1 Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. 2Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 3le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; 4le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi.
5Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. 6A mezzanotte si alzò un grido: «Ecco lo sposo! Andategli incontro!». 7Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade.
8Le stolte dissero alle sagge: «Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono». 9Le sagge risposero: «No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene».
10Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: «Signore, signore, aprici!».
12Ma egli rispose: «In verità io vi dico: non vi conosco». 13Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

“Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo” (Mt 25,1)

O mio Gesù, prigioniero celeste, già il sole è al tramonto e le tenebre invadono la terra, e tu resti solo nel tabernacolo d’amore!
Parmi di vederti atteggiato a mestizia per la solitudine della notte, non avendo attorno a te la corona dei tuoi figli e delle tue tenere spose, che almeno ti facciano compagnia alla tua volontaria prigionia.
O mio divin prigioniero, anch’io mi sento stringere il cuore nel dovermi allontanare da te, e son costretta a dirti addio! Ma che dico, o Gesù, mai più addio, non ho il coraggio di lasciarti solo, addio con le labbra, ma non col cuore; anzi il mio cuore lo lascio insieme con te nel tabernacolo.
Conterò i tuoi palpiti e vi corrisponderò con un mio palpito d’amore, numererò i tuoi affannosi sospiri e per rinfrancarti ti farò riposare nelle mie braccia. Ti farò da vigile sentinella, starò tanto attenta a guardare se qualche cosa t’affligge o ti addolora, non solo per non lasciarti mai solo, ma per prendere parte a tutte le tue pene.
O cuore del mio cuore, o amore del mio amore, lascia quest’aria di mestizia e consolati, non mi dà il cuore di vederti afflitto; mentre con le labbra ti dico addio, ti lascio i miei respiri, i miei affetti, i miei pensieri, i miei desideri e tutti i miei movimenti, che inanellando tra loro continui atti d’amore, uniti ai tuoi ti formeranno corona che ti ameranno per tutti; non sei contento, o Gesù? Pare che mi dici di sì, non è vero?
Addio, o amante prigioniero; ma non ho finito ancora, prima che io parta voglio lasciarti anche il mio corpo innanzi a te. Intendo delle mie carni, delle mie ossa, fare tanti minutissimi pezzi per formare tante lampade per quanti tabernacoli esistono nel mondo, e del mio sangue tante fiammelle per accendere queste lampade, ed in ogni tabernacolo intendo di mettere la mia lampada, che unendosi alla lampada del tabernacolo che ti rischiara la notte, ti dirà: “Ti amo, ti adoro, ti benedico, ti riparo e ti ringrazio per me e per tutti.”
Addio, o Gesù, ma senti un’altra parola ancora: patteggiamo, ed il patto sia che ci ameremo di più. Mi darai più amore, mi chiuderai nel tuo amore, mi farai vivere d’amore e mi seppellirai nel tuo amore; stringiamo più forte il vincolo dell’amore, sarò sol contenta se mi darai il tuo amore per poterti amare davvero.
Addio, o Gesù, benedite me, benedite tutti. Stringimi al tuo cuore, imprigionami nell’amor tuo, e ti lascio con lo scoccarti un bacio sul cuore. Addio, addio. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 20; L’addio della sera a Gesù sacramentato)

“Poiché lo sposo tardava…” (Mt 25, 5)

