Venerdì della XXII settimana del Tempo Ordinario (Lc 5,33-39)

33Allora gli dissero: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!». 34Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro?
35Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno».
36Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo.
37E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. 38Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi.
39Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: «Il vecchio è gradevole!»».

“Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno” (Lc 5,35)

Stavo pensando quando il mio dolce Gesù se ne andò al Cielo nella sua gloriosa ascensione, e quindi il dolore degli apostoli nel restare privi di un tanto bene. Ed il mio dolce Gesù muovendosi nel mio interno mi ha detto: “Figlia mia, il più grande dolore di tutti gli apostoli in tutta la loro vita fu il restare privi del loro Maestro.
Come mi vedevano salire al Cielo, il loro cuore si struggeva nel dolore della mia privazione; e molto più fu acuto e penetrante questo dolore, perché non era un dolore umano, una cosa materiale che perdevano, ma un dolore divino; era un Dio che perdevano, e sebbene io avevo la mia Umanità, ma siccome risorse era spiritualizzata e glorificata, quindi tutto il dolore fu nelle loro anime, che penetrandoli tutti, si sentivano struggere tutto nel dolore, da formare in loro il più straziante e doloroso martirio; ma tutto ciò era necessario per loro.
Si può dire che fino allora non erano altro che teneri bambini, nelle virtù e nella conoscenza delle cose divine e della mia stessa Persona; potrei dire che stavo in mezzo a loro e non mi conoscevano né mi amavano davvero.
Ma quando mi videro salire al Cielo, il dolore di perdermi squarciò il velo e mi conobbero con tale certezza che io ero il vero Figlio di Dio; il dolore intenso di non più vedermi in mezzo a loro partorì la fermezza nel bene, la fortezza di tutto soffrire per amore di colui che avevano perduto; partorì la luce della scienza divina, tolse loro le fasce dell’infanzia e li formò uomini impavidi, non più paurosi, ma coraggiosi.
Il dolore li trasformò e formò il vero carattere di apostoli; ciò che non potettero ottenere con la mia presenza, l’ottennero col dolore della mia privazione. Ora figlia mia, una piccola lezione a te. La tua vita si può dire un continuo dolore di perdermi e una continua gioia di acquistarmi; ma tra il dolore della perdita e la gioia di acquistarmi, quante sorprese non ti ho fatto? Quante cose non ti ho detto?
È stato il dolore ed il doloroso martirio della mia perdita, che ti preparava e ti disponeva a sentire le sublimi lezioni sulla mia Volontà. Difatti quante volte a te pareva d’avermi perduto, e mentre tu eri immersa nel tuo straziante dolore io ritornavo a te con una delle più belle lezioni sulla mia Volontà e facevo ritornare la nuova gioia del mio acquisto, per disporti di nuovo al trafiggente dolore della mia assenza?
Posso dire che il dolore di restare priva di me ha partorito in te gli effetti, il valore, le cognizioni, il fondamento della mia Volontà. Era necessario il comportarmi con te in questo modo, cioè di venire spesso spesso da te, e di lasciarti in preda del dolore di restare priva di me.
Avendo io stabilito di manifestarti in modo tutto speciale tante cose sulla mia Volontà, dovevo lasciarti in preda ad un continuo dolore divino, perché la mia Volontà è divina e solo sopra un dolore divino poteva fondare il suo trono e distendere il suo dominio; e atteggiandosi a maestro comunicava la conoscenza della mia Volontà per quanto a creatura è possibile.
Molti si maraviglieranno nel sentire le mie continue visite che ti ho fatto, ciò che non ho fatto agli altri, ed il tuo continuo dolore della mia privazione. Se tu non mi avessi veduto tante volte, non mi avresti conosciuto né amato tanto, perché ogni mia visita porta una conoscenza di più di me e un nuovo amore; e quanto più l’anima mi conosce e mi ama, più il dolore si raddoppia.
Ed io nel venire andavo stuzzicando più forte il tuo dolore, perché voglio che alla mia Volontà non manchi il nobile corteggio del dolore, che costituisce l’anima ferma e forte, da poter la mia Volontà formare in lei il mio stabile soggiorno e darle lezioni nuove e continue sulla mia Volontà. Perciò te lo ripeto: lasciami fare e fidati di me.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 16; Maggio 29, 1924)

