III DOMENICA DI AVVENTO – C – (Lc 3,10-18) – GAUDETE

10Le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?». 11Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto».
12Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». 13Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».
14Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
15Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, 16Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.
17Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». 18Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

“Le folle lo interrogavano: «Che cosa dobbiamo fare?».” (Lc 3,10)

… Avendo passato una giornata di molte visite, mi sentivo stanca, e nel mio interno mi lamentavo con Nostro Signore dicendo: “Allontanate da me le creature, mi sento molto oppressa, io non so che cosa trovano e vogliono da me; abbiate pietà della violenza che faccio continuamente di trattenermi con te nel mio interno e con le creature nell’esterno!”
In questo mentre è venuta la Regina Mamma, e mi ha detto alzando la sua destra, additando nel mio interno in cui pareva che stava l’amabile Gesù: “Figlia diletta mia, non ti opprimere, le creature corrono dove c’è il tesoro.
Siccome in te c’è il tesoro dei patimenti dove c’è racchiuso il dolce mio Figlio, perciò vengono a te. Tu però mentre tratti con loro non ti distrarre dal tuo tesoro, facendo amare a ciascuno il tesoro che in te contieni qual è la croce ed il mio Figlio; così li rimanderai tutti arricchiti.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 8; Marzo 9, 1908

“Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto” (Lc 3,11)

… “Figlia mia, la tua vita deve essere in mezzo a noi nella casa di Nazareth. Se lavori, se preghi, se prendi cibo, se cammini, devi avere una mano a me, l’altra alla Mamma nostra, e lo sguardo a san Giuseppe, per vedere se i tuoi atti corrispondono ai nostri, in modo da poter dire: ‘Faccio prima il mio modello sopra a ciò che fa Gesù, la Mamma celeste e San Giuseppe, e poi lo seguo’.
A seconda il modello che hai fatto, io voglio essere ripetuto da te nella mia vita nascosta; voglio trovare in te le opere della Mamma mia, quelle del mio caro san Giuseppe, e le mie stesse opere.”
Io restavo confusa e gli dicevo: “Mio amato Gesù, io non so fare.” E lui:
“Figlia mia, coraggio, non ti abbattere; se non sai fare domandami che io ti insegni, ed io subito t’insegnerò; ti dirò il modo come facevamo, le mie intenzioni, l’amore continuo di tutti e tre, che io come mare e loro come fiumicelli eravamo sempre gonfi, in modo che uno straripava nell’altro, tanto che poco tempo tenevamo di parlarci, tanto eravamo assorbiti nell’amore.
Vedi quanto stai dietro? Molto hai da fare per raggiungerci; ti conviene molto silenzio ed attenzione, ed io non ti voglio dietro, ma in mezzo a noi.”
Onde, quando non sapevo fare, domandavo a Gesù, e lui m’insegnava nel mio interno. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – QUADERNO DI “MEMORIE DELL’INFANZIA”)

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… “Io voglio da te perfetta conformità alla mia Volontà, in modo che la tua volontà venga a disfarsi totalmente nella mia.”
E di più, quante volte notava in me il benché minimo attacco a cose indifferenti, dolcemente mi pressava a distaccarmi dicendomi: “Figlia mia, bramo da te un distacco assoluto da ogni cosa che non sia mia; ossia tutto ciò che sa di terra, voglio che sia tenuto da te come sterco e marciume, che ti sia orrido anche a guardarlo, perché le terrene cose, fin quando che non sono di assoluta necessità, solo a tenerle d’intorno e guardarle con compiacenza ne agghiacciano il cuore, e adombrando le cose celesti impediscono che abbia luogo quel mistico sposalizio che da un pezzo ho promesso di voler fare con te.
Sappi che io nulla apprezzai delle cose di quaggiù, tranne quelle puramente necessarie; perciò mi assoggettai alla nuda povertà, che pure voglio far seguire da te, disprezzando tutto ciò che non ti sia necessario…
In questo letticciuolo, con l’imitarmi nella povertà, devi considerarti più che una vera poverella, e così solo potrai dirti effettivamente povera; mai entri in te la brama di acquistare, perché voglio che in te ci sia la vera povertà affettiva, con cui nulla brami, nulla prenda se non ti fosse puramente necessario, e di questo, ancora, ringrazia prima me e poi i tuoi largitori.
Voglio perciò che d’ora innanzi te ne stia a quello che ti viene dato, senza altro domandare, perché potrebbe esserti d’impiccio alla mente, desiderando quella cosa che non ti venisse data; ma con santa indifferenza rimettiti alla volontà altrui, senza pensare se ti venisse bene o male.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 1; cap. 28)

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Continuando il mio solito stato, stavo pregando Nostro Signore che si benignasse di mettere la pace negli animi che stanno tutti in discordia; i poveri vogliono aggredire i ricchi, c’è un fremito, un’avidità di sangue umano, pare che loro stessi non sanno più contenersi.
Se il Signore non mette la sua mano siamo già in punto ai castighi che tante volte ha manifestato. Onde quando appena è venuto e mi ha detto: “Figlia mia, giusta giustizia mia!
I ricchi sono stati i primi a dare cattivo esempio ai poveri, i primi che si sono allontanati dalla religione, dall’adempiere i loro doveri, fino a vergognarsi d’entrare in chiesa, di ascoltare la messa, di farsi il precetto. I poveri si sono nutriti della loro bava velenosa, ed essendosi nutriti ben bene del veleno del loro cattivo esempio, con lo stesso veleno da loro dato, non potendolo più contenere, cercano di aggredirli ed anche d’ucciderli.
Non c’è ordine senza sudditanza; i ricchi si sono sottratti da Dio, i popoli si ribellano a Dio, ai ricchi ed a tutti. La bilancia della mia giustizia è piena e non posso più contenerla…” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 8; Maggio 12, 1908)

