Martedì della XV settimana del Tempo Ordinario (Mt 11,20-24)

20Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: 21«Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite.
22Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. 23E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora!
24Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».

“Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite” (Mt 11,20)

Trovandomi nel solito, dopo aver passato privazioni amarissime del mio dolce Gesù, finalmente si è fatto vedere e senza dirmi neppure una parola mi ha messo in una posizione dolorosa, in una perfetta immobilità: sentivo la vita e non avevo moto, sentivo il respiro e non potevo respirare.
Tutta la mia povera persona non aveva un piccolo moto, e mentre sentivo dolermi non ero capace di contorcermi per il dolore che sentivo, ma ero costretta dalla presenza di Gesù e dalla sua Santissima Volontà a restare immobile.
Onde dopo che al mio benedetto Gesù è piaciuto, mi ha steso le sue braccia come per prendermi e stringermi al suo seno, e mi ha detto:
“Figlia mia, hai visto come è doloroso lo stato d’immobilità? È lo stato più duro, perché anche a sentire acerbi dolori, il moto è sollievo, è segno di vita; i contorcimenti sono voci mute che chieggono aiuto e scuotono compassione dai circostanti.
Tu l’hai provato quanto è doloroso; ma sai tu perché ti ho messo in questo stato d’immobilità? Per farti comprendere lo stato in cui si trova la mia grazia, e avere da te una riparazione. Oh, in quale stato d’immobilità si trova la mia grazia!
Essa è vita e moto continuo, e sta in continuo atto di darsi alle creature. Le creature la respingono e la rendono immobile; sente la vita, vuol dare la vita ed è costretta dall’ingratitudine umana a starsene