XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – B – (Mc 9, 38-43.45.47-48)
“Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa” (Mc 9, 41)
Mi sento tra le braccia del Fiat Divino, il quale è tanto il suo amore che mi alimenta colla sua luce, mi riscalda col suo calore, e se sono stanca mi culla sulle sue ginocchia per darmi il suo riposo, che mi fa risorgere a nuova vita. Volontà Divina, quanto sei amabile! Tu sola mi sai amare davvero, e trovo il rifugio a tutti i miei mali. Ma mi sentivo oppressa nel vedere che quelli che mi circondano soffrono e fanno dei grandi sacrifizi per causa mia. Com’è doloroso vedere sacrificati gli altri! Ed il mio dolce Gesù, stringendomi fra le sue braccia in atto di compatirmi, tutto tenerezza mi ha detto:
“Povera figlia mia, coraggio, non voglio che ci pensi. Tu devi sapere che io posso e so pagar bene anche i piccoli sacrifizi, le attenzioni; molto più i grandi. Io numero tutto e neppure un respiro fatto per me lascio senza ricompensa, molto più se questi sacrifizi vengono fatti a chi mi ama, a chi vuol vivere nel mio Volere, mi sento che me se li fa a me stesso; ed io per fare che questi sacrifizi siano fatti di buona volontà vi metto il mio gusto divino, in modo che faccio sentire il gusto, il piacere di fare quei sacrifizi, in modo che sentono il bisogno di farli, il gusto, il piacere nel sacrifizio. Sono come il sale, i condimenti ai cibi; come l’olio alle ruote, che prima camminavano a stento: messo l’olio corrono. Il gusto divino svuota il sacrifizio e lo rende leggero e piacevole.
Ecco perciò la causa che nel nostro amore creammo una passione santa, un gusto, un piacere, che non sappiamo stare se non amiamo la creatura. Fu questa nostra passione d’amore che ci faceva sentire l’estremo bisogno di attestare colle nostre opere l’amore verso le creature, tanto che nessuno ci pregò che creassimo un cielo, un sole e tant’altre cose; tanto che dopo create le guardammo e provammo tanto gusto e piacere, che nella nostra enfasi d’amore esclamammo: ‘Come son belle le opere nostre!’ Ma ci daranno più gloria, proveremo più gusto, quando le opere nostre si daranno alle creature per amarle, per farci amare da esse. Allora alla nostra passione d’amore, all’estremo bisogno d’amare, si aggiungeva la follia, il delirio d’amore, tanto che non ci contentammo delle sole opere: l’amore giunse a tanto, che sentimmo il bisogno di metterci anche la vita.
Difatti che cosa non mi fece fare questa necessità d’amare che sentivo in me? Mi fece soffrire pene inaudite, sentii le umiliazioni più umilianti e fino la stessa morte tra spasimi atroci. Ora questa nostra stessa passione d’amare non si contenta, se non partecipa questa nostra stessa passione d’amare alla creatura. Perciò nei sacrifizi che facciamo fare, creiamo in essi la passione santa, la corrediamo di gusto, di piaceri, da farle fare le più belle con-quiste. Questa passione diventa ingegnosa, si industria in mille modi, e se non si rende operante pare che non sa né stare né vivere. Se non vi è pas-sione, anche nelle opere sante, e gusto nei sacrifizi, pare che sono opere dipinte, non vive: hanno un freddo, un’apatia, che producono più disgusto che gusto, e forse più male che bene.
Perciò, figlia mia, non ti dar pensiero dei sacrifizi che fanno per te; anzi devo dirti che lo fanno per me, non per te, ed io ci metterò tale grazia, gusto e piacere, da svuotare il sacrifizio, e poi a seconda l’amore che lo faranno, io mi riverserò in loro, e come faranno il sacrifizio voluto da me, così farò crescere la mia vita in essi. Non è forse la mia passione d’amore, che mi fa tanto dire della mia Volontà per creare nell’uomo la passione di vivere nel mio Volere? Col dirne tante voglio affogare la volontà umana dei nostri gusti divini, ma tanto da farla decidere, in virtù del gusto che sente, della feli-cità che prova, di vivere nella mia Volontà. E poi lo puoi dire tu stessa: quanti gusti, contenti, gioie ti ho dato nello stato sacrificante in cui ti ho messo?
