Mercoledì della VI settimana del Tempo Ordinario (Mc 8,22-26)

22Giunsero a Betsàida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo. 23Allora prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?».
24Quello, alzando gli occhi, diceva: «Vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano». 25Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente, fu guarito e da lontano vedeva distintamente ogni cosa. 26E lo rimandò a casa sua dicendo: «Non entrare nemmeno nel villaggio».

“Giunsero a Betsàida, e gli condussero un cieco, pregandolo di toccarlo” (Mc 8,22)

… Dopo di ciò continuavo a nuotare nel mare di luce del Fiat Divino; mi sentivo affogare di luce, ed erano tante le sue conoscenze, che io non sapevo a quali di esse appigliarmi, data la mia piccolezza; non sapevo dove metterle, quindi si sperdevano nella sua stessa luce, ed io restavo sorpresa senza saper dir nulla. Ed il mio dolce maestro Gesù ha soggiunto:
“Figlia mia, la mia Volontà è la raccoglitrice di tutte le opere sue. Nella sua luce tutto nasconde, colla sua luce le difende e mette in salvo tutte le opere sue. Questa luce quanto non fa per mettere in salvo la creatura, l’opera più bella delle nostre mani creatrici, e per farla ritornare bella, speciosa come la uscimmo?
La raccoglie nel suo grembo di luce e vi getta tanta luce sopra per farle scomparire tutti i mali. Se è cieca, a via di luce le dà la vista; se è muta, a via di luce le vuol dare la parola. La luce la prende da tutti i lati, e le dà l’udito se è sorda; se zoppa, la raddrizza; se brutta, a via di luce la rende bella.
Una madre non fa quanto fa la mia Divina Volontà per rendere bella e ripristinata la sua creatura; le sue armi sono di luce, perché non vi è potenza che la luce non nasconda e bene che non possiede.
Che non farebbe una madre che avendo dato alla luce un bel bambino che la rapiva colla sua bellezza, e la madre si sentiva felice nella beltà del figlio, ma una sventura lo colpisce e diventa cieco, muto, sordo, zoppo!
Povera madre, guarda suo figlio e non lo riconosce più. L’occhio spento che non più la guarda, la sua voce argentina che la faceva trasalire di gioia nel sentirsi chiamare mamma, non più l’ascolta; i suoi piedini che correvano per mettersi nel suo grembo, a stento si trascinano.
Questo figlio è il dolore più trafiggente per una povera madre; e che non farebbe se sapesse che suo figlio potesse ritornare di nuovo alle sue fattezze primiere? Girerebbe tutto il mondo se potesse ciò ottenere e le sarebbe dolce mettere la propria vita, purché potesse veder suo figlio bello come lo diede alla luce.
Ma, povera madre, non sta in suo potere restituire la bellezza primiera al suo caro figlio, e sarà sempre il suo dolore e la spina più trafiggente del suo cuore materno. Tale si è resa la creatura col fare la sua volontà: cieca, muta, zoppa; la nostra Volontà la rimpiange con lacrime di luce ardente del nostro amore, ma ciò che non può fare la madre per il suo figlio storpio, [al]la mia Volontà Divina non le mancano il potere.
Essa più che madre metterà a disposizione i suoi capitali di luce, che posseggono virtù di restituire tutti i beni e bellezza della creatura. Essa, Madre tenera, amante e vigilante dell’opera delle sue mani, che più che figlio carissimo lo uscì alla luce, girerà non tutto il mondo, ma tutti i secoli, per preparare e dare i rimedi potenti di luce che vivifica, trasforma, raddrizza ed abbellisce; ed allora si fermerà, quando si vedrà nel suo grembo materno, bello come uscì, l’opera delle sue mani creatrici, per rifarsi dai tanti dolori e godersela per sempre.
Non sono forse rimedi le tante conoscenze sulla mia Volontà? Ogni manifestazione e parola che dico è una fortezza che metto intorno alla debolezza della volontà umana, è un alimento che preparo, è un’esca, un gusto, una luce per farle riacquistare la vista perduta.
Perciò sii attenta e non perdere nulla di ciò che la mia Volontà ti manifesta, perché a suo tempo tutto servirà, nulla andrà perduto. Credi tu che essa non tiene conto anche d’una sola parola di quello che dice?
Tutto numera e nulla perde; e se nell’anima tua ha formato la sua cattedra per deporre le sue verità, però la cattedra primaria la tiene riservata in sé stessa come il più grande tesoro che le appartiene, in modo che se tu sperdi qualche parola o manifestazione che le appartiene, già conserva in sé l’originale, perché ciò che riguarda la mia Divina Volontà è di valore infinito e l’infinito non può né è soggetto a sperdersi; anzi gelosa conserva negli archivi divini le sue verità.
Perciò impara anche tu ad essere gelosa e vigilante e ad apprezzare le sue sante lezioni”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 30; Gennaio 12 [bis], 1932)

“Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente” (Mc 8,25)

… “Figlia mia, tutto ciò che fece la mia Mamma e tutto ciò che fec’io nella redenzione, il primo scopo primario fu che il mio Fiat regnasse sulla terra. Non sarebbe né decoro né vero amore né magnanimità grande né molto meno operare da quel Dio che ero, se venendo nel mondo dovessi e volessi dare alle creature la cosa più piccola, quali erano i mezzi per salvarsi, e [non dare] la cosa più grande, qual era la mia Volontà che contiene non solo i rimedi, ma tutti i beni possibili che ci sono e in cielo e in terra, e non solo la salvezza e la santità, ma quella santità che la eleva alla stessa santità del suo Creatore.
Oh, se tu potessi penetrare in ogni preghiera, atto, parola e pene della mia indivisibile Mamma, tu troveresti dentro il Fiat che sospiravo ed impetravo. Se potessi penetrare dentro ogni goccia del mio sangue, in ogni mio palpito, respiro, passo, opera, dolore e lacrime, troveresti dentro il Fiat che primeggiavo, che sospiravo e chiedevo per le creature.
Ma mentre lo scopo primario era il Fiat, dovette la mia bontà scendere allo scopo secondario e quasi fare come un maestro che, mentre contiene le scienze più alte e potrebbe dare lezioni nobili e sublimi, degne di sé, siccome [gl]i scolari sono tutti analfabeti, si deve abbassare a dare lezioni di ‘a, b, c’ per poter a poco a poco giungere al suo scopo primario di impartire le lezioni della scienza che possiede, per fare altrettanti maestri degni di tanto maestro.
Se questo maestro non si volesse abbassare a fare lezioni di studi inferiori e vorrebbe dare lezioni della sua alta scienza, gli scolari essendo analfabeti non l’avrebbero capito e, confusi di tanta scienza da loro ignorata, l’avrebbero lasciato, ed il povero maestro col non essersi voluto abbassare non ha dato né il bene piccolo della sua scienza né il grande.
Ora figlia mia, quando io venni sulla terra le creature erano tutte analfabete delle cose del cielo e, se io avessi voluto parlare del Fiat e del vero vivere in esso, sarebbero state incapaci di comprenderlo se non conoscevano la via per venire a me.
Erano la maggior parte zoppi, ciechi, infermi, dovetti abbassarmi nelle spoglie della mia umanità che copriva quel Fiat che volevo dare, affratellarmi con loro, accomunarmi con tutti, per poter insegnare i primi rudimenti, l’‘a, b, c’ del Fiat Supremo; e tutto ciò che io insegnai, feci e patii non fu altro che preparare la via, il regno e il dominio alla mia Volontà. Questo è solito delle opere nostre, fare le cose minori come atto preparatorio alle cose maggiori. Non feci con te altrettanto?
Non ti parlai certo al principio del Fiat Supremo né dell’altezza della santità alla quale io volevo che tu giungessi nel mio Volere, né ti feci nessun motto della missione più grande a cui ti chiamavo, ma ti tenni come una piccola bambina, cui io mi dilettavo d’insegnarti l’ubbidienza, l’amore al patire, il distacco da tutti, la morte al tuo proprio io, e come tu ti prestavi io gioivo perché vedevo in te preparato il posto dove deporre il mio Fiat e le lezioni sublimi che alla mia Volontà appartenevano…”(dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 19; Marzo 28, 1926)