27Dopo questo egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». 28Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
29Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e di altra gente, che erano con loro a tavola. 30I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
31Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; 32io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».

“Seguimi!” (Lc 5, 27)

Le privazioni di Gesù si fanno più a lungo, e vedendomi priva di lui non faccio altro che sospirare il Cielo. Oh, Cielo, quando mi aprirai le porte? Quando avrai di me pietà? Quando ritirerai la piccola esiliata nella patria sua? Ah, sì, solo là non rimpiangerò più il mio Gesù!
Qui se si fa vedere, mentre si crede di possederlo, come lampo ti sfugge, e ti conviene fare la lunga tappa senza di lui, e senza di Gesù tutte le cose si convertono in dolore; anche le stesse cose sante, le preghiere, i sacramenti, sono martìri senza di lui.
Quindi pensavo tra me: “A che pro che Gesù ha permesso di farmi venire vicino al suo tabernacolo d’amore, per starci in muto silenzio? Anzi mi sembra che si è nascosto di più, che non più mi dà le sue lezioni sul Fiat Divino.
Mi sembrava che teneva la sua cattedra nel fondo del mio interno e teneva sempre da dire; ora non sento altro che un profondo silenzio, solo che sento in me il mormorio continuo del mare di luce dell’eterno Volere, che sempre mormora amore, adorazione, gloria, ed abbraccia tutto e tutti”.
Ma mentre ciò pensavo, il mio dolce Gesù appena si è fatto vedere nel mio interno e mi ha detto:
“Figlia mia, coraggio, son’io nel fondo dell’anima tua che muovo le onde del mare di luce della mia Divina Volontà e mormoro sempre, sempre, per strappare dal mio celeste Padre il Regno della mia Volontà sulla terra; e tu non fai altro che seguirmi, e se tu non mi seguissi lo farei da solo; ma tu non lo farai a lasciarmi solo, stando che il mio stesso Fiat ti tiene inabissata in esso.
Ah, non sai tu che sei il tabernacolo della mia Divina Volontà? Quanti lavori non ho fatto in te, quante grazie non ti ho versato, per formarmi questo tabernacolo, tabernacolo potrei chiamarlo unico nel mondo, perché tabernacoli eucaristici ne ho in buon numero.
Ed in questo tabernacolo del mio Fiat Divino non mi sento prigioniero, posseggo gli interminabili confini del mio Volere, non mi sento solo, tengo chi mi farà perenne compagnia: ed ora faccio il maestro e ti do le mie lezioni celesti, ora faccio i miei sfoghi d’amore e di dolore, ora festeggio fino a trastullarmi con te; sicché se prego, se soffro, se piango e se festeggio, non sono mai solo, ho la piccola figlia del mio Voler Divino insieme con me.
E poi ho il grande onore e la conquista più bella che più mi piace, qual è una volontà umana tutta sacrificata per me e come sgabello della mia Volontà Divina; potrei chiamarla il mio tabernacolo prediletto, che trovo tanto gusto che non lo scambierei coi miei tabernacoli eucaristici, perché in essi sono solo, né l’ostia mi dà una Volontà Divina come la trovo in te, che bilocandosi, mentre la tengo in me la trovo anche in te, invece l’ostia non è capace di possederla, né mi accompagna negli atti miei, sono sempre solo, tutto è freddo intorno a me; il tabernacolo, la pisside, l’ostia, sono senza vita, quindi senza compagnia.
Perciò ho provato tanto gusto nel tener vicino al mio tabernacolo eucaristico quello della mia Divina Volontà formato in te, che solo col guardarti mi sento spezzata la solitudine e provo le pure gioie che può darmi la creatura che fa regnare in essa la mia Divina Volontà.
Ecco perciò tutte le mie mire, le mie premure ed i miei interessi sono per far conoscere la mia Divina Volontà e farla regnare in mezzo alle creature; allora ciascuna creatura sarà un mio tabernacolo vivo, non muto, ma parlante, e non più sarò solo, ma avrò la mia perenne compagnia, e colla mia Divina Volontà bilocata in esse, avrò la mia compagnia divina nella creatura.
Quindi terrò il mio Cielo in ciascuna di esse, perché il tabernacolo della mia Volontà Divina possiede il mio Cielo in terra”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 25; Dicembre 2, 1928)

“Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì” (Lc 5,28)

… “Figlia mia, per chi lascia tutto ed opera per me ed ama tutto divinamente, tutte le cose sono a sua disposizione. Ed il segno se uno ha lasciato tutto per me ed è giunto ad operare e ad amare tutto divinamente, è se nell’operare, nel parlare, nel pregare, in tutto, non trova più intoppi, dispiaceri, contrasti, opposizioni, perché innanzi a questa potenza di operare ed amare tutto divinamente, tutti piegano la testa e non osano neppure fiatare.
Perché io, padre benevolo, sto sempre a guardia del cuore umano, e vedendolo scivolare da me, cioè operare ed amare umanamente, ci metto le spine, i dispiaceri, le amarezze, le quali pungono ed amareggiano quell’opera e quell’amore umano, e l’anima vedendosi punta scorge che quel suo modo non è divino, entra in sé stessa ed agisce diversamente; perché le punture sono le sentinelle del cuore umano e gli somministrano gli occhi per fargli vedere chi è che la muove, Dio o la creatura.
Invece quando l’anima lascia tutto, opera ed ama tutto divinamente, gode la mia pace, ed invece di avere le sentinelle e gli occhi delle punture, ha la sentinella della pace che le allontana tutto ciò che la può turbare, e gli occhi dell’amore, i quali occhi mettono in fuga e scottano coloro che vogliano turbarla, perciò [questi] se ne stanno in pace a riguardo di quell’anima e le danno pace e si mettono a sua disposizione.
Pare che l’anima può dire: ‘Nessuno mi tocca, perché sono divina e sono tutta del mio dolce amore Gesù. Nessuno ardisca di turbare il mio dolce riposo col mio sommo Bene, e se ardite, con la potenza di Gesù che è mia vi metterò in fuga’”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 10; Febbraio 10, 1912)

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Dalle 8 alle 9 Gesù è spogliato nudo e sottoposto a crudeli battiture. E noi, siamo spogliati di tutto? Gesù è legato alla colonna, e noi, ci facciamo legare dall’amore? Gesù è legato alla colonna mentre noi, coi nostri peccati ed attaccamenti, alle volte anche a cose indifferenti o buone in sé stesse, aggiungiamo le nostre funi, non contenti delle funi con cui lo hanno legato i giudei. Intanto Gesù, col suo sguardo pietoso, ci chiama per farsi slegare.
Non vediamo in quello sguardo che c’è anche un rimprovero per noi, avendo contribuito anche noi a legarlo? Per sollevare l’afflitto Gesù, dobbiamo togliere prima le nostre catene, per poter giungere poi a togliere le catene delle altre creature.
Queste nostre piccole catene molte volte non sono altro che piccoli attaccamenti alla nostra volontà, al nostro amor proprio un po’ risentito, alle nostre piccole vanità che, formando intreccio, legano dolorosamente l’amabile Gesù. Talvolta poi, Gesù, preso d’amore per la nostra povera anima, vuol toglierci lui queste catene per non farsi ripetere da noi il doloroso legamento.
Ah! Quando ci lamentiamo, perché non vogliamo stare legati soli con Gesù, lo costringiamo, quasi contristato, a ritirarsi da noi. Il nostro straziato Gesù, mentre soffre, ripara tutti i peccati contro la modestia.
E noi, siamo puri nella mente, nello sguardo, nelle parole, negli affetti, in modo da non aggiungere altri colpi su quel corpo innocente? Siamo sempre legati a Gesù, in modo da trovarci pronti a difenderlo quando le creature lo colpiscono con le loro offese?
Mio incatenato Gesù, le tue catene siano le mie in modo che io senta sempre te in me, e tu sempre me in te. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – Le Ore della Passione; dalle 8 alle 9 del mattino: Gesù è riportato innanzi a Pilato e posposto a Barabba. Gesù è flagellato)

“Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (Lc 5,31)

… “Figlia mia, la mia redenzione venne come rimedio dell’uomo e perciò serve come rimedio, come medicina, come cibo agli infermi, ai ciechi, ai muti, a tutte le specie di malattie, e siccome sono malati, non gustano, né ricevono tutta la forza che contengono tutti i rimedi che venni a portare loro per loro bene.
Il Sacramento Eucaristico, che lo lasciai come cibo per dar loro perfetta salute, molti lo mangiano e mangiano e si veggono sempre malati. Povero cibo della mia stessa vita, nascosta sotto i veli degli accidenti del pane.
Quanti palati corrotti, quanti stomachi indigesti, che gli impediscono di sentire il gusto del cibo mio, e non digeriscono tutta la forza della mia vita sacramentale e perciò restano infermi. E siccome sono membra febbricitanti nel male, lo prendono senza appetito.
Perciò sospiro tanto che venga il Regno del Fiat Supremo, perché allora tutto ciò che io feci venendo sulla terra, servirà come cibo a quelli che goderanno perfetta salute. Quale non è la differenza tra un ammalato che prende lo stesso cibo ed un altro che gode perfetta salute?
L’infermo lo prende senza appetito, senza gusto, e gli serve per mantenersi e per non morire. Il sano lo prende con appetito, e siccome lo gusta ne prende di più e si conserva forte e sano.
Sicché qual non sarà il mio contento, nel vedere che nel Regno del mio Volere tutto ciò che io feci servirà non più come cibo agli infermi, ma come cibo ai figli del regno mio, che saranno tutti pieni di vigore e di perfetta salute? Anzi col possedere la mia Volontà, possederanno la mia vita permanente in loro stessi come la posseggono i beati nel cielo. Sicché la mia Volontà sarà il velo che nasconderà la mia vita in loro.
E siccome i beati mentre mi posseggono dentro di loro come vita propria (perché la vera felicità tiene il principio al di dentro dell’anima) e perciò la felicità che ricevono continuamente dalla Divinità si dà la mano, il bacio, alla felicità che posseggono dentro, e perciò sono pienamente felici, così l’anima che possiede la mia Volontà avrà la mia vita perenne in essa , che le servirà di cibo continuo, non una volta al giorno, come il cibo della mia vita sacramentale, perché la mia Volontà farà più sfoggio, né si contenterà di darsi una volta al giorno, ma si darà continuamente perché sa che tengono palati puri e stomachi forti per gustare e digerire in ogni momento la forza, la luce, la vita divina ed i sacramenti; la mia vita sacramentale servirà come cibo, come diletto, come nuova felicità alla vita del Fiat Supremo che possederanno.
Il Regno del mio Volere sarà il vero eco della patria celeste che, mentre i beati posseggono come vita propria il loro Dio, lo ricevono anche da fuori di loro stessi; sicché dentro e fuori di loro, vita divina posseggono e vita divina ricevono.
Qual non sarà la mia felicità nel darmi sacramentato ai figli del Fiat eterno e trovare in loro la mia stessa vita? Allora si avrà il frutto completo della mia vita sacramentale e, mentre si consumeranno le specie, non avrò più il dolore di lasciare i miei figli senza il cibo della mia vita continuo, perché la mia Volontà, più che accidenti sacramentali, manterrà la sua vita divina sempre col suo pieno possesso.
Nel Regno del mio Volere non ci saranno né cibi, né comunioni interrotte, ma perenni, e tutto ciò che io feci nella redenzione servirà loro non più di rimedio ma di diletto, di gioia e di felicità e di bellezza sempre crescente. Sicché il trionfo del Fiat Supremo darà il frutto completo al Regno della Redenzione”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 20; Novembre 2, 1926)