Lunedì della VII settimana di Pasqua (Gv 16,29-33)
29Gli dicono i suoi discepoli: «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato. 30Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio».
31Rispose loro Gesù: «Adesso credete? 32Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me.
33Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!».
“Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo…” (Gv 16, 32)
… “Ah, figlia! Piangiamo insieme la sorte di tante anime a me consacrate che, per piccole prove, per incidenti della vita, non più si prendono cura di me e mi lasciano solo; per tante altre, timide e vili, che, per mancanza di coraggio e di fiducia, mi abbandonano; per tanti e tanti, che, non trovando il loro tornaconto nelle cose sante, non si curano di me; per tanti sacerdoti che predicano, che celebrano, che confessano per amore d’interesse e di propria gloria. Costoro fan vedere che sono intorno a me, ma Io rimango sempre solo.
Ah, figlia, quanto m’è duro quest’abbandono! Non solo mi piangono gli occhi, ma mi sanguina il cuore. Deh! Ti prego di riparare il mio acerbo dolore col promettermi di non lasciarmi mai solo”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – Le Ore della Passione; dall’1 alle 2 di notte: Gesù, sbalzato da una rupe, cade nel torrente Cedron)
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Continuando il mio solito stato, stavo unendomi con Gesù, pregandolo di non lasciarmi sola e che venisse a tenermi compagnia, e lui muovendosi nel mio interno mi ha detto: “Figlia mia, se sapessi come desidero, sospiro, amo la compagnia della creatura!
È tanto, che se nel creare l’uomo dissi: ‘Non è buono che l’uomo sia solo, facciamo un’altra creatura che lo rassomigli e gli tenga compagnia, affinché l’uno formi la delizia dell’altra’, queste stesse parole, prima di creare l’uomo, dissi al mio amore: ‘Non voglio essere solo, ma voglio la creatura in mia compagnia; voglio crearla per trastullarmi con lei, per dividere con lei tutti i miei contenti. Con la sua compagnia mi sfogherò nell’amore’.
Perciò la feci a mia somiglianza, e come la sua intelligenza pensa a me, si occupa di me, così tiene compagnia alla mia sapienza e, i miei pensieri facendo compagnia ai suoi, ci trastulliamo insieme.
Se il suo sguardo guarda me e le cose create per amarmi, sento la compagnia del suo sguardo; se la lingua prega, insegna il bene, sento la compagnia della sua voce; se il cuore mi ama, sento la compagnia nel mio amore, e così di tutto il resto.
Ma se invece fa il contrario, io mi sento solo e come re derelitto. Ma, ahi, quanti mi lasciano solo e mi disconoscono!” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 12; Gennaio 24, 1920)
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… “Figlia mia, l’atto del mio nascere fu l’atto più solenne di tutta la creazione; Cielo e terra sentivano sprofondarsi nella più profonda adorazione, alla vista della mia piccola Umanità che teneva come murata la mia Divinità.
Sicché nell’atto del mio nascere ci fu un atto di silenzio e di profonda adorazione e preghiera: pregò la mia Mamma e restò rapita per la forza del prodigio che da lei usciva, pregò San Giuseppe, pregarono gli angeli, e la creazione tutta sentivano la forza dell’amore della mia potenza creatrice rinnovata su di loro.
Tutti si sentivano onorati, e ricevevano il vero onore che colui che li aveva creati doveva servirsi di loro per ciò che occorreva alla sua Umanità. Si sentì onorato il sole nel dover dare la sua luce e calore al suo Creatore; riconosceva [in] colui che lo aveva creato il suo vero padrone, e gli faceva festa ed onore col dargli la sua luce.
Si sentì onorata la terra quando mi sentì giacente in una mangiatoia; si sentì toccata dalle mie tenere membra e tripudiò di gioia con segni prodigiosi.
Tutta la creazione vedevano il loro vero Re e padrone in mezzo a loro, e sentendosi onorati, ognuno voleva prestarmi il suo uffizio: l’acqua voleva dissetarmi, gli uccelli coi loro trilli e gorgheggi volevano ricrearmi, il vento voleva carezzarmi, l’aria voleva baciarmi; tutti volevano darmi il loro innocente tributo.
Solo l’uomo ingrato, ad onta che tutti sentirono in loro una cosa insolita, una gioia, una forza potente, furono restii, e soffocando tutto non si mossero; e ad onta che li chiamavo con le lacrime, coi gemiti e singhiozzi non si mossero, eccettuati alcuni pochi pastori.
Eppure era per l’uomo che venivo sulla terra! Venivo per darmi a lui, per salvarlo e per riportarmelo nella mia patria celeste; quindi ero tutt’occhio per vedere se mi veniva innanzi, per ricevere il gran dono della mia vita divina ed umana. Sicché l’Incarnazione non fu altro che un darmi in balìa della creatura.
