Giovedì della V settimana del Tempo Ordinario (Mc 7,24-30)

24Partito di là, andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. 25Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi.
26Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. 27Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini».
28Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». 29Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia».
30Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

“… Ella lo supplicava…” (Mc 7,26)

Dopo aver fatto il mio solito giro nel Supremo Volere, pregavo il buon Gesù a nome della sua creazione e redenzione, a nome di tutti, dal primo all’ultimo uomo, a nome della Sovrana Regina e di tutto ciò che ella fece e soffrì, che il Fiat Supremo sia conosciuto, affinché si stabilisca il suo regno col suo pieno trionfo e dominio.
Ma mentre ciò facevo, pensavo tra me: “Se vuole Gesù stesso, ed ama tanto che il suo regno fosse stabilito in mezzo alle creature, perché vuole che con tanta insistenza si preghi? Se vuole, lo può dare senza tanti atti continui”.
Ed il mio dolce Gesù, muovendosi nel mio interno, mi ha detto:
“Figlia mia, il mio Essere Supremo possiede il perfetto equilibrio, e nel dare alle creature le mie grazie, i miei doni, [e] molto più poi questo Regno del Fiat Supremo, che è il dono più grande che io già avevo dato nel principio della creazione e che l’uomo con tanta ingratitudine mi respinse.
Ti pare poco mettere a disposizione sua una Volontà Divina con tutti i beni che essa contiene? E non per un’ora, per un giorno, ma per tutta la vita? Il Creatore che depone nella creatura la sua Volontà adorabile per poter mettere in comune la sua somiglianza, la sua bellezza, i suoi mari infiniti di ricchezze, di gioie, di felicità senza fine?
E solo col possedere la nostra Volontà la creatura poteva acquistare i diritti di comunanza, di somiglianza e di tutti i beni del suo Creatore. Senza di essa non ci può essere comunanza con noi, e se qualche cosa [le creature] prendono, sono appena le piccole nostre sfioriture e le briciole dei nostri interminabili beni.
Ora un dono sì grande, una felicità così immensa, un diritto di somiglianza divina, con l’acquisto della nobiltà della nostra figliolanza respintaci, credi tu che sia una cosa facile che la Sovranità Divina, senz’essere pregata, senza che nessuno si desse pensiero di ricevere questo Regno del Fiat Supremo, lo donasse alle creature? Sarebbe ripetere la storia che successe nell’Eden terrestre e forse anche peggio. E poi la nostra giustizia si opporrebbe giustamente.
Perciò tutto ciò che ti faccio fare, le continue girate nel Voler Supremo, le tue preghiere incessanti che venga a regnare la mia Volontà, la tua vita sacrificata di sì lunghi anni, che non sai né cielo né terra, dirette al solo fine che venga il regno mio, sono tanti appoggi che metto innanzi alla mia giustizia, perché cedesse i suoi diritti, ed equilibrandosi con tutti i nostri attributi trovasse giusto che il Regno del Fiat Supremo sia restituito alle umane generazioni.
Ciò successe nella redenzione. Se la nostra giustizia non avesse trovato le preghiere, i sospiri, le lagrime, le penitenze dei patriarchi, dei profeti e di tutti i buoni dell’Antico Testamento, e poi una Vergine Regina che possedeva integra la nostra Volontà, che prese tutto a petto suo, con tante preghiere insistenti, prendendo lei tutto il compito della soddisfazione di tutto il genere umano, mai la nostra giustizia avrebbe ceduto alla discesa del sospirato Redentore in mezzo alle creature.
Essa sarebbe stata inesorabile e avrebbe detto un no reciso alla mia venuta sulla terra. E quando si tratta di mantenere l’equilibrio del nostro Essere Supremo, non c’è da far nulla.
Ora chi mai ha pregato finora con interesse, con insistenze, mettendo il sacrifizio della propria vita, perché il Regno del Fiat Supremo venga sulla terra e che trionfi e domini? Nessuno. È vero che la Chiesa recita il Pater Noster dacché io venni sulla terra, nel quale si domanda che: ‘venga il regno tuo’, affinché la mia Volontà si faccia come in cielo così in terra; ma chi è che pensa alla domanda che fanno?
Si può dire che restò nella mia Volontà tutta l’importanza di tale domanda, e le creature la recitano per recitarla, senza intendere e senza interesse di ottenere quello che domandano.
Perciò figlia mia, tutto è nascosto nel segreto mentre si vive sulla terra, perciò tutto sembra mistero; e se si conosce qualche cosa, è così scarsa che l’uomo tiene sempre da dire su tutto ciò che io opero nelle opere mie, attraverso i veli delle creature, e giungono a dire: ‘E perché questo bene, queste conoscenze non sono state date prima, mentre ci sono stati tanti gran santi?’
Ma nell’eternità non ci saranno segreti, io svelerò tutto e farò vedere tutte le cose ed opere mie con giustizia, e che essa mai poteva dare, se nella creatura non ci fossero gli atti sufficienti per poter dare ciò che la Maestà Suprema vuol dare. È vero che tutto ciò che fa la creatura è grazia mia, ma la stessa mia grazia vuol trovare l’appoggio delle disposizioni e buona volontà della creatura.
Quindi per ripristinare il Regno della mia Volontà sulla terra, ci vogliono gli atti sufficienti della creatura, affinché il mio regno non resti in aria, ma scenda per formarsi sugli stessi atti della creatura, formati da essa per ottenere un bene sì grande.
Ecco perciò, tanto ti spingo nel girare in tutte le opere nostre, creazione e redenzione, per farti mettere la parte degli atti tuoi, il tuo ti amo, la tua adorazione, la tua riconoscenza, il tuo grazie su tutte le opere nostre.
Molte volte l’ho fatto io insieme con te e poi, dopo la tua girata nella nostra Volontà, per compimento il tuo ritornello tanto a noi gradito: ‘Maestà Suprema, la tua piccola figlia viene innanzi a te, sulle tue ginocchia paterne, per chiederti il tuo Fiat, il tuo regno, che sia da tutti conosciuto; ti chiedo il trionfo del tuo Volere, affinché domini e regni su tutti.
Non sono io solo che te lo chiedo, ma sono insieme con me le opere tue, il tuo stesso Volere; perciò a nome di tutti ti chiedo, ti supplico il tuo Fiat’. Se sapessi che breccia è al nostro Essere Supremo questo tuo ritornello!
Ci sentiamo pregare da tutte le opere nostre, supplicare dal nostro stesso Volere; cielo e terra piegano le ginocchia per chiederci il Regno del mio eterno Volere.
Perciò se lo vuoi, continua i tuoi atti, affinché formandone il numero stabilito possa ottenere ciò che con tante insistenze sospiri”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 19; Settembre 13, 1926)

“Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli” (Mc 7,28)

Questa mattina, quando appena è venuto il benedetto Gesù e mi ha detto:
“Figlia mia, l’umiltà è un fiore senza spine, e siccome è senza spine si può prendere in mano, si può stringere, si può mettere dove si vuole senza timore di ricevere molestia o puntura.
Così è l’anima umile: si può dire che non tiene le punture dei difetti, e siccome è senza punture si può farne ciò che si vuole, e non avendo spine, naturalmente non punge né dà molestia agli altri; perché le spine le dà chi le tiene, ma chi non le tiene come può darle?
Non solo, ma l’umiltà è un fiore che fortifica e rischiara la vista, e con la sua chiarezza si sa tenere lontano dalle stesse spine.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 6; Febbraio 24, 1905)

“Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia” (Mc 7,29)

Questa mattina mi trovavo in un annientamento di me stessa fino a sentirmi esosa ed infastidita. Mi pareva [di] essere [la] più abominevole che trovar si potesse. Mi vedevo come un piccolo verme che si volgeva e rivolgeva, ma sempre lì nel fango rimanevo, senza poter dare un passo.
Oh Dio, che miseria umana! Eppure dopo tante grazie elargitemi sono così cattiva ancora! Il mio buon Gesù, sempre benigno con questa miserabile peccatrice, è venuto e mi ha detto:
“Il disprezzo di te stessa allora è lodevole quando è ben investito dallo spirito della fede, ma quando non è investito dallo spirito di fede, invece di farti bene ti potrà nuocere, perché vedendoti quale tu sei, che non puoi fare niente di bene, sconfiderai, rimarrai abbattuta, senza fidarti di dare un passo nella via del bene; ma appoggiandoti a me, cioè investendoti dallo spirito di fede, verrai a conoscere e disprezzare te, ed insieme a conoscere me, confidando di tutto poter operare con l’aiuto mio; ed ecco che facendo in questo modo camminerai secondo la verità.”
Quanto bene ha fatto all’anima mia questo parlare di Gesù! Ho compreso che devo entrare nel mio nulla e conoscere chi sono io, ma non devo lì fermarmi, ma subito dopo, conosciuta me stessa, devo volare nel mare immenso di Dio e lì fermarmi ad attingere tutte le grazie che bisognano all’anima mia; altrimenti la natura resta infiacchita ed il demonio cercherà mezzi come gettarla nella sconfidenza. Sia benedetto sempre il Signore e tutto a gloria sua sempre sia! (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 2; Maggio 26, 1899)

