Fiat Divino, tu resteresti affogata di gioia, da non poter più vivere, ed ameresti che il lavoro del tuo Gesù fosse conosciuto, per fare che un lavoro sì esuberante, che costa prezzo incalcolabile, abbia la sua gloria e comunica i suoi benefici effetti alle altre creature”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 24; Agosto 30, 1928)