Nell’Incarnazione mi diedi in balìa della mia cara Mamma; nel nascere si aggiunse San Giuseppe, cui feci dono della mia vita. E siccome le mie opere sono eterne e non soggette a finire, questa Divinità, questo Verbo che scese dal Cielo, non si ritirò più dalla terra, per avere occasione di darmi continuamente a tutte le creature.
Finché vissi mi diedi svelatamente e poi, poche ore prima di morire, feci il gran prodigio di lasciarmi sacramentato, perché chiunque mi volesse potesse ricevere il gran dono della mia vita; non badai né alle offese che mi avrebbero fatte né ai rifiuti di non volermi ricevere; dissi tra me:
‘Mi sono dato, non voglio più ritirarmi; mi facciano pure quello che vogliono, ma sarò sempre di loro e a loro disposizione’…” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 17; Dicembre 24, 1924)
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… Onde dopo è ritornato il mio dolce Gesù: era tenero bambinello, vagiva, piangeva e tremava per il freddo; si è gettato nelle mie braccia per essere riscaldato. Io me lo sono stretto forte forte, e secondo il mio solito mi fondevo nel suo Volere per trovare i pensieri di tutti insieme coi miei e circondare il tremante Gesù con le adorazioni di tutte le intelligenze create; [per trovare] gli sguardi di tutti per fare guardare Gesù e distrarlo dal pianto; le bocche, le parole, le voci di tutte le creature, affinché tutte lo baciassero per non farlo vagire e col loro fiato lo riscaldassero.
Mentre ciò facevo, l’infante Gesù non più vagiva, e cessato dal piangere e come riscaldato mi ha detto: “Figlia mia, hai visto che cosa mi faceva tremare, piangere e vagire? L’abbandono delle creature.
Tu me le hai messe tutte intorno; mi son sentito guardato, baciato da tutti, ed io mi sono quietato dal pianto. Ma sappi però che la mia sorte sacramentale è più dura ancora della mia sorte infantile. La grotta, sebbene fredda, ma era spaziosa, aveva un’aria da respirare; l’ostia è anche fredda, è tanto piccola che quasi mi manca l’aria.
Nella grotta ebbi per letto una mangiatoia con un poco di fieno per letto; nella mia vita sacramentale anche il fieno mi manca e per letto non ho altro che metalli duri e gelati.
Nella grotta avevo la mia cara Mamma, che spesso spesso mi prendeva con le sue purissime mani e mi copriva con baci infuocati per riscaldarmi, mi quietava il pianto, mi nutriva col suo latte dolcissimo; tutto al contrario nella mia vita sacramentale: non ho una Mamma, se mi prendono sento il tocco di mani indegne, mani che danno di terra e di letame.
Oh, come ne sento la puzza, più del letame che sentivo nella grotta! Invece di coprirmi con baci mi toccano con atti irriverenti, ed invece di latte mi danno il fiele dei sacrilegi, della noncuranza, delle freddezze. Nella grotta San Giuseppe non mi fece mancare una lanternina di luce nella notte, qui nel Sacramento quante volte resto al buio anche la notte?
Oh, come è più dolorosa la mia sorte sacramentale! Quante lacrime nascoste, non viste da nessuno, quanti vagiti non ascoltati! Se ti ha mosso a pietà la mia sorte infantile, molto ti deve muovere a pietà la mia sorte sacramentale.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 12; Dicembre 25, 1920)
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… “Figlia benedetta del mio Volere, siccome tutte le cose create furono fatte per le creature, in ciascuna di esse la mia Divina Volontà si rimaneva a chiamare la creatura, perché non voleva restar sola, ma voleva colei per la quale le cose furono fatte, per darle i diritti sopra di esse e così non restare defraudata nel suo scopo per cui le aveva create.
Ora chi sente questa chiamata? Chi possiede la mia Volontà come vita. L’eco della mia Volontà che sta nelle cose create forma lo stesso eco nell’anima che la possiede, e fra le sue stesse braccia la porta dove il mio stesso Volere la chiama.
E siccome tiene i suoi diritti dati da me, se essa ama, tutte le cose create dicono amore; se adora dicono adorazione; se ringrazia dicono ringraziamenti, in modo che si vede aleggiare nel cielo, nel sole, nel mare, nel vento, in tutto, anche nel piccolo uccellino che canta, l’amore, l’adorazione, il ringraziamento della creatura che possiede la mia Divina Volontà.
Come [è] vasto l’amore e tutto ciò che può fare e dire! Cieli e terra sono in suo potere…”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 30; Aprile 23, 1932)