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Dopo di ciò mi sentivo priva del mio sommo bene Gesù e provavo tal dolore che non so spiegarlo. Quindi dopo molto aspettare, la cara mia vita è ritornato ed io gli ho detto: “Dimmi, amato mio Gesù, perché la pena della tua privazione è sempre nuova?
Come tu ti nascondi, sento nell’anima mia sorgere una pena nuova, una morte più crudele, più straziante, più di quelle non provate altre volte, quando tu ti eclissi da me”. Ed il mio sempre amabile Gesù mi ha detto:
“Figlia mia, tu devi sapere che ogni qualvolta io vengo da te, io ti comunico un atto nuovo della mia Divinità: or ti comunico una nuova conoscenza della mia Divina Volontà, ora una nuova mia bellezza, ora una nuova mia santità, e così di tutte le nostre divine qualità.
Questo atto nuovo che ti comunico, porta che quando resti priva di me, questa conoscenza maggiore porta nell’anima un nuovo dolore, perché quanto più si conosce un bene, più si ama; il nuovo amore porta il nuovo dolore, quando tu resti priva.
Ecco, perciò quando tu resti priva di me senti che un nuovo dolore invade l’anima tua, ma questo nuovo dolore ti prepara a ricevere, e si prepara in te il vuoto dove mettere le nuove conoscenze della Divina Volontà.
Il dolore, la nuova morte straziante che tu soffri per la mia privazione, è il nuovo richiamo che con voce arcana e misteriosa e rapitrice mi chiama, ed io vengo e per compenso ti manifesto una nuova verità, che ti porta la nuova vita del tuo Gesù; molto più che le conoscenze sul mio Fiat Divino sono vite divine che escono dal seno della nostra Divinità, e perciò il dolore divino che tu soffri per la mia privazione tiene virtù di chiamare dal Cielo queste vite divine delle conoscenze del mio Volere a svelarsi a te, per farle regnare sulla faccia della terra.
Oh, se tu sapessi qual valore contiene, qual bene può produrre una sola conoscenza sulla mia Divina Volontà, la terresti come la più reliquia preziosa, e custodita più che Sacramento!
Perciò lasciami fare ed abbandonati nelle mie braccia, aspettando che il tuo Gesù ti porta le vite divine delle conoscenze del suo Fiat”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 25; Marzo 13, 1929)

“Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi” (Lc 5,38)

… “Figlia mia, le croci, i dolori, le pene, sono come il torchio all’anima; e siccome il torchio all’uva serve per frangere e sbucciare l’uva, in modo che il vino resta da una parte e le bucce dall’altra, così le croci, le pene, come torchio sbucciano l’anima dalla superbia, dall’amor proprio, dalle passioni e da tutto ciò che è umano, e vi lasciano il vino puro delle virtù, e le mie verità trovano la via per comunicarsi e distendersi nell’anima come su tela bianchissima, con caratteri incancellabili.
Come puoi tu dunque temere, se ogniqualvolta che ti ho manifestato le mie verità sulla mia Volontà, queste verità sono state precedute sempre da croci, dolori e pene, e quanto più alte, tanto più intense e forti le pene?
Non era altro che la pressione del torchio che io facevo in te per sbucciarti tutto l’umano; era più mio interesse che tuo, che le mie verità non restassero mischiate con le bucce delle passioni umane.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 16; Dicembre 26, 1923)

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… “Figlia mia, c’è gran differenza tra la creazione di tutto l’universo e la creazione dell’uomo. Nella prima ci fu il nostro atto creativo e conservativo, e dopo che fu tutto ordinato ed armonizzato, nulla di nuovo vi aggiungemmo di più.
Invece nella creazione dell’uomo non solo vi è stato l’atto creativo e conservativo, ma vi si aggiunse l’atto attivo, e di una attività sempre nuova; e questo perché l’uomo veniva creato a nostra immagine e somiglianza, ed essendo l’Ente Supremo un atto nuovo continuato, anche l’uomo doveva possedere l’atto nuovo del suo Creatore, che in qualche modo lo rassomigliasse[a Lui]; e perciò dentro e fuori di lui restò il nostro atto attivo di continua novità, ed in virtù di questo nostro atto attivo l’uomo può essere ed è nuovo nei pensieri, nuovo nelle parole, nuovo nelle opere.
Quante novità non escono dall’uman genere? E se l’uomo non dà il suo atto nuovo continuato, ma ad intervallo, è perché non si fa dominare dalla mia Divina Volontà. Come fu bella la creazione dell’uomo! Ci fu il nostro atto creativo, conservativo, attivo; gli infondemmo come vita dell’anima sua la nostra Divina Volontà e creammo come sangue della sua anima il nostro amore.
Ecco, perciò l’amiamo tanto, perché lui non solo è opera nostra, come tutto il resto della creazione, ma vi possiede parte della nostra vita in modo reale, sentiamo in lui la vita del nostro amore, e come non amarlo? Chi non ama le cose proprie?
E se non le amerebbe, andrebbe contro natura. Perciò il nostro amore verso dell’uomo dà dell’incredibile; ma la ragione è chiara: l’amiamo perché è uscito da noi, è figlio nostro e parto di noi stessi.
E se l’uomo non ci scambia il suo amore col nostro, la sua volontà non ce la cede per ritenere la nostra, è più che barbaro e crudele contro del suo Creatore e contro di sé stesso, perché non riconoscendo il suo Creatore e non amandolo si forma dentro e fuori di sé un labirinto di miserie, di debolezze, e perde la sua vera felicità.
E col respingere la nostra Divina Volontà si mette a distanza col suo Creatore, distrugge il principio della sua creazione, consumando il sangue del nostro amore nell’anima sua per farvi scorrere il veleno della sua volontà umana.
Perciò finché la nostra Volontà non sarà riconosciuta e non forma il suo regno in mezzo alle creature, l’uomo sarà sempre un essere disordinato e senza la somiglianza di colui che l’ha creato”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 27; Novembre 10, 1929)