Venerdì della XIII settimana del Tempo Ordinario (Mt 9,9-13)
9Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. 10Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli.
11Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 12Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
13Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
“Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì“ (Mt 9, 9)
… “Figlia mia, non perdere il tempo, perché ogniqualvolta ti occupi di te è un atto che perdi nella mia Volontà, e se sapessi che significa perdere nella mia Volontà un solo atto!
Tu perdi un atto divino, quell’atto che abbraccia tutto e tutti e che contiene tutti i beni che ci sono in cielo e in terra, molto più che la mia Volontà è un atto continuato che non si ferma mai nel suo corso né può aspettare te quando coi tuoi timori ti fermi, conviene a te seguirla nel suo corso continuato, anziché essa aspettare te quando tu ti metti in via per seguirla; e non solo perdi tu il tempo, ma dovendo io rappacificarti, rialzarti dai tuoi timori per metterti in via nella mia Volontà, costringi me ad occuparmi di cose che non riguardano il Supremo Volere, e lo stesso angelo tuo che ti è vicino ne resta digiuno, perché ogni atto che fai in essa e come segui il suo corso è una beatitudine accidentale di più che lui gode stando a te vicino, è un paradiso raddoppiato di gioie che tu gli offri, in modo che si sente felice della sua sorte d’averti in sua custodia.
E siccome le gioie del cielo sono comuni, il tuo angelo offre la beatitudine accidentale che ha ricevuto da te, il suo paradiso raddoppiato a tutta la corte celeste come frutto del Voler Divino della sua protetta. Tutti fanno festa e magnificano e lodano la potenza, la santità, l’immensità della mia Volontà. Perciò sii attenta, nel mio Volere non si può perdere il tempo, c’è molto da fare, conviene che tu segua l’atto di un Dio non mai interrotto”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 19; Febbraio 28, 1926)
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Sono sempre di ritorno nel Santo Voler Divino, né posso farne a meno, perché essendo vita, la vita si sente sempre, si sente il respiro, il moto, il calore. Così è della Divina Volontà; come si sente, così si sente la sua vita, il suo calore, il suo moto e tutto ciò che essa racchiude, con questa sola differenza, che quando si fa attenzione ad una cosa che come vita racchiude, e quando ad un’altra.
Onde pensavo tra me: “Come mai la creatura può ritornare bella e santa come uscì dalle mani creatrici di Dio, per realizzare il Regno del suo Fiat in mezzo all’umana famiglia?”
Ed il mio amato Gesù sorprendendomi mi ha detto: “Figlia mia, tutte le opere del nostro Essere Supremo sono perfette e complete, nessuna nostra opera è a metà. La creazione è tutta completa e perfetta, anzi ci sono molte cose non di assoluta necessità, ma come lusso e sfarzo della nostra potenza, amore e magnificenza.
Solo l’uomo, per cui tutte le cose furono create, deve restare come opera nostra imperfetta ed incompleta, senza lo scopo per cui fu creato, qual è che il nostro Fiat avesse il suo regno in ciascuna creatura? E questo perché peccò e restò macchiato ed abbrutito, che lo rese come un’abitazione crollante, esposto a ladri e nemici suoi.
Come se la nostra potenza fosse limitata e non avesse tutto il potere di fare ciò che vuole, come vuole e quanto vuole; chi pensa che il Regno della nostra Volontà non possa venire, mette in dubbio la stessa potenza suprema. Tutto possiamo; il volere ci può mancare, ma quando lo vogliamo, il nostro potere è tanto che ciò che vogliamo facciamo, non vi è cosa che può resistere innanzi alla nostra potenza.
Quindi abbiamo potere di riabilitarlo, di renderlo più bello di prima, e la sua abitazione crollante, fortificarla e cementarla in modo da renderla più forte che non era, ed al soffio del nostro potere rinchiudere nei cupi abissi i ladri e nemici suoi.
Sicché l’uomo, per quanto scivolò da dentro la nostra Divina Volontà, non cessò d’essere opera nostra, e sebbene si disordinò, la nostra potenza per decoro dell’opera nostra che dev’essere perfetta e compiuta come noi la vogliamo, col suo potere metterà un limite ai suoi disordini, alle sue debolezze e gli dirà col suo impero: ‘Basta fin qui; rientra nell’ordine, prendi il tuo posto d’onore come opera degna del suo Creatore’.
Sono prodigi della nostra onnipotenza che opererà, cui [l’uomo] non avrà forza di resistere, ma senza sforzo, spontaneo, allettato ed attratto da una forza suprema, da un amore invincibile.
Non fu un prodigio della nostra potenza la redenzione voluta dalla nostra Volontà, e del nostro amore che sa vincere tutto, anche le ingratitudini più nere, le colpe più gravi, e ricambiare in amore dove l’uomo ingrato lo ha offeso di più?