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Questa mattina, stando nel mio solito stato, in un momento mi son trovata in me stessa, ma però senza potermi muovere, quando ho inteso che qualcuno entrava nella mia stanzetta, e dopo ha chiuso di nuovo la porta ed ho sentito che si avvicinava al mio letto.
Nella mia mente, pensavo che qualcuno fosse entrato furtivamente, senza che nessuno della famiglia lo avesse visto, e fosse penetrato fin dentro la mia stanzetta. Chi sa che cosa mi potrà fare? Era tanto il timore che mi son sentita gelare il sangue nelle vene, e tremavo tutta.
“Oh Dio, che fare? – dicevo tra me – la famiglia non l’ha visto, io mi sento tutta intorpidita e non posso difendermi, né posso chiamare aiuto. Gesù, Maria, Mamma mia, aiutatemi! San Giuseppe, difendetemi da questo pericolo!”
Quando ho inteso che saliva sopra del letto e si è rannicchiato vicino a me, è stato tanto il timore che ho aperto gli occhi e gli ho detto: “Dimmi, chi sei tu?” Costui ha risposto:
“Io sono il povero dei poveri, non ho dove stare, son venuto da te, se mi vuoi tenere con te nella tua stanzetta; vedi, sono tanto povero che non ho neppure le vesti, ma tu ci penserai a tutto.”
Io lo guardai bene; era un ragazzo di cinque o sei anni, senza vesti, senza scarpe, sommamente bello e grazioso. Subito gli risposi: “Per me, volentieri ti avrei tenuto, ma che dirà il mio papà? Non è che sono persona libera, che posso fare quel che voglio; ho i miei genitori che lo impediscono.
A vestirti, sì, lo posso fare con le mie povere fatiche; farò qualunque sacrifizio, ma a tenerti è impossibile. E poi, non tieni padre, non tieni madre, che non hai dove stare?” Ma il ragazzo amaramente rispose:
“Non ho nessuno. Deh, non farmi più girare, fammi stare con te!”
Io stessa non sapevo che fare, come tenerlo. Un pensiero mi balenò: chi sa che non è Gesù? Oppure sarà qualche demonio, per disturbarmi? Così di nuovo gli dissi: “Ma dimmi la verità, almeno, chi sei tu?.” E lui ripetette:
“Io sono il povero dei poveri.” … (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 2; Aprile 21, 1899)

“Viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali” (Lc 3,16)

Dopo di ciò seguivo il mio amato Gesù negli atti che fece nella redenzione. Cercavo di seguirlo parola per parola, opera per opera, passo per passo; non vorrei nulla che mi sfuggisse, per premurarlo e chiedergli a nome di tutti gli atti suoi, lacrime, preghiere e pene sue, il Regno della sua Volontà Divina in mezzo alle creature. Ed il mio adorato Gesù mi ha detto:
“Figlia mia, quando io stavo sulla terra, la mia Volontà Divina che per natura regnava in me, e quella stessa Volontà Divina, che esisteva e regnava in tutte le cose create, ad ogni incontro si baciavano insieme e sospirando il loro incontro facevano festa, e le cose create facevano a gara per incontrarsi con me e darmi gli omaggi che mi convenivano.
La terra, come sentiva i miei passi, per darmi omaggio rinverdiva e fioriva sotto i miei piedi, voleva uscire dal suo seno tutte le bellezze che possedeva, l’incanto delle fioriture più belle al mio passaggio, tanto che io molte volte dovevo comandarle che non mi facesse queste dimostrazioni, ed essa per darmi omaggio obbediva, come per farmi onore fioriva.
Il sole cercava sempre d’incontrarsi con me per darmi gli omaggi della sua luce, sprigionando tutte le varietà delle bellezze dei colori dal suo seno solare innanzi alla mia vista, per darmi gli onori che meritavo.
Tutto e tutti cercavano d’incontrarmi per farmi la loro festa: il vento, l’acqua, fino l’uccellino per farmi gli onori dei suoi trilli, gorgheggi e canti; tutte le cose create mi riconoscevano e si mette-va[no] a gara a chi più potesse onorarmi e farmi festa.
Chi possiede la mia Divina Volontà tiene la vista di conoscere ciò che appartiene alla mia stessa Volontà. Solo l’uomo non mi conobbe, perché non possedeva la vista e l’odorato fino di essa; dovetti dirglielo per farmi conoscere, e molti con tutto il mio dire neppure mi credettero, perché chi non possiede il mio Volere Divino è cieco e sordo e senza odorato per conoscere ciò che ad esso appartiene.
Il non possederlo è l’infelicità più grande della creatura, è il povero cretino, cieco, sordo e muto, che non possedendo la luce del mio Fiat Divino, se ne serve delle stesse cose create di prendere gli escrementi che esse gettano, e lascia dentro di esse il vero bene che contengono. Che dolore vedere le creature senza la nobiltà della vita della mia Volontà Divina!” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 23; Ottobre 6, 1927)