2Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro 3e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.
4E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. 5Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».
6Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. 7Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».
8E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. 9Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. 10Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

“Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime” (Mc 9, 2-3)

Stavo facendo i miei soliti atti nel Voler Supremo ed una luce inaccessibile avvolgeva il mio piccolo essere, e facendomi come presente tutte le opere del mio Creatore, io avevo un ti amo per ciascuna cosa creata, un moto per ogni moto, una adorazione, un grazie di riconoscenza per tutta la creazione; ma però comprendevo che era la stessa luce che mi somministrava quel ti amo per ogni cosa, quel moto, quell’adorazione; io ero solo in preda della luce ed essa mi allargava, m’impiccoliva e faceva della mia piccolezza quello che voleva.
Ora mentre mi trovavo in questo stato, io ero dolente che non vedevo il mio dolce Gesù e pensavo tra me: “Gesù mi ha lasciata, ed in questa benedetta luce io non so dove rivolgere i miei passi per ritrovarlo, perché non si vede né dove comincia né dove finisce.
Oh, luce santa, fammi trovare colui che è tutta la mia vita, il mio Bene Sommo!” Ma mentre mi sfogavo per il dolore della privazione di Gesù, tutto bontà è uscito da dentro il mio interno e tutto tenerezza mi ha detto:
“Figlia mia, perché temi? Io non ti lascio, ma è piuttosto il Voler Supremo che mi ecclissa in te. La luce della mia Volontà è interminabile, infinita né si trovano i confini dove comincia e dove finisce; invece la mia umanità ha i suoi confini, i suoi limiti e perciò, essendo la mia umanità più piccola della mia eterna Volontà, io resto coinvolto in essa e come ecclissato.
Mentre sto in te do il campo d’azione al mio Volere e godo del suo operato divino nella piccolezza dell’anima tua e preparo una nuova lezione da farti, per farti conoscere sempre più le maraviglie del mio Supremo Volere. Perciò quando nuoti in esso sii certa che sto con te, anzi faccio con te ciò che fai tu, e per darle tutto il campo d’azione io sto in te come nascosto per godermi i suoi frutti.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 19; Maggio 27, 1926)