Quindi lascia fare al tuo Gesù, che sa aggiustare il sacrifizio e lo rende amabile, facile ed anche desiderabile, molto più che al sacrifizio della creatura ci metto la forza, il sostegno, la vita del mio sacrifizio; posso dire che il mio sacrifizio prende nel suo grembo il sacrifizio di essa e fa da guida, da vita, da luce, a colui o colei che di buona volontà vogliono sacrificarsi per me”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 35; Marzo 30, 1938)
“Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me…” (Mc 9, 42)
Questa mattina dopo aver molto stentato, vedevo Nostro Signore crocifisso, ed io stavo baciando le piaghe delle sue mani e riparando e pregando che santificasse, perfezionasse, purificasse tutte le opere umane per amor di quanto aveva sofferto nelle sue santissime mani; ed il benedetto Gesù mi ha detto:
“Figlia mia, le opere che più inaspriscono le mie mani e che più mi amareggiano ed allargano le mie piaghe, sono le opere buone fatte con disatten-zione, perché la disattenzione toglie la vita all’opera buona, e le cose che non hanno vita sono sempre prossime a marcire; quindi a me mi fanno nau-sea, ed all’occhio umano è più scandalo l’opera buona fatta senza attenzione che lo stesso peccato, poiché il peccato si sa ch’è tenebre, e non è ma-raviglia che le tenebre non danno luce, ma l’opera buona ch’è luce e dà tenebre, offende tanto l’occhio umano che non sa più dove trovare la luce; e quindi trova un ingombro nella via del bene.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 6; Settembre 6, 1905)
“Figlia mia, vieni a me, che ti voglio consolare; hai ragione di lamentarti così, perché ne soffri, ma fa d’uopo ricordarti quanto di più ho sofferto io per amor tuo. Anche le mie sofferenze furono sino ad un certo punto del tutto nascoste; ma quando, poi, la Volontà del Padre mio volle farmi patire pubblicamente, allora prontamente andai incontro ad ogni disprezzo, obbrobrio e confusione, sino ad essere spogliato delle vesti, e nudo comparii in mezzo ad un numerosissimo popolo.
Potresti tu, ora, immaginare maggior confusione di questa? Eppure la mia natura sentiva in sé viva questa specie di confusione, ma l’occhio mio era fisso alla Volontà del Padre mio, e quella pena e sofferenza era da me offerta in riparazione delle tante offese che vengono fatte dagli uomini, col commettere le più nefande azioni al cospetto del cielo e della terra, senza alcun rossore; anzi vengono esse commesse ad occhi aperti e menandone vanto ed ostentazione, quasi avessero compiuta qualche opera grandiosa. Ed io, ad onta di tutto questo, dicevo al Padre mio: ‘Padre santo, accettate la mia confusione ed i miei obbrobri in riparazione delle tante colpe che si commettono da tanti, che sfacciatamente e senza ritegno ti offendono pubblicamente, con grave scandalo dei piccoli fanciulli; perdonate, dunque, loro, e date superni lumi, acciò vedano la bruttezza del peccato e, con-vertendosi, ritornino sul sentiero della virtù’.
Ora, se tu vuoi imitarmi, non devi partecipare a questa specie di sofferenze tollerate ancor da me per il maggior bene di tutti? Non sai tu che i più bei regali che posso dare alle anime che più mi si son rese care, sono le croci e le pene che tanto mi toccarono da vicino? Tu sei ancor bambinella nella via della croce, e perciò ti senti troppo debole, ma quando ti sarai fatta più grandicella ed avrai ben conosciuto quanto è prezioso il nudo patire, allo-ra più vivo si farà in te il desiderio di patire; appoggiati, dunque, in me e riposati, che così acquisterai fortezza ed amore al patire.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 1; cap. 21)
