Martedì della XXX settimana del Tempo Ordinario (Lc 13,18-21)

18Diceva dunque: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? 19È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
20E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? 21È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

“Diceva dunque: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare?” (Lc 13,18)

Stavo pregando fondendomi tutta nella Santissima Volontà di Dio e con qualche dubbio nella mente di tutto ciò che il mio dolce Gesù mi va dicendo su questo Santissimo Volere; e lui stringendomi a sé, con una luce che mi gettava nella mente mi ha detto:
“Figlia mia, la mia Volontà è principio, mezzo e fine d’ogni virtù; senza il germe della mia Volontà non si può dare il nome di vera virtù; essa è come il germe alla pianta, che dopo che ha sprofondato le sue radici sotto terra, quanto più profonde sono, tanto più alto vi forma l’albero che il germe contiene.
Sicché prima c’è il germe; questo vi forma le radici; le radici hanno la forza di far sprigionare da sotto terra la pianta, e come si sprofondano le radici, così si formano i rami, i quali vanno crescendo tanto alti da formare una bella corona; e questa formerà la gloria dell’albero, che scaricando abbondanti frutti formerà l’utile e la gloria di colui che ne gettò il germe.
Questa è l’immagine della mia Chiesa: il germe è la mia Volontà, in cui [la mia Chiesa] nacque e crebbe; ma per crescere l’albero ci vuole il tempo, e per dare il frutto in alcuni alberi ci vuole la lunghezza di secoli: quanto più preziosa è la pianta, tanto più tempo ci vuole.
Così l’albero della mia Volontà, che essendo il più prezioso, il più nobile e divino, il più alto, ci voleva il tempo per crescere e far conoscere i suoi frutti. Sicché la Chiesa ha conosciuto il germe, e non c’è santità senza di esso; poi ha conosciuto i rami, ma sempre intorno a quest’albero si è girato; ora deve conoscere i frutti per nutrirsi e goderseli.
E questo sarà tutta la mia gloria e la mia corona, e [gloria e corona] di tutte le virtù e di tutta la Chiesa. Ora qual è la tua meraviglia, che invece di manifestare prima, i frutti del mio Volere, li ho manifestati a te dopo tanti secoli? Se l’albero non si era formato ancora, come potevo far conoscere i frutti?
Tutte le cose vanno così: se si deve fare un re, non s’incorona il re se prima non si forma il regno, l’esercito, i ministri, la reggia; all’ultimo s’incorona [il re]. E se si volesse coronare il re senza formare il re-gno, l’esercito, eccetera, sarebbe un re da burla.
Ora la mia Volontà doveva essere corona di tutto e compimento della mia gloria da parte della creatura, perché solo nella mia Volontà si può dire: ‘Tutto ho compiuto’, ed io trovando in essa compiuto tutto ciò che voglio, non solo le faccio conoscere i frutti, ma la nutrisco e la faccio giungere a tale altezza da sorpassare tutti.
Ecco perciò amo tanto ed ho tanto interesse che i frutti, gli effetti, i beni immensi che ci sono nel mio Volere ed il gran bene che l’anima riceve col vivere in esso siano conosciuti; se non si conoscono, come si possono desiderare?
Molto meno possono nutrirsene; e se io non facessi conoscere il vivere nel mio Volere, che cosa significa, i valori che contiene, mancherebbe la corona alla creazione, alle virtù, e la mia opera sarebbe un’opera scoronata.
Vedi dunque quanto è necessario che tutto ciò che ti ho detto sul mio Volere esca fuori e sia conosciuto, ed anche la ragione per cui tanto ti sprono, e come a te sempre ti faccio uscire dall’ordine degli altri?
E se faccio conoscere questi e le grazie ad essi fatte, dopo la loro morte, a te invece permetto, anche vivente, che ciò che ti ho detto sul mio Volere sia conosciuto.
Se non si conosce non sarà apprezzato né amato; la conoscenza sarà come il concime all’albero, che farà stagionare i frutti, dei quali ben maturati si nutriranno le creature. Quale sarà il mio ed il tuo contento!” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 15; Novembre 28, 1922; in altra edizione questo brano si trova nel vol. 16 – Luglio 15, 1923)