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… “Vivere nella mia Volontà è possedere la sorgente dell’unità della luce della mia Volontà, con tutta la pienezza degli effetti che in essa ci sono. Sicché sorge in ogni suo atto la luce, l’amore, l’adorazione, ecc., che costituendosi atto per ogni atto, amore per ogni amore, come luce solare invade tutto, armonizza tutto, accentra tutto in sé, e come fulgido raggio porta al suo Creatore il contraccambio di tutto ciò che ho fatto per tutte le creature e la vera nota d’accordo tra il cielo e la terra.
Qual differenza tra chi possiede la sorgente dei beni che contiene il sole della mia Volontà e tra chi vive degli effetti di essa! Ci sarebbe la differenza che c’è tra il sole e la terra. Il sole possiede sempre la pienezza della luce e degli effetti, è sempre sfolgorante e maestoso nella volta dei cieli né ha bisogno della terra, e mentre tocca tutto esso è intangibile, non si fa toccare da nessuno e se qualcuno ardisse anche di fissarlo, con la sua luce lo ecclissa, l’acceca e l’atterra.
Invece la terra ha bisogno di tutto, si fa toccare, spogliare, e se non fosse per la luce del sole e dei suoi effetti, sarebbe una tetra prigione piena di squallida miseria.
Perciò non c’è paragone che regge tra chi vive nella mia Volontà e tra chi si sottopone ad essa. Sicché l’unità della luce la possedeva Adamo prima di peccare e non potette più ricuperarla stando in vita. Di lui successe come [al]la terra che gira intorno al sole, che non essendo fissa, mentre gira si oppone al sole e forma la notte.
Ora per renderlo fermo di nuovo e così poter sostenere l’unità di questa luce, ci voleva un riparatore e questo doveva essere superiore a lui; ci voleva una forza divina per raddrizzarlo; ecco la necessità della redenzione. L’unità di questa luce la possedeva la mia celeste Mamma, e perciò più che sole può dare luce a tutti.
E perciò tra lei e la Maestà Suprema non ci fu mai notte né ombra alcuna, ma sempre pieno giorno, e perciò in ogni istante quest’unità della luce del mio Volere faceva scorrere in lei tutta la vita divina che le portava mare di luce, di gioie, di felicità, di cognizioni divine, mari di bellezza, di gloria e d’amore.
E lei come in trionfo portava al suo Creatore tutti questi mari come suoi, per attestargli il suo amore, la sua adorazione e per farlo invaghire della sua bellezza, e la Divinità faceva scorrere altri mari nuovi e più belli. Lei possedeva tant’amore, che come connaturale poteva amare per tutti, adorare e supplire per tutti.
I suoi piccoli atti fatti nell’unità di questa luce erano superiori ai più grandi atti ed a tutti gli atti di tutte le creature insieme; perciò si possono chiamare i sacrifizi, le opere, l’amore di tutte le altre creature, piccole fiammelle di fronte al sole, goccioline d’acqua di fronte al mare, al confronto degli atti della Sovrana Regina.
E perciò lei in virtù dell’unità di questa luce del Supremo Volere trionfò di tutto e vinse il suo stesso Creatore e lo fece prigioniero nel suo materno seno. Ah, solo l’unità di questa luce del mio Volere, che possedeva colei che imperava su tutto, potette formare questo prodigio non mai successo, e che le somministrava gli atti degni di questo prigioniero divino!
Adamo col perdere quest’unità della luce si capovolse e formò la notte, le debolezze, le passioni per sé e per le generazioni. Questa Vergine eccelsa col non fare mai la sua volontà stette sempre diritta e di rimpetto al sole eterno, e perciò per lei fu sempre giorno e fece spuntare il giorno del sole di giustizia per tutte le generazioni.
Se questa Vergine Regina non avesse fatto altro che conservare nel fondo dell’anima sua immacolata l’unità della luce dell’eterno Volere, sarebbe bastato per ridarci la gloria di tutti ed il contraccambio dell’amore di tutta la creazione.
La Divinità per mezzo suo in virtù della mia Volontà si sentì ritornare le gioie e la felicità che aveva stabilito di ricevere per mezzo della creazione. Perciò lei si può chiamare la Regina, la Madre, la fondatrice, la base e specchio della mia Volontà in cui tutti possono rimirarsi per ricevere da lei la vita di essa”.
Dopo ciò io mi sentivo come inzuppata da questa luce e comprendevo il gran prodigio del vivere nell’unità di questa luce del Voler Supremo, ed il mio dolce Gesù ritornando ha soggiunto:
“Figlia mia, Adamo nello stato d’innocenza e la mia Mamma celeste possedevano l’unità della luce della mia Volontà, non in virtù propria, ma per virtù comunicata da Dio; invece la mia umanità la possedeva per virtù propria, perché in essa non solo c’era l’unità della luce del Supremo Volere, ma c’era il Verbo eterno, e siccome io sono inseparabile dal Padre e dallo Spirito Santo, successe la vera e perfetta bilocazione, che mentre rimasi in cielo scesi nel seno della mia Mamma; ed essendo il Padre e lo Spirito Santo inseparabili da me, anche loro vi scesero insieme e nel medesimo tempo restarono nell’altezza dei cieli”…. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 19; Maggio 31, 1926)

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… “La santità di chi vive nell’unità della luce della mia Volontà [è] parto di quell’atto solo del suo Creatore, che mentre è uno nelle mani creatrici, i raggi della sua Volontà, uscendo da Dio, invadono tutto e producono opere ed effetti tanto innumerevoli che l’uomo non può giungere a contarli tutti.
Sicché questa santità, essendo parto di quell’atto solo, sarà cura e gelosia del Voler Supremo che racchiuda in sé tutti i colori, tutte le svariate bellezze, tutti i beni possibili ed immaginabili.
Sicché più che sole sfolgorante racchiuderà ed ecclisserà in sé tutta la creazione con le sue svariate bellezze; tutti i beni della creazione si vedranno racchiusi in lei, tutte le santità si vedranno in lei; ed io, sfoggiando in amore più che mai, metterò il suggello della mia stessa santità in chi avrà posseduto il Regno della mia Volontà.”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 19; Luglio 2, 1926)

“Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!” (Mc 9,7)

… “Figlia mia, questo sole che tu vedi nell’intelligenza della mia Umanità fu formato dalla mia Divinità, la quale mi dotò con la potenza creatrice e con l’onniveggenza di tutte le cose, in modo che io dovevo essere il nuovo sole delle anime.
E come il sole che creai per bene della natura percorre con la sua luce tutta la terra, senza negare a nessuno gli effetti della sua luce, ad onta che non si parta dal cielo, ma fa partire dal suo centro i raggi che portano i beni che contiene il sole sulla terra, così la mia Divinità, senza partirsi da me, con la sua luce inaccessibile formava una raggiera di luce; e questi raggi percorrevano tutti e tutto, ed io in ogni istante percorrevo ciascun pensiero, parola e atto di tutte le creature, e mi costituivo gloria perenne al Padre mio di ciascun pensiero, atto, parola, ecc., di tutte le umane generazioni.
Questa luce, mentre si elevava al Padre Celeste, scendeva per prendere come in pugno tutti gli atti umani per illuminarli, riscaldarli e ripararli; sicché su ciascun atto umano pende una luce che continuamente vuol fargli del bene. In me il fare questo era come connaturale; tu, figlia mia, non hai questa potenza di fare in tutti gli atti un atto solo come facevo io, perciò nella mia Volontà percorrerai ad uno ad uno ciascun raggio, e a poco a poco farai la via che fece la mia Umanità.”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 17; Gennaio 22, 1925)

