Giovedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario (Lc 19,41-44)
41Quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa 42dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi.
43Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; 44distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».
“Quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa” (Lc 19,41)
Trovandomi nel solito mio stato, il mio sempre amabile Gesù si faceva vedere tutto affannato; il suo respiro era fuoco, e stringendomi a sé mi ha detto: “Figlia mia, voglio refrigerio alle mie fiamme, voglio sfogare il mio amore, ma il mio amore è respinto dalle creature.
Tu devi sapere che io nel creare l’uomo misi fuori, da dentro la mia Divinità, una quantità d’amore che doveva servire come vita primaria delle creature, per arricchirsi, per sostenersi, per fortificarsi, e per aiuto in tutti i loro bisogni.
Ma l’uomo respinge quest’amore, ed il mio amore va ramingo dacché fu creato l’uomo, e gira sempre senza mai fermarsi, e respinto d[a] uno corre ad un altro per darsi, e come è respinto dà in singhiozzo di pianto. Sicché l’incorrispondenza forma il singhiozzo di pianto dell’amore.
Onde mentre il mio amore va ramingo e corre per darsi, se vede uno debole, povero, dà in singhiozzo di pianto e gli dice: ‘Ahi, se non mi facessi andare ramingo e mi avessi dato alloggio nel tuo cuore, saresti stato forte e nulla ti mancherebbe!’ Se vede un altro caduto nella colpa, dà in singhiozzo: ‘Ahi, se mi avessi dato l’entrata nel tuo cuore, non saresti caduto!’
Per quell’altro che vede trascinato dalle passioni, infangato di terra, l’amore piange e singhiozzando gli ripete: ‘Ahi, se avessi preso il mio amore, le passioni non avrebbero vita su di te, la terra non ti toccherebbe, il mio amore ti basterebbe per tutto!’ Sicché in ogni male dell’uomo, piccolo oppure grande, lui ha un singhiozzo di pianto, e continua ad andar ramingo per darsi all’uomo.
E quando nell’orto del Getsemani si presentarono tutti i peccati innanzi alla mia Umanità, ogni colpa aveva il singhiozzo del mio amore; e tutte le pene della mia passione, ogni colpo di flagello, ogni spina, ogni piaga, era accompagnata dal singhiozzo del mio amore.
Perché se l’uomo avesse amato, nessun male poteva venire; la mancanza d’amore ha germogliato tutti i mali ed anche le mie stesse pene. Io nel creare l’uomo feci come un re, che volendo rendere felice il suo regno, prende un milione e lo mette in giro, affinché chi ne vuole ne prenda; ma per quanto gira, appena qualcuno prende qualche centesimo.
Ora il re è ansioso di sapere se i popoli prendono il bene che vuol fare loro, e domanda se il suo milione è finito, per mettere fuori altri milioni, e gli viene risposto: ‘Maestà, appena qualche centesimo [hanno preso]’. Il re sente il dolore nel sentire che il suo popolo non riceve i suoi doni né li apprezza.
Onde uscendo in mezzo ai suoi sudditi, incomincia a vedere, chi coperto di stracci, chi infermo, chi digiuno, chi tremante di freddo, chi senza tetto, ed il re nel suo dolore dà in singhiozzo di pianto e dice:
‘Ah, se avessero preso i miei soldi, non vedrei nessuno che mi fanno disonore coperti di stracci, ma ben vestiti, né infermi, ma sani; non vedrei nessuno digiuno e quasi morto per fame, ma sazi; se avessero preso i miei soldi, nessuno sarebbe senza tetto, avrebbero potuto benissimo fabbricarsi una stanza per ricoverarsi’.
Insomma, in ogni sventura che vede nel suo regno, lui ha un dolore, una lacrima, e rimpiange il suo milione che l’ingratitudine del popolo respinge. Ma è tanta la bontà di questo re, che ad onta di tanta ingratitudine non ritira questo milione, lo fa continuare a girare, sperando che altre generazioni possano prendere il bene che gli altri hanno respinto, e così [egli possa] ricevere la gloria del bene che ha fatto al suo regno.
Così faccio io. Il mio amore uscito non lo ritirerò, continuerà ad andare ramingo; il suo singhiozzo durerà ancora, fino a tanto che trovi anime che prendano questo mio amore fino all’ultimo centesimo, affinché cessi il mio pianto e possa ricevere la gloria della dote dell’amore che ho messo fuori a bene delle creature. Ma sai tu chi saranno le fortunate che faranno cessare all’amore il singhiozzo del pianto?
Le anime che vivranno nel mio Volere; loro prenderanno tutto l’amore respinto dalle altre generazioni, con la potenza della mia Volontà creatrice lo moltiplicheranno quanto vogliono, per quante creature me lo hanno respinto; ed allora cesserà il suo singhiozzo ed in ricambio sottentrerà il singulto della gioia, e l’amore appagato darà alle fortunate tutti i beni e la felicità che gli altri non hanno voluto.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 14; Febbraio 4, 1922)
“Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace!” (Lc 19, 42)
… “Ogni atto fatto nella mia Volontà è un messaggero di pace che parte dalla terra e viene nel Cielo, e viene a mettere pace tra il Cielo e la terra; ogni parola detta sul mio Volere porta il vincolo della pace, e chi viene in esso a vivere, il primo bene che riceve è il vincolo della pace tra essa e noi; si sente come imbalsamata nella nostra pace divina.