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“Figlia mia, i soli piccolini si lasciano maneggiare come si vuole; non quelli che sono piccoli di ragione umana, ma quelli che sono piccoli di ragione divina. Io posso dire che sono umile, che nell’uomo ciò che si dice umiltà, piuttosto si deve dire conoscenza di sé stesso, e chi non conosce sé stesso cammina già nella falsità.”
… La mia umanità divinizzata non aveva limiti, ma volontariamente si restringeva in sé stessa e questo era un intrecciare tutte le mie opere di eroica umiltà. Era stata questa la causa di tutti i mali che inondano la terra, cioè la mancanza di umiltà; ed io con l’esercizio di questa virtù dovevo attirare dalla divina giustizia tutti i beni.
Ah, ché non si partono dal mio trono rescritti di grazia se non per mezzo dell’umiltà! Né alcun biglietto può essere da me ricevuto se non contiene la firma dell’umiltà. Nessuna preghiera ascoltano le mie orecchie e muove a compassione il mio cuore, se non è profumata dall’olezzo dell’umiltà.
Se la creatura non giunge a distruggere quel germe d’onore, di stima, e questo si distrugge col giungere ad amare di essere disprezzata, umiliata, confusa, sentirà un intreccio di spine intorno al cuore, avvertirà un vuoto nel suo cuore che le darà sempre fastidio e la renderà molto dissimile dalla mia santissima umanità.
E se non giunge ad amare le umiliazioni, al più potrà qualche poco conoscere sé stessa, ma non risplenderà innanzi a me vestita della bella e simpatica veste dell’umiltà.” Chi può dire quante cose comprendevo su questa virtù e la differenza tra il conoscere sé stessa e l’umiltà?…

Or, la differenza dell’umiltà, sebbene mi pare che siano sorelle nate ad un parto e non può mai essere umile se non conosce sé stesso. Per esempio un ricco che spogliandosi, per amore delle umiliazioni, delle sue nobili vesti, si copre di miseri cenci, vive sconosciuto, a nessun manifesta chi egli sia, si confonde coi più poveri, vive coi poveri come se fosse loro pari, fa sue delizie i disprezzi e le confusioni ed ecco la bella sorella della conoscenza di sé stesso, cioè l’umiltà.
Ah! sì, l’umiltà chiama la grazia, l’umiltà spezza le catene più forti, qual è il peccato. L’umiltà supera qualunque muro di divisione tra l’anima e Dio ed a Lui la ritorna.
L’umiltà è la piccola pianta, ma sempre verde e fiorita, non soggetta ad essere rosa dai vermi, né i venti, la grandine, il caldo potranno portarle nocumento, né farla menomamente appassire.
L’umiltà, sebbene è la più piccola pianta, ma manda fuori rami altissimi, che penetrano fin nel cielo e s’intrecciano intorno al cuore di Nostro Signore e solo i rami che escono da questa piccola pianta hanno libera l’entrata in quel cuore adorabile.
L’umiltà è l’ancora della pace nelle tempeste delle onde del mare di questa vita. L’umiltà è sale che condisce tutte le virtù e preserva l’anima dalla corruzione del peccato.
L’umiltà è l’erbetta che spunta sulla via battuta dai viandanti, che mentre è calpestata scomparisce, ma subito si vede spuntare di nuovo più bella di prima. L’umiltà è qual innesto gentile, che ingentilisce la pianta selvatica. L’umiltà è il tramonto della colpa.
L’umiltà è la neonata della grazia. L’umiltà è qual luna che ci guida nelle tenebre della notte di questa vita. L’umiltà è come quell’avaro negoziante che sa ben trafficare le sue ricchezze, non ne fa sciupio neppure di un centesimo della grazia che gli vien data.
L’umiltà è la chiave della porta del Cielo, sicché nessuno può entrarvi, se non si tiene ben custodita questa chiave. Finalmente, altrimenti non la finisco più ed andrei troppo per le lunghe, l’umiltà è il sorriso di Dio e di tutto l’Empireo ed il pianto di tutto l’inferno. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 3; Gennaio 12, 1900)