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… Ora mentre Gesù ciò diceva, a me mi è venuto il dubbio se le Tre Divine Persone avevano sofferto tutti e Tre, oppure il solo Verbo; e Gesù ha ripreso il suo dire col dirmi:
“Figlia mia, il Padre e lo Spirito Santo, perché inseparabili da me, scesero insieme con me ed io restai con loro nei cieli, ma il compito di soddisfare, di patire e di redimere l’uomo, fu preso da me. Io, Figlio del Padre, presi la parte di rappacificare Dio con l’uomo.
La nostra Divinità era intangibile di poter patire la minima pena; fu la mia umanità che, unita con le Tre Divine Persone in modo inseparabile, dandosi in balia della Divinità pativa pene inaudite, soddisfaceva in modo divino.
E siccome la mia umanità non solo possedeva la pienezza della mia Volontà come virtù propria, ma lo stesso Verbo e, conseguenza dell’inseparabilità, il Padre e lo Spirito Santo, perciò superò in modo più perfetto tanto Adamo innocente quanto la stessa Mamma mia, perché in loro era grazia, in me era natura; loro dovevano attingere da Dio la luce, la grazia, la potenza, la bellezza, in me c’era la fonte che sorgeva luce, bellezza, grazia, ecc. Sicché era tanta la differenza in me, che era natura, e nella stessa Mamma mia, che era grazia, che lei restava ecclissata innanzi alla mia umanità.
Perciò figlia mia sii attenta, il tuo Gesù tiene la fonte che sorge e tiene sempre da darti e tu sempre da prendere. Per quanto ti posso dire sulla mia Volontà, tengo sempre da dirti e non ti basterà né la corta vita dell’esilio né tutta l’eternità, a farti conoscere la lunga storia della mia Suprema Volontà e a numerarti i grandi prodigi che ci sono in essa”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 19; Maggio 31, 1926)

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… “Figlia mia, scrivi un poco; son contento di poco e non [di] nulla. Quando potrai allora scriverai più a lungo, ed in quel poco che scriverai ti aiuterò io, non ti lascerò sola e, quando vedrò che non potrai più andare avanti, io stesso ti dirò basta, perché ti amo tanto, ed [amo] anche la tua natura, perché anch’essa è mia e non voglio che ti affatichi al di sopra delle tue forze.
Ma non togliermi questo gusto di mantenere la sempre nuova corrispondenza di scrivere ciò che ti voglio dire. Tu sai che non c’è per me in tutto il mondo un punto dove posso partecipare le mie felicità e riceverne il contraccambio.
Sicché il punto della mia felicità nel mondo sei tu, e questa mia felicità viene formata dal mio dire. Quando io posso parlare con una creatura, farmi intendere, per me è felicità e[d è] felicità piena, sovrabbondante per chi mi ascolta.
Molto più che parlando con te, stando tu nel mio Volere, io parlo a te nella mia stessa Volontà, non fuori di essa, e son certo d’essere compreso; molto più che, parlandoti del mio Volere, sento in te la felicità del regno mio, l’eco della felicità della patria celeste.
Sai, figlia mia, come succederebbe [se tu non scrivessi]? Siccome io ti tengo nel Fiat Supremo, guardo te come una della mia patria celeste. Che diresti tu se una che vive già nel cielo non volesse ricevere le mie nuove gioie, che naturalmente sprigiono dal mio seno per felicitare tutti i beati?
Perché in me è natura dare sempre nuove beatitudini, questa tale sarebbe un intoppo alla mia felicità, me le chiuderebbe nel mio seno le gioie che voglio mettere fuori.
Così succederebbe di te: saresti un intoppo alla mia felicità, alle gioie sempre nuove che possiede la mia Volontà. Molto più che io mi sento più felice quando rendo più felice la piccola figlia del mio Volere, che solo per causa nostra, non per altro, si trova nel basso dell’esilio, per darci il campo di formare il regno nostro in mezzo alle creature e di reintegrarci i diritti e la gloria dell’opera di tutta la creazione.
Credi tu che il mio cuore può tollerare di non rendere felice la piccola figlia mia? No, no. Per me sarebbe la pena più grande. Non è forse per te la felicità più grande la mia parola?”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 20; Gennaio 13, 1927)