Venerdì della II settimana del Tempo Ordinario (Mc 3,13-19)
13Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. 14Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare 15con il potere di scacciare i demòni.
16Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, 17poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè «figli del tuono»; 18e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo 19e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì.
“Chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui” (Mc 3, 13)
Ricordo che, ragazza, avevo quasi una smania di volermi far suora, e siccome andavo dalle suore a scuola, io sentivo un affetto un po’ spinto per loro, ma però le volevo bene perché volevo essere come una di loro; ma nel mio interno mi sentivo rimproverarmi di questo affetto, e mentre promettevo di non amare altro che Gesù, ricadevo di nuovo, e Gesù ritornava a darmi amari rimproveri. Unico affetto che ricordo, che ho sentito in vita mia in modo speciale, che poi non mi son sentita più amore con nessuno.
Che tirannia è un affetto naturale e forse anche innocente, al povero cuore umano! Lo ricordo con terrore; i rimproveri interni mi mettevano in croce; mi sembrava che il mio affetto teneva in croce Gesù, e Gesù per ricambio metteva in croce me, e perciò non godevo la vera pace, perché è la natura dell’amore umano, guerreggiare un povero cuore.
Aver pace ed amare persone con modo speciale, non esiste nel mondo, e se esiste significa non aver coscienza, ed ancorché fosse con fine santo o indifferente. Ma il benedetto Gesù la fece subito finire, ed ecco come.
Una mattina pregai la mamma che mi mandasse a far visita alla superiora, e l’ottenni con stento e sacrificio. Mentre andai, domandai che mi facessero uscire la superiora, e dopo mi fu risposto che stava occupata e non poteva uscire; io restai come ferita nel sentir ciò.
Andai in chiesa e sfogai la mia pena con Gesù, e lui prese occasione da ciò per farmela finire. Mi parlò del suo amore e dell’incostanza dell’amore delle creature, e come voleva che assolutamente la finissi, dicendomi che: “Quando un cuore non è vuoto, io lo rifiuto, né posso incominciare il lavorio che ho disegnato di fare nel fondo dell’anima.”
Ma chi può dire tutto ciò che mi disse nel mio interno? Ricordo che là finì, ed il mio cuore restò impavido, senza sapere amare più nessuno. Onde pregavo sempre Gesù che mi facesse giungere a farmi suora, e spesso lo domandavo quando me lo sentivo nel mio interno, se doveva giungere a compimento la mia vocazione religiosa, e Gesù mi assicurava dicendomi: “Sì, ti contenterò; vedrai che sarai suora.”
Io restavo tutta contenta nel sentirmi assicurare da Gesù, e cercavo di disporre la famiglia per ottenere il consenso, la quale era contraria, specie la mamma; giungeva fino a piangere, e mi diceva che mi avrebbe contentato se avessi voluto farmi suora di clausura, ma delle suore attive, non me l’avrebbe fatta mai vincere.
Io però, a dire il vero, volevo farmi suora attiva, perché quelle che conoscevo erano state le mie maestre, ma sopravvenne la mia lunga malattia, e mise termine alla mia vocazione; e molte volte mi lamentavo con Gesù e gli dicevo: “Eppure mi dicevate la bugia, mi davi la burla, promettendomi che dovevo giungere a farmi suora.”
E Gesù molte volte mi ha assicurato che mi diceva la verità, dicendomi: “Io non so né ingannare né burlare; la chiamata che io facevo a te era più speciale: chi mai col farsi suora, anche nelle religioni più strette, non può camminare, non prendere aria, non godere nulla? E quante volte nelle religioni fanno entrare il piccolo mondo e si divertono magnificamente? Ed io resto come da parte.
Ah, figlia mia, quando io chiamo ad uno stato, io so come realizzare la mia chiamata; il luogo è per me indifferente, l’abito religioso per me dice nulla, quando nella sostanza dell’anima è quello che dovrebbe essere se fosse entrata in religione; e perciò ti dico che sei e sarai la vera monacella del cuore mio.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – Quaderno di “memorie dell’infanzia”)
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… “Figlia mia, quando chiamo le anime in modo speciale e straordinario, faccio come un re quando elegge i suoi ministri ed insieme con loro forma le leggi, domina e regge il regno; così facendo, io chiamo queste anime a parte del mio regime, del mio dominio, formo le leggi che reggono tutto il mondo.
E siccome ti ho chiamato in modo speciale a farti vivere nella reggia della mia Volontà, il mio stesso Volere ti porta i miei più intimi segreti e ti fa vedere i gravi mali, le guerre, i preparativi infernali che distruggeranno molte città, e la tua piccolezza, non potendo reggere alla vista di questi mali, giustamente vuol venirsene al cielo.
Ma sappi che molte volte i ministri distolgono il re da formare leggi punitrici, e se non ottengono tutto, qualche cosa ottengono sempre. Così sarà per te: se non otterrai tutto in terra, qualche cosa otterrai. Perciò fatti coraggio ed il volo nella mia Volontà sia continuo”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 21; Maggio 12, 1927)
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… “Figlia benedetta del mio Volere, siccome tutte le cose create furono fatte per le creature, in ciascuna di esse la mia Divina Volontà si rimaneva a chiamare la creatura, perché non voleva restar sola, ma voleva colei per la quale le cose furono fatte, per darle i diritti sopra di esse e così non restare defraudata nel suo scopo per cui le aveva create.
