Venerdì della XXIII settimana del Tempo Ordinario (Lc 6,39-42)

39Disse loro anche una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? 40Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
41Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? 42Come puoi dire al tuo fratello: «Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio», mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.

“Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro” (Lc 6,40)

“… Ora vedi, dunque, quanti beni ti ho fatto nel guardarti tante volte, nel tenerti con me in familiari conversazioni; non sono state solo parole, ma discorsi completi. Da ciò puoi comprendere che le unioni tra me e te, le relazioni, i vincoli, le strettezze, sono innumerevoli.
Io ho fatto con te come un maestro, che cogli altri che vogliono qualche suo indirizzo dice qualche parola, ma coi propri discepoli, volendo fare altrettanti maestri simili a lui, sta con loro tutto il giorno, parla a lungo, a loro sta sempre sopra, ed ora porta un argomento ed ora una similitudine per farsi più comprendere, né li lascia mai soli per timore che distraendosi facciano andare al vento le sue fatiche; se occorre toglie le ore al suo riposo per ammaestrarli; nulla risparmia, né fatiche né stenti né sudori, per ottenere l’intento che i suoi discepoli diventino maestri.
Così ho fatto io per te: nulla ho risparmiato. Cogli altri ho tenuto le sole parole; con te discorsi, ammaestramenti a lungo, similitudini, di notte, di giorno, a tutte le ore; quante grazie non ti ho fatto?
Quanto amore, fino a non saper stare senza di te? È grande il disegno che ho fatto su di te, perciò molto ho dato. Tu poi per tutta gratitudine vorresti tenere occultato in te ciò che ti ho detto e dato, e quindi non darmi la gloria che col manifestarlo avrei avuto.
Che diresti tu di quel discepolo, che dopo che il maestro è giunto con tante fatiche a farlo maestro, vorrebbe ritenere a sé l’istruzione ricevuta, senza impartirla agli altri? Non sarebbe ingrato e di dolore al maestro?” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 14; Novembre 24, 1922)

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… “Figlia della mia Volontà, perché dubiti del mio operato in te? E poi dubitare della mia Volontà e di ciò che ti ho detto sul mio Volere Supremo è la cosa più assurda che può darsi.
La dottrina della mia Volontà è più che acqua cristallina, presa dalla limpida fonte della mia Divinità; è più che sole sfolgorante che illumina e riscalda; è specchio tersissimo, che chiunque avrà il gran bene di potersi rimirare in questa dottrina celeste e divina, resterà scosso e sentirà in sé tutta la buona volontà di purificarsi dalle sue macchie, per poter bere a larghi sorsi di questa dottrina celeste e così restare abbellito dai fregi divini.
Tu devi sapere la causa, il perché la sapienza e onnipotenza divina volle pronunziare il Fiat nella creazione. Poteva creare tutte le cose senza dir parola, ma siccome volle che la sua Volontà aleggiasse su tutte le cose e [queste] ricevessero la virtù, i beni che contiene, pronunziò il Fiat; e mentre lo pronunziava comunicava i prodigi del suo Volere, affinché tutte le cose avessero per vita, per regime, per esempio e per maestro la mia Volontà.
Gran che, figlia mia, la prima parola del tuo Dio che risuonò sulla volta dei cieli fu il Fiat, né disse altro, ciò significava che il tutto stava nel Fiat; col Fiat creavo tutto, costituivo tutto, ordinavo tutto, racchiudevo tutto, legavo tutti i suoi beni a pro di tutti quelli che non sarebbero usciti dal suo Eterno Fiat.
E quando dopo aver creato tutto volli creare l’uomo, non feci altro che ripetere il Fiat, come impastandolo con la mia stessa Volontà; e poi soggiunsi: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza; in virtù del nostro Volere manterrà in sé integra la nostra somiglianza e conserverà bella ed intatta la nostra immagine’.
Vedi dunque che la Sapienza Increata, come se non sapesse dire altro che Fiat, volle pronunziarlo, tanto era necessaria a tutti questa lezione così sublime. E questo Fiat aleggia tuttora su tutto il creato, come conservatore delle stesse mie opere e come in atto di scendere sulla terra per investire l’uomo, per racchiuderlo un’altra volta in esso, affinché da donde uscì, cioè essendo uscito dal mio Volere, nel mio stesso Volere ritorni; perché è mia Volontà che tutte le cose da me create ritornino sulla stessa via da donde uscirono, affinché mi ritornino belle, decorose e portate come in trionfo dalla mia stessa Volontà.
Onde [di] tutto ciò che ti ho detto sulla mia Volontà, questo è stato il mio scopo: che la mia Volontà sia conosciuta e che venga a regnare sulla terra. E ciò che ho detto sarà; travolgerò tutto per ottenere questo, ma il tutto mi deve ritornare in quella parola Fiat.
Fiat disse Iddio, Fiat deve dire l’uomo; in tutte le sue cose non avrà altro che l’eco del mio Fiat, l’impronta del mio Fiat, le opere del mio Fiat, per poter dare i beni che contiene la mia Volontà, e così completerò lo scopo completo di tutta la creazione.
E perciò mi sono accinto al lavoro di far conoscere gli effetti, il valore, i beni e le cose sublimi che contiene il mio Volere, e come l’anima tracciando la stessa via del mio Fiat resterà talmente sublimata, divinizzata, santificata, arricchita, da far stupire Cielo e terra nel vedere il portento del mio Fiat operante nella creatura; perché in virtù della mia Volontà usciranno da me grazie nuove, da me mai uscite, luce più sfolgorante, portenti inauditi e non mai visti.
Io faccio come un maestro quando insegna al suo discepolo le scienze che lui conosce, il quale se insegna al suo discepolo è perché vuol farne un altro maestro come sé stesso.
Così faccio io: se la mia lezione sublime fu la mia prima parola Fiat, la mia preghiera insegnata fu il Fiat come in Cielo così in terra, ora essendo passato a te a darti più diffuse, più chiare, più sublimi le lezioni sulla mia Volontà, è che voglio che il discepolo acquisti non solo la scienza di essa, ma che diventando maestro, non solo insegni agli altri, ma che acquisti le mie proprietà ed i beni, le mie gioie e la mia stessa felicità. Perciò sii attenta e fedele ai miei insegnamenti e non spostarti mai dalla mia Volontà.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 16; Maggio 24, 1924)