Sono tra le braccia della Divina Volontà, ma col chiodo nel cuore della privazione del mio dolce Gesù. Aspetto e riaspetto, ed il solo aspettare è la pena che più mi tortura.
Le ore mi sembrano secoli, i giorni interminabili; e se, mai sia, si presenta il dubbio che la cara mia vita, il dolce Gesù più non verrà, oh, allora non so che mi succede!, voglio disfarmi di me, della stessa Divina Volontà che mi tiene imprigionata su questa terra, e con rapido volo andarmene al Cielo; ma ciò neppure mi è dato, perché le sue catene sono tanto forti che non sono soggette a spezzarsi; e mi sento legare più forte, tanto che appena mi è dato di pensarlo e finisco con un abbandono più intenso nel Fiat Supremo.
Ma mentre deliravo, non potendone più, il mio sempre amabile Gesù è ritornato alla sua piccola figlia, facendosi vedere con una ferita nel cuore che versava sangue e fiamme, come se volesse coprire tutte le anime col suo sangue e bruciarle col suo amore, e tutto bontà mi ha detto:
“Figlia mia, coraggio, anche il tuo Gesù soffre, e le pene che mi danno più dolore sono le pene intime, che mi fanno versare sangue e fiamme; ma la mia pena maggiore è la continua aspettazione.
I miei sguardi sono sempre fissi sulle anime, e vedo che una creatura è caduta nel peccato, e aspetto e riaspetto il suo ritorno al mio cuore per perdonarla, e non vedendola venire aspetto col perdono nelle mie mani; [a] quell’aspettare mi si rinverdisce la pena e mi forma tale un tormento, da farmi versare sangue e fiamme dal mio trafitto cuore; le ore, i giorni che aspetto mi sembrano anni. Oh, come è duro aspettare!
Passiamo avanti. Il mio amore ama tanto la creatura, che nel metterla alla luce del giorno stabilisco quanti atti d’amore deve farmi, quante preghiere, quante opere buone deve fare, e questo per darle il diritto che io l’amassi sempre, che le concedessi le grazie, gli aiuti per bene operare; ma le creature se ne servono per formarmi la pena d’aspettare.
Oh, quante aspettazioni da un atto d’amore all’altro, se pure me lo fanno! Quanta lentezza nell’operare il bene, nel pregare, se pure lo fanno! Ed io aspetto, riaspetto, sento l’irrequietezza del mio amore che mi dà il delirio, le smanie, e mi dà tale pena intima che se fossi soggetto a morire, sarei morto tante volte per quante volte non sono amato dalle creature.
Oltre di ciò vi è la lunga aspettazione nel sacramento del mio amore. Io aspetto tutti, giungo a contare i minuti; macché, molti invano li aspetto, altri vengono con una freddezza glaciale, da mettermi il colmo al duro martirio delle mie aspettazioni; pochi sono quelli che ci aspettavamo a vicenda, e[d è] solo in questi che mi rinfranco, mi sento come rimpatriato nel loro cuore, sfogo il mio amore e trovo un ristoro al duro martirio del mio continuo aspettare.
A certi sembra che sia nulla questa pena, invece è la massima, che costituisce il più duro martirio; e tu lo puoi dire quanto ti costa l’aspettarmi, tanto che se io non venissi a mettere termine ed a sostenerti, non avresti potuto durare. E poi vi è un’altra aspettazione, più dolorosa ancora: il sospiro, il desiderio ardente, le lunghe ansie del Regno della mia Divina Volontà.
Sono circa seimila anni che aspetto che la creatura rientra in essa; l’amo tanto che voglio, sospiro di vederla felice, ma per ottenere ciò dobbiamo vivere d’una sola Volontà, sicché ogni atto opposto alla mia è un chiodo che mi trafigge.
Ma sai perché? Perché me la rende maggiormente infelice e dissimile da me, ed io vedendomi nel pelago immenso delle mie felicità, ed i miei figli infelici, oh, come soffro! E mentre aspetto e riaspetto le sono d’intorno, la abbondo di grazie, di luce, in modo che loro stessi possono correre per far vita insieme con me; e con un solo Volere si cambierà la loro sorte, avremo beni comuni, felicità senza termine.
Le altre pene mi danno qualche tregua, ma la pena di aspettare non mi cessa mai, mi tiene sempre in sentinella, mi fa usare i ritrovati più eccessivi, mi fa formare le invenzioni d’amore, da fare strabiliare Cieli e terra; mi fa giungere a pregare la creatura, a supplicarla che non mi faccia più aspettare, che più non posso, mi pesa troppo.
Perciò, figlia mia, unisciti insieme con me ad aspettare il Regno della mia Volontà ed a tutte le aspettazioni che mi fanno soffrire le creature, almeno saremo in due, e la tua compagnia mi darà un ristoro ad una pena sì dura”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 33; Luglio 21, 1935)