Se si tratta dell’uomo, certo che non potrà rialzarsi con tutti gli aiuti della mia redenzione, perché non è disposto a prenderli; molti non cessano d’essere peccatori, deboli, imbrattati delle colpe più gravi.
Ma se si tratta della mia potenza, del mio amore, quando le due bilance straripano un pochino di più e lo toccano con volontà di vincerlo, l’uomo si sentirà scosso ed atterrato in modo che risorgerà dal male nel bene e rientrerà nella nostra Volontà Divina da donde ne uscì, per prendere la sua eredità perduta.
Sai dove sta il tutto? Il tutto sta se la nostra Volontà lo vuole e con decreti divini lo ha deciso; se questo c’è, tutto è fatto, ed è tanto vera questa decisione, che ci sono i fatti.
Tu devi sapere che quando venni sulla terra, mentre facevo l’ufficio di Redentore, nel medesimo tempo tutto ciò che faceva la mia Santa Umanità racchiudeva tanti atti di mia Volontà come deposito da dare alla creatura; io non avevo bisogno perché ero la stessa Divina Volontà.
Quindi la mia Umanità faceva come una madre tenerissima, racchiudeva in sé tanti parti di mia Volontà per quanti atti faceva, per darli alla luce e partorirli nel grembo degli atti delle creature, per formare negli atti loro il regno degli atti del mio Fiat; onde sta come una madre, aspettando con un amore che la fa spasimare, di dare alla luce questi suoi parti divini.
L’altro fatto [è] che io stesso insegnai il Pater Noster, affinché tutti pregassero che venga il mio regno, affinché si faccia la mia Volontà come in cielo così in terra; se non dovesse venire, sarebbe stato inutile insegnare una tale preghiera, ed io cose inutili non ne so fare.
E poi le tante verità manifestate sulla mia Divina Volontà non dicono a chiare note che il suo regno verrà sulla terra, non per opera umana, ma per opera della nostra onnipotenza? Tutto è possibile quando noi vogliamo. Tanta facilità mettiamo nel fare le cose piccole quanto nelle grandi, perché tutta la virtù e potenza sta nell’atto nostro, non nel bene che riceve l’atto della nostra potenza.
Difatti quando stavo sulla terra, siccome in tutti gli atti miei correva la mia potenza, si rendeva potente il tocco delle mie mani, l’impero della mia voce, e così di seguito; e con la stessa facilità chiamai a vita la fanciulla, morta da poche ore, e con la stessa facilità chiamai a vita Lazzaro, morto da quattro giorni, il quale si era già corrotto e dava un fetore insopportabile; comandai che gli togliessero le bende e poi lo chiamai coll’impero della mia voce: ‘Lazzaro, vieni fuori!’
Alla mia voce imperante Lazzaro risuscitò, la corruzione scomparve, il fetore cessò, e ritornò sano e vegeto come se non fosse morto; vero esempio come la mia potenza può far risorgere il Regno del mio Fiat in mezzo alle creature.
Questo è un esempio palpabile e certo [di] come la mia potenza, ad onta che l’uomo è corrotto, il fetore delle sue colpe più che cadavere lo infetta – si può chiamare un povero bendato che ha bisogno dell’impero divino per sciogliersi dalle bende delle sue passioni – ma se l’impero della mia potenza lo investe e vuole, la sua corruzione non avrà più vita, e risorgerà sano e più bello di prima.
Perciò si può dubitare che al più la mia Divina Volontà non lo volesse, perché non potessero meritare un tanto bene, ma che la mia potenza non lo potesse, questo non mai”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 30; Aprile 2, 1932)
“Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati… Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9, 12-13)
“Figlia mia, vedi dunque la necessità [di] come, col venire sulla terra, non detti il Regno del mio Volere né lo feci conoscere. Volli far prova novella della creatura, volli darle cose minori di quelle che detti nella creazione, rimedi e beni per guarirla.
Perché nel creare l’uomo [egli] non era malato, ma sano e santo, quindi poteva benissimo vivere nel Regno del mio Volere; ma sottraendosi dal Voler Supremo cadde malato, ed io venni sulla terra come medico celeste per vedere se accettava i rimedi, le medicine per la sua malattia.
E dopo aver fatto prova di ciò, allora gli avrei fatta la sorpresa di manifestare il Regno della mia Volontà, che nella mia umanità tenevo per lui preparato.
S’ingannano quelli che pensano che la nostra somma bontà e sapienza infinita avrebbe lasciato l’uomo nei soli beni della redenzione, senza innalzarlo di nuovo allo stato primiero da noi creato.