Con questo vincolo di pace sente in sé la virtù di fare da paciera tra il Cielo e la terra; tutto è pace in essa: pacifiche son le parole, gli sguardi, i moti. Oh, quante volte con una sola parola mette pace tra noi e le creature! Un solo suo sguardo dolce e pacifico ci ferisce e ci fa cambiare i flagelli in grazie.
Perciò tutti i suoi atti non sono altro che vincolo di pace, messaggeri pacifici che portano il bacio di pace delle creature a Dio, e di Dio alle creature.
Molto più che quanto più la creatura vive nella nostra Volontà, più si addentra nella nostra famiglia divina, acquista di più i nostri modi, viene messa a conoscenza dei nostri segreti, ci somiglia di più, l’amiamo e ci ama di più, e ci mette in condizione di darle sempre nuove grazie, nuove sorprese d’amore. La teniamo in casa nostra appartenente alla famiglia nostra; possiamo dire: mangia alla nostra tavola, dorme sulle nostre ginocchia.
Vivere senza di essa non lo possiamo, il nostro Volere se la vincola in modo, e ce la rende amabile, attraente, che non possiamo stare senza di essa, né essa senza di noi”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 36; Novembre 30, 1938)
“Non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata” (Lc 19,44)
… “Se sapessi come mi pesa l’usar giustizia, e quanto amo la creatura! Tutta la creazione è per me come il corpo all’anima, come la corteccia al frutto. Io sono in continuo atto immediato con l’uomo, ma le cose create mi nascondono come il corpo nasconde l’anima; ma se non fosse per l’anima il corpo non avrebbe vita, così se mi ritirassi dalle cose create, tutte resterebbero senza vita.
Sicché in tutte le cose create io visito l’uomo, lo tocco e gli do la vita: sto nascosto nel fuoco e lo visito col calore; se io non ci fossi il fuoco non avrebbe calore, sarebbe fuoco dipinto e senza vita; e mentre io visito l’uomo nel fuoco, lui non mi riconosce né mi dà un saluto. Sto nell’acqua e lo visito col dissetarlo; se io non ci fossi, l’acqua non disseterebbe, sarebbe acqua morta; e mentre io lo visito lui mi passa avanti senza farmi un inchino.
Sto nascosto nel cibo e visito l’uomo col dargli la sostanza, la forza, il gusto; se io non ci fossi, l’uomo prendendo il cibo resterebbe digiuno, eppure, ingrato, mentre si ciba di me mi volta le spalle.
Sto nascosto nel sole e lo visito con la mia luce quasi ad ogni istante, ma ingrato mi ricambia con continue offese. In tutte le cose lo visito: nell’aria che respira, nel fiore che olezza, nel venticello che rinfresca, nel tuono che colpisce, in tutto; le mie visite sono innumerevoli.
Vedi quanto lo amo? E tu stando nella mia Volontà, sei insieme con me a visitare l’uomo e a dargli la vita; perciò non ti spaventare se qualche volta concorri alla giustizia.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 14; Maggio 12, 1922)
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Stavo seguendo la Divina Volontà negli atti suoi, tanto della creazione quanto della redenzione, [e vedevo] come tutti avevano un connesso colla volontà umana per avere il suo posto la Divina; e siccome molti atti umani sfuggivano di ricevere la santità dell’atto divino non dandogli il primo posto, pensavo tra me:
“Com’è difficile che il Fiat Supremo stenda il suo regno negli atti umani delle creature, perché pare che non riconoscono neppure l’atto divino che corre in loro, quindi non l’apprezzano né gli danno la supremazia dovuta; anzi pare che gli atti umani sono come un popolo senza re, senza ordine, e molti [sono] nemici degli atti divini che a loro vogliono dare la vita, che mentre corre in loro non la riconoscono. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 32; Settembre 10, 1933)
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Sono tra le braccia del mio amabile Gesù, il quale mi circonda tanto del suo Santo Volere che non saprei vivere senza di esso; me lo sento dentro di me, che col suo dolce impero domina su tutto il mio interno e con un amore indicibile si fa vita del mio pensiero, del mio palpito e respiro, e pensa, palpita, respira insieme con me, e pare che mi dice:
“Come son felice che tu senti, conosci che la vita del tuo pensiero, del tuo palpito, di tutta te sono io! Tu senti me in te ed io sento te in me; siamo felici ambedue di fare una sol cosa tutti e due.
Questa è la mia Volontà: che la creatura sente, conosce che sto insieme con essa, mi abbasso a tutti gli atti suoi e li faccio insieme con essa per darle la similitudine della mia vita e degli atti miei divini.
Quanto mi duole quando mi mettono da parte e non riconoscono il mio dominio, e che sono io proprio colui che forma la loro vita!” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 33; Maggio 31, 1935)

Андрей Николаевич Миронов (A.N. Mironov), CC BY-SA 4.0