“Le stolte dissero alle sagge: «Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono” (Mt 25,8)

Trovandomi nel solito mio stato, sentivo una voce che mi diceva: “Vi sta un lume che chiunque s’avvicina può accendervi quante fiammelle vuole, e queste fiammelle servono a fare corona d’onore al lume e dar luce a chi [le ha] accese.”
Io dicevo tra me stessa: “Che bel lume che è questo, che tiene tanta luce e tanta potenza, che mentre dà agli altri quanta luce vogliono, lui resta sempre quello che è senza impoverire di luce! Ma chi sarà colui che lo tiene?”
Mentre ciò pensavo, mi sono sentita ripetere: “Il lume è la grazia, e la tiene Iddio; e l’avvicinarsi significa la buona volontà dell’anima di far del bene, ché quanti beni si vogliono attingere dalla grazia, si attingono; e la fiammella che vi si forma sono le diverse virtù, che mentre danno gloria a Dio danno luce all’anima.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 6; Settembre 26, 1904)

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Stavo pensando come poteva succedere che il mio dolce Gesù, come pensava, parlava, operava, ecc., stendeva i suoi pensieri in ciascun pensiero di creatura, in ciascuna parola e opera. Ed il mio amato Gesù muovendosi nel mio interno mi ha detto:
“Figlia mia, nulla c’è da meravigliare di ciò, in me c’era la Divinità con la luce interminabile della sua Volontà Eterna. In questa luce io scorgevo in modo facilissimo ciascun pensiero, parola, palpito e atto delle creature; e come io pensavo, la luce che io contenevo portava il mio pensiero a ciascun pensiero delle creature, e così la mia parola e tutto il resto che io facessi e soffrissi.
Vedi, anche il sole possiede questa virtù: la sua luce è una, eppure quanti non restano inondati da quella luce? Se si potesse vedere tutto l’interno dell’uomo: pensieri, palpiti, affetti, come il sole invade ciascuno con la sua luce, così farebbe scorrere la sua luce in ciascun pensiero, palpito e altro.
Ora se ciò può fare la luce del sole, senza che scenda dall’alto in basso per dare a ciascuno il suo calore e la sua luce, eppure non è altro che l’ombra della mia luce, molto più lo posso fare io che contengo luce immensa ed interminabile.
E poi la mia Volontà Divina che contiene questa virtù, come l’anima entra nel mio Volere, così apre la corrente della luce che la mia Volontà contiene, e la mia luce invadendo tutti porta a ciascuno il pensiero, la parola, l’atto che è entrato nella corrente della sua luce.
Perciò non c’è cosa più sublime, più estesa, più divina, più santa del vivere nel mio Volere; le generazioni dei suoi atti sono incalcolabili.
Sicché l’anima quando non è unita con la mia Volontà né entra in essa, non dà la giratina né apre la corrente della sua luce interminabile; quindi tutto ciò che fa resta personale od individuale: il suo bene, la sua preghiera è come quella piccola luce che si usa nelle stanze, che non tiene virtù di dar luce a tutti i ripostigli della casa, molto meno può dare luce al di fuori, e se manca l’olio, cioè la continuazione dei suoi atti, la piccola luce si smorza e resta all’oscuro.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 16; Marzo 2, 1924)

“Vegliate dunque…” (Mt 25,13)