Allora la nostra creazione sarebbe stata senza il suo scopo e quindi senza il suo pieno effetto, ciò che non può essere nelle opere di un Dio. Al più faremmo passare e girare i secoli, dando ora una sorpresa ora un’altra, ora affidandole il piccolo bene ed ora un altro più grande.
Faremo come un padre che vuol dare la proprietà ai suoi figli. Ma questi figli molto hanno sciupato dei beni del padre; ma con tutto ciò è deciso di dare la proprietà ai suoi figli.
Onde pensa un altro ritrovato: dà ai figli non più le somme grandi, ma a poco a poco, a lire a lire; e come vede che i figli si conservano il poco, così va aumentando le piccole somme. Con ciò vengono a riconoscere l’amore del padre ed apprezzare i beni che a loro affida, ciò che non facevano prima quando avevano le somme grandi.
Questo serve a raffermarli e ad impararli di saper conoscere i beni ricevuti. Onde il Padre, quando li ha formati, conferma la sua decisione e dà la sua proprietà ai figli.
Ora così sta facendo la paterna bontà. Nella creazione mise l’uomo nell’opulenza dei beni senza restrizione alcuna, ma solo perché volle provarlo in una cosa che a lui non costava un gran che, con un atto di sua volontà contraria alla mia [l’uomo] sciupò tutti questi beni.
Ma il mio amore non si arrestò; incominciai più che padre a dargli a poco a poco; prima a guarirlo. [Con] il poco molte volte si usa più attenzione di quando si possegga[no] cose grandi, perché se si possiede proprietà grande e si sciupa, c’è sempre da dove prendere, ma se si sciupa il poco si resta digiuno.
Ma la decisione di dare il Regno della mia Volontà all’uomo non l’ho cambiata. L’uomo cambia, ma Dio non si cambia.
Ora la cosa è più facile, perché i beni della redenzione hanno fatto la via, hanno fatto conoscere molte sorprese del mio amore per l’uomo, come l’ho amato, non col solo Fiat, ma col dargli la [mia] propria vita, sebbene il mio Fiat mi costa più della mia umanità, perché il Fiat è divino, immenso ed eterno, la mia umanità è umana e limitata e nel tempo ha il suo principio.
Ma la mente umana non conoscendo a fondo che significa il Fiat, il suo valore, la sua potenza e [ciò] che si può fare, [gli uomini] si fanno più vincere da tutto ciò che fui e patii venendo a redimerli, senza sapere che sotto le mie pene e la mia morte c’era nascosto il mio Fiat che dava vita alle mie pene.
Ora se avessi voluto manifestare il Regno della mia Volontà, tanto quando venni sulla terra, quanto prima che i beni della redenzione fossero riconosciuti ed in gran parte posseduti dalle creature, i miei più grandi santi si sarebbero spaventati.
Tutti avrebbero pensato e detto: ‘Adamo innocente e santo non seppe vivere né perseverò in questo regno di luce interminabile e di santità divina. Come lo possiamo noi?’ E tu per prima quante volte non ti sei spaventata?
E tremando innanzi ai beni immensi ed alla santità tutta divina del Regno del Fiat Supremo, volevi ritirarti dicendomi: ‘Gesù, pensaci a qualche altra creatura, io sono incapace.’…”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 19; Luglio 18, 1926)
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… “Figlia mia, tutti i tempi sono nelle mie mani; do a chi voglio, e me ne servo per mezzo di chi voglio. Potevo benissimo portare la felicità che contiene la mia Volontà sulla terra, ma non trovai nessuna volontà umana che volesse far vita perenne nella mia, per rannodare i vincoli della creazione e ridarmi tutti gli atti del primo uomo, come se li avesse fatti tutti col suggello della Volontà Suprema, e quindi mettere in campo la felicità perduta.
È vero che ci avevo la mia cara Mamma, ma lei doveva cooperare insieme con me alla redenzione. L’uomo poi era schiavo, imprigionato dalle sue stesse colpe, infermo, coperto di piaghe le più schifose, ed io come Padre amante venivo a sborsare il mio sangue per riscattarlo, come medico a guarirlo, come maestro ad insegnargli la via, lo scampo per non farlo precipitare nell’inferno.
Povero malato! come avrebbe potuto spaziarsi negli eterni voli del mio Volere, se non sapeva camminare? Se io avessi voluto dare la felicità che contiene la mia Volontà, sarebbe come darla ai morti e farla calpestare.
[L’uomo] era indisposto di ricevere un tanto bene, e perciò volli insegnare la preghiera per disporli; e mi contentai d’aspettare altre epoche, far passare secoli e secoli per far conoscere il vivere nel mio Volere, per dare il principio a questa felicità.”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 15; Aprile 25, 1923)

Gabriel von Max, CC0, via Wikimedia Commons