Ora chi sente questa chiamata? Chi possiede la mia Volontà come vita. L’eco della mia Volontà che sta nelle cose create forma lo stesso eco nell’anima che la possiede, e fra le sue stesse braccia la porta dove il mio stesso Volere la chiama.
E siccome tiene i suoi diritti dati da me, se essa ama, tutte le cose create dicono amore; se adora dicono adorazione; se ringrazia dicono ringraziamenti, in modo che si vede aleggiare nel cielo, nel sole, nel mare, nel vento, in tutto, anche nel piccolo uccellino che canta, l’amore, l’adorazione, il ringraziamento della creatura che possiede la mia Divina Volontà.
Come [è] vasto l’amore e tutto ciò che può fare e dire! Cieli e terra sono in suo potere; ma ci[ò] è nulla ancora.
Tu devi sapere che l’anima che possiede la mia Divina Volontà, nel suo operato vi entra la sua onnipotenza divina, e potenza vera significa diffondersi in tutti e tutto, richiamare tutti in quell’atto, col suo impero farsi sentire a tutti, chiamare l’attenzione di tutti, in modo che sentono la potenza operante del mio Fiat nell’atto della creatura, perché posso chiamarlo non atto suo, ma mio; e chi si trova in possesso di esso, quali sono gli angeli, i santi, la creazione, sentono scorrere una vena della sua potenza e si mettono tutti sull’attenti per riceverla, ed inchinandosi adorano, ringraziano, amano la Divina Volontà operante. Un atto di essa è la cosa più grande, più bella per tutto il cielo e per tutta la terra.
Un suo atto, siccome possiede potenza completa, tanto se opera nell’atto umano, tanto da solo, può portare innovazione, trasformazione su tutto e far risorgere cose nuove, che prima non esistevano.
Sicché un atto nella mia Divina Volontà prende posto nell’ordine divino e col suo impero potente impera su tutti, impera col suo amore allettante, colla sua bellezza rapitrice, colle sue gioie e dolcezza infinite; è un atto che racchiude l’assieme di tutto, e quelli che non sentono il bello di esso sono costretti a sentire il peso della giustizia divina su di loro; ma tutti sentiranno il tocco della potenza di un atto della mia Volontà, nessuno sarà escluso.
E soli questi atti si schierano in continuo omaggio verso Dio medesimo, perché quelli che più danno gloria a Dio ed omaggio continuo sono gli atti fatti nel Fiat, perché sono atti riprodotti da Dio stesso e prendono parte al loro atto incessante”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 30; Aprile 23, 1932)
“Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare…”(Mc 3,14)
… “Figlia mia, è mio solito scegliere le anime più abbiette, inabili e povere, per le mie opere più grandi. La mia stessa Mamma nulla aveva di straordinario nella sua vita esteriore, nessun miracolo, nessun segno teneva che la facesse distinguere dalle altre donne, il suo solo distintivo era la perfetta virtù, cui quasi nessuno faceva attenzione.
E se agli altri santi ho dato il distintivo dei miracoli, ad altri li ho fregiati con le mie piaghe, alla mia Mamma nulla, nulla, eppure era il portento dei portenti, il miracolo dei miracoli, la vera e perfetta crocifissa, nessun’altra simile a lei.
Io son solito fare come un padrone che tiene due servitori: uno sembra gigante, erculeo, abile a tutto; l’altro piccolo, basso, inabile, sembra che non sa far nulla, nessun servizio importante; il padrone, se lo tiene, è più per carità ed anche per farsene giuoco.
Ora dovendo mandare un milione, un miliardo ad un paese, che fa? Chiama il piccolo, l’inabile, ed affida la grande somma e dice fra sé: ‘Se l’affido al gigante, tutti gli faranno attenzione, i ladri lo assaliranno, lo possono [de]rubare, e se con la sua forza erculea si difenderà, può restare ferito.
So che lui è bravo, ma voglio risparmiarlo, non voglio esporlo ad evidente pericolo; invece questo piccolo, sapendolo inabile, nessuno gli farà attenzione, nessuno potrà pensare che [io] possa affidargli una somma così importante, e sano e salvo ritornerà’.
Il povero inabile si meraviglia che il padrone si fidi di lui mentre poteva servirsi del gigante, e tutto tremante ed umile va a deporre la grande somma senza che nessuno si sia benignato di guardarlo, e sano e salvo ritorna al suo padrone, più tremante ed umile di prima.
Così faccio io, quanto più grande è l’opera che voglio fare, tanto più scelgo anime abbiette, povere, ignoranti, senza nessuna esteriorità che le additi; il suo stato abbietto servirà come sicura custodia dell’opera mia; i ladri della propria stima, dell’amor proprio, non le faranno attenzione conoscendo la sua inabilità, e lei umile e tremante disimpegnerà l’ufficio da me affidato conoscendo che non essa, ma io ho fatto tutto in lei.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 12; Gennaio 17, 1921)

Niels Larsen Stevns, Public domain, da Wikimedia Commons
Sailko, CC BY-SA 4.0