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“… È proprio questo il vivere nella mia Volontà; essa tiene l’atto primo ed operante nella creatura, fa come un maestro che vuole essere svolto il tema che ha dato al suo alunno. Lui stesso gli dà la carta, gli mette la penna in mano, mette la sua mano sopra la stessa mano del discepolo e svolge il tema, scrivendo insieme la mano del maestro e quella del discepolo.
Ora non si deve dire che il maestro è stato operante ed ha messo in quel tema la sua scienza, la sua bella calligrafia, in modo che nessuno potrà trovare ombra di difetto? Ma però l’alunno non si è spostato, ha subito l’opera del maestro, si è fatto condurre la mano senza alcuna resistenza, anzi felice nel vedere le belle idee, i preziosi concetti nei quali si sentiva rapire.
Ora non si deve dire che il fortunato discepolo possiede il valore, il merito del lavoro del suo maestro? Così succede a chi vive nella mia Volontà: la creatura deve subire l’atto che vuol fare il mio Volere, non si deve mettere da parte, ed essa deve mettere l’occorrente che conviene al suo atto divino. Ed è tanta la nostra bontà, che la facciamo posseditrice dei nostri stessi atti.
Invece [a] chi non vive nel nostro Volere succede come quando il maestro dà il tema al suo discepolo, ma non si fa lui attore del tema del discepolo, lo lascia a libertà sua, in modo che può fare degli errori, e lo fa a secondo la sua piccola capacità, perché non sente sopra e dentro di sé né la capacità né l’atto operante del suo maestro. Ed il tema non è altro che la nostra grazia.
[Essa] non lascia mai la creatura anche nel piccolo bene che fa, ed a secondo le disposizioni della creatura, si presta o come atto operante o come atto assistente, perché non c’è bene che si fa che non viene aiutato e sostenuto dalla grazia divina”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 31; Novembre 6, 1932)

“Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?” (Lc 6, 41)

… Questa mattina, trasportandomi Gesù secondo il suo solito fuori di me stessa, siamo passati in mezzo [a] molta gente, e la maggior parte di questi, erano intenti a giudicare le azioni altrui senza guardare le proprie. Il mio diletto Gesù mi ha detto:
“Il mezzo più sicuro per essere retto col prossimo è non guardare affatto ciò che essi fanno, ché guardare, pensare e giudicare è tutto lo stesso. Poi guardando il prossimo, [l’uomo] viene a defraudare l’anima propria; quindi ne avviene che non è retto né per sé né per il prossimo né per Dio.”
… “Figlia mia, quel che ti raccomando è di conservare e di fare stima delle mie parole, perché la mia parola è eterna e santa come me stesso, e conservandola nel tuo cuore, e profittando, avrai la tua santificazione e ne riceverai in ricompensa uno splendore eterno prodotto-ti dalla mia parola. Facendo diversamente, l’anima tua riceverà un vuoto e ne resterai a me debitrice.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 2; Luglio 30, 1899)