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… “Figlia mia, è mio solito fare le mie opere più grandi prima a tu per tu, con una sola. Di fatti una fu la mia Mamma, e con lei sola svolsi tutto l’operato ed il gran portento della mia incarnazione; nessuno entrò nei nostri segreti né penetrarono nel sagrato dei nostri appartamenti per vedere ciò che passava tra me e la Sovrana celeste.
Né essa occupava nel mondo posto di dignità e di autorità, perché io nello scegliere non guardo mai in faccia alla dignità e superiorità, ma guardo al piccolo individuo in cui posso guardare in faccia alla mia Volontà, che è la dignità e l’autorità più grande.
L’altezza della piccola fanciulla di Nazareth, ad onta che non aveva né posto né dignità né superiorità nel basso mondo, perché possedeva la mia Volontà, [era tale che] da lei pendeva cielo e terra, nelle sue mani c’erano le sorti dell’uman genere, c’erano le sorti di tutta la mia gloria che dovevo ricevere da tutta la creazione.
Sicché bastò l’unica mia eletta per formare il mistero dell’incarnazione e per poter gli altri ricevere il bene di esso. Una fu la mia umanità e da questa uscì la generazione dei redenti.
Perciò basta formare in una, tutto un bene che si vuole per poter fare uscire la generazione di quel bene, come basta un seme per poter moltiplicare a mille a mille la generazione di quel seme.
Perciò tutta la potenza, la virtù, l’abilità che occorre per una creatrice virtù, sta nel formare il primo seme; formato il primo è come lievito per formare la generazione di esse.
Così mi basta un’anima sola che, dandomi libertà assoluta di rinchiudere in lei il bene che voglio e di farmi formare in essa il sole del Fiat Supremo, questo sole batterà i suoi raggi sulla superficie della terra e formerà la generazione dei figli del mio Volere.
Ora tu devi sapere che tutte le opere nostre più grandi portano in sé l’immagine dell’unità divina, e quanto più bene sono destinate a fare, più bene racchiudono di questa unità suprema.
Vedi, anche nella creazione ci sono queste similitudini dell’unità divina che, mentre sono opere uniche, fanno tanto bene, che non fanno tutte insieme la molteplicità delle altre nostre opere. Guarda sotto la volta del cielo, uno è il sole, ma quanti beni non contiene? quanti non ne fa alla terra?
Si può dire che [la] vita di essa, dal sole dipende: mentre è uno, abbraccia con la sua luce tutti e tutto, porta tutto nel suo grembo di luce e dà a ciascuno un atto distinto, secondo la varietà delle cose che investe; comunica la fecondità, lo sviluppo, il colore, la dolcezza, la bellezza.
Eppure il sole è uno, mentre le stelle sono molte, ma non fanno il gran bene che fa il sole alla terra, ad onta che è uno. La potenza di un atto unico animato dalla potenza creatrice è incomprensibile e non c’è bene che da questo non può uscire; può cambiare la faccia della terra da arida, deserta, in primavera fiorita.
Il cielo è uno e perciò si stende ovunque. L’acqua è una e, sebbene sembra divisa in tanti diversi punti della terra, formando mari, laghi, fiumi, ma nello scendere dal cielo scende in forma unica e non c’è punto della terra dove l’acqua non risiede.
Sicché le cose da noi create che portano in sé l’immagine dell’unità divina sono quelle che fanno più bene, sono le più necessarie, e senza di esse la terra non potrebbe aver vita.
Quindi figlia mia, non pensare che sei sola, è l’unità di un’opera grande che debbo svolgere in te, né che non hai dignità ed autorità esterna, questo non dice nulla.
La mia Volontà è più che tutto, la sua luce sembra muta, ma nel suo mutismo investe le intelligenze e fa parlare con tale eloquenza da far stordire i più dotti e ridurli al silenzio.
La luce non parla, ma fa vedere, fa conoscere le cose più nascoste; la luce non parla, ma col suo mite e dolce calore riscalda, rammollisce le cose più dure, i cuori più ostinati.
La luce non contiene nessun seme, nessuna materia, tutto è puro in essa, non si vede altro che un’onda di luce fulgida, argentina, ma si sa infiltrare tanto che fa generare, sviluppare e fecondare le cose più sterili. Chi può resistere alla forza della luce? Nessuno.
Anche i ciechi, se non la vedono, sentono il suo calore; i muti, i sordi, sentono e ricevono il bene della luce. Ora chi potrà resistere alla luce del mio eterno Fiat?
Tutte le sue conoscenze saranno più che raggi di luce del mio Volere, che batteranno la superficie della terra, ed infiltrandosi nei cuori [il Fiat eterno] porterà il bene che contiene e sa dare la luce della mia Volontà.
Ma questi raggi devono tenere la sua sfera da dove partire, devono essere accentrati ad un punto solo da dove spuntare per formare l’alba, il giorno, il meriggio ed il tramonto nei cuori, per risorgere di nuovo.
Quindi la sfera, il punto solo, sei tu; i raggi accentrati in essa sono le mie conoscenze che daranno la fecondità alla generazione dei figli del Regno della mia Volontà.
Perciò ti ripeto sempre: sii attenta, per fare che nessuna delle mie conoscenze resti sperduta; faresti sperdere un raggio da dentro la tua sfera, e tu neppure puoi comprendere tutto il bene che contiene, perché ogni raggio contiene la sua specialità del bene che deve fare ai figli del mio Volere, e priveresti me della gloria di quel bene dei figli miei, e priveresti anche te della gloria di spandere un raggio di luce di più dalla tua sfera”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 20; Dicembre 22, 1926)