… Ora riprendo il mio dire: la notte lasciai (1) sola col mio sacramentato Gesù, i miei occhi erano fissi nella porticina del tabernacolo, la lampada col suo tremolio continuo mi sembrava che ora volesse spegnersi, ma poi si ravvivasse, ed io avevo un sussulto al cuore, temendo che Gesù potesse rimanere all’oscuro.
Ed il mio sempre amabile Gesù movendosi nel mio interno mi ha stretta fra le sue braccia e mi ha detto: “Figlia mia non temere, ché la lampada non si spegne, e se si spegnesse tengo te, lampada viva, lampada che col tuo tremolio, più che col tremolio della lampada eucaristica, mi dice ti amo, ti amo, ti amo.
Oh, come è bello il tremolio del tuo ti amo! Il tuo tremolio mi dice amore, ed unendosi colla mia Volontà, di due volontà ne formiamo una sola. Oh, com’è bella la tua lampada ed il tremolio del tuo ti amo!
Non c’è da paragonarsi colla lampada che arde innanzi al mio tabernacolo d’amore, molto più che stante in te la mia Divina Volontà, formi il tremolio del tuo ti amo nel centro del sole del mio Fiat, ed io veggo e sento che non una lampada, ma un sole mi brucia davanti.
Sia la ben venuta la mia prigioniera, sei venuta a far compagnia al tuo prigioniero. Siamo tutti e due in prigione, tu nel letto ed io nel tabernacolo, è giusto che siamo vicino, molto più che uno è lo scopo che ci tiene in prigione: la Volontà Divina, l’amore, le anime.
Come mi sarà gradita la compagnia della mia prigioniera! Ce la sentiremo insieme, per preparare il Regno del mio Fiat Supremo. Ma sappi, figlia mia, che il mio amore ti ha prevenuto, io mi son messo primo in questa custodia prigioniero per aspettare la mia prigioniera e la tua dolce compagnia; vedi dunque come il mio amore è stato il primo a correre verso di te.
Come ti ho amato e ti amo!, ché dopo tanti secoli di prigionia in questo tabernacolo non ho avuto mai una prigioniera che mi facesse compagnia, che mi stesse vicina, vicina, sono stato sempre solo o al più in compagnia di anime non prigioniere, in cui non vedevo in loro le mie stesse catene; ora finalmente è giunto il tempo d’aver una prigioniera, per tenerla continuamente vicina sotto dei miei sguardi sacramentali, che solo le catene della mia Volontà Divina la tengono prigioniera.
Compagnia più dolce e più gradita non mi poteva venire. Quindi mentre saremo insieme in prigione, ci occuperemo del Regno del Fiat Divino, lavoreremo insieme e ci sacrificheremo per farlo conoscere alle creature”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 25; Ottobre 7, 1928)
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(1) restai

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… Onde seguivo il mio giro negli atti del Voler Divino. Mi sentivo sofferente e con una veglia che non potevo star quieta; i minuti mi parevano secoli. Che notte eterna!
Ed aspettavo il mio dolce Gesù che venisse a quietarmi; finalmente dopo molto aspettare, il mio caro Gesù si faceva vedere tutto affannato, e tutto bontà mi ha detto: “Povera figlia, come è dura la veglia, non è vero? Quante volte il tuo Gesù si trova con queste pene sì crude e strazianti! Quante veglie mi fanno fare le creature!
Posso dire che sto sempre in veglia e soffro l’irrequietezza del mio amore: se la creatura pecca, me la sento sfuggire dalle mie braccia ed io veglio, la guardo e la vedo attorniata dai demoni che fanno festa e giungono a burlarla del bene che ha fatto. Povero bene, quanto viene coperto dal fango della colpa!
Ed io siccome l’amo ancora, le mando qualche barlume di luce e veglio; le mando rimorsi per farla rialzare, e veglio; i minuti mi paiono secoli né posso quietarmi se non la vedo ritornare nelle mie braccia, e veglio; veglio sempre, le spio i palpiti del suo cuore, i pensieri della sua mente per suscitare il ricordo di quanto l’amo, macché, invano, e son costretto a vegliare.
Che dura veglia! Se mi ritorna, mi riposo alquanto, altrimenti continua la mia veglia. Se un’altra [creatura] vuol fare un bene e prende tempo e non si decide mai, io veglio, cerco d’allettarla col mio amore, colle ispirazioni ed anche colle promesse; ma non si risolve, trova tanti pretesti, difficoltà, e mi tiene sempre in veglia.
Quante veglie mi fanno fare le creature, ed in tanti modi! Ecco la tua veglia, per tenere un poco di compagnia alla mia veglia continua. Perciò soffriamo insieme, amami e troverò un piccolo riposo alle tante mie veglie”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 36; Maggio 10, 1938)