“È simile a un granello di senape…” (Lc 13, 19)

… “Figlia mia, calmati, io scelgo chi mi piace; sappi però che tutte le mie opere le incomincio tra me ed una sola creatura e poi vengono diffuse. Difatti chi fu il primo spettatore del Fiat della mia creazione?
Adamo e poi Eva, non furono certo una moltitudine di gente; dopo anni ed anni sono stati spettatori turbe e moltitudini di popoli.
E nel secondo Fiat fu la sola mia Mamma la sola spettatrice, neppure San Giuseppe seppe nulla; e la mia Mamma si trovava più che nelle tue condizioni, era tanta la grandezza della forza creatrice dell’opera mia che sentiva in sé, che confusa non sentiva la forza di farne parola a nessuno, e se poi San Giuseppe lo seppe, fui io che lo manifestai.
Onde nel suo seno verginale, come seme germogliò questo Fiat, se ne formò la spiga per moltiplicarlo e poi uscì alla luce del giorno; ma chi furono gli spettatori? Pochissimi, e nella stanza di Nazareth i soli spettatori erano la mia cara Mamma e San Giuseppe.
Quando poi la mia umanità crebbe, uscii e mi feci conoscere, ma non a tutti; poi si diffuse di più e si diffonderà ancora. Così sarà del terzo Fiat, germoglierà in te, si formerà la spiga; il sacerdote solo ne avrà conoscenza, poi poche anime, e poi si diffonderà, si diffonderà e farà la stessa via della creazione e redenzione.
Quanto più ti senti schiacciata tanto più cresce in te e si feconda la spiga del terzo Fiat; perciò sii attenta e fedele.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 12; Gennaio 24, 1921)

“E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata»” (Lc 13,20-21)

… Dopo di ciò continuavo a valicare il mare interminabile del Fiat Divino, e come emettevo i miei piccoli atti nell’eterno Volere, così si formavano nell’anima mia tanti germi – ed il seme di questi germi era di luce di Volontà Divina – variati da tanti colori, ma animati tutti di luce.
Ed il mio dolce Gesù facendosi vedere, ad uno ad uno alitava quei germi, e come li fiatava, quei germi crescevano tanto da toccare l’immensità divina.
Io son restata meravigliata nel vedere la bontà del mio sommo bene Gesù, che con tanto amore prendeva nelle sue mani santissime quei germi per alitarli, e poi li metteva tutti in ordine nell’anima mia; e guardandomi con amore mi ha detto:
“Figlia mia, dove c’è la forza creatrice della mia Divina Volontà, il mio alito divino ha la potenza di rendere immensi gli atti della creatura; perché mentre la creatura opera nel mio Fiat, nel suo atto vi entra la forza creatrice, la quale vi mette la sorgente dell’immensità divina, ed il piccolo atto della creatura si converte, chi in sorgente di luce, chi in sorgente d’amore, altri in sorgente di bontà, di bellezza, di santità; insomma, quanti più atti fa, tante sorgenti divine più acquista, e crescono tanto da sperdersi nell’immensità del suo Creatore.
Succede come al lievito, che ha virtù di fermentare la farina purché nel formare il pane vi si metta il piccolo lievito come germe di fermentazione; invece se non si mette il lievito, ad onta che sia la stessa farina, il pane non verrà mai fermentato, ma azzimo.
Così è la mia Divina Volontà, più che lievito che getta la fermentazione divina nell’atto umano, e l’atto umano diventa atto divino. Ed io quando trovo il germe della mia Divina Volontà nell’atto della creatura, mi diletto di fiatare l’atto di essa e lo elevo tanto da renderlo immenso; molto più che quell’atto lo possiamo chiamare atto nostro, Volontà nostra operante nella creatura”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 26; Settembre 15, 1929)

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… Dopo di ciò stavo pensando alla Divina Volontà, come mi sembrava difficile che venisse il suo regno; ed il mio amato Gesù ha soggiunto:
“Figlia mia, come il lievito tiene virtù di fermentare il pane, così la mia Volontà è la fermentatrice degli atti della creatura; come essa chiama la mia Volontà Divina negli atti suoi, così restano fermentati da essa e formano il pane del Regno del mio Volere.
Ora non basta il lievito per fare molto pane, ma ci vuole molta farina, ci vuole chi deve compiere questi atti d’unire farina e lievito, ci vuole l’acqua, vincolo d’unione per potere impastare farina e lievito, per fare che il lievito comunicasse la virtù fermentativa e la farina la ricevesse; poi ci vuole il fuoco per cuocere questo pane, per formarlo pane alimentare e digestivo.
Ora non ci vuole più tempo, più atti per formarlo che per mangiarlo? Il sacrificio sta nel formarlo, a mangiarlo si fa subito e si sente il gusto del sacrificio.
Onde, figlia mia, non basta il lievito del mio Fiat Divino che tiene, [lui] solo, virtù di fermentare i tuoi atti, svuotarli dell’umano volere per convertirli in pane di Volontà Divina, ma ci vogliono una continuazione di atti, di sacrifici, e per lungo tempo, in modo che il mio Volere colla sua virtù fermentatrice fermenterà tutti questi atti, per formare molto pane e tenerlo preparato ed a riserbo per i figli del regno suo.
Quando il tutto sarà formato, resta disporre gli eventi, e questo è più facile e si fa più subito, perché sta in nostro potere muovere le cause seconde per fare quel che noi vogliamo.
Non feci altrettanto per la redenzione? I miei lunghi trent’anni della mia vita nascosta furono come il lievito, in cui restarono fermentati tutti i miei atti per formare e fermentare il gran bene della redenzione, la breve vita della mia vita pubblica e la mia passione.
Fu il mio pane fermentato che la mia Volontà Divina formò e fermentò negli atti miei, che come pane spezzai a tutti e diedi a mangiarlo per fare che tutti ricevessero il pane dei redenti, per acquistare le forze necessarie per mettersi in salvo.
Perciò non ti dare nessun pensiero, pensa a fare il tuo dovere e non far sfuggire nessun atto tuo in cui non ci metta il lievito della mia Divina Volontà, affinché l’essere tuo resta fermentato da essa, ed io ci penserò a tutto il resto”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 29; Maggio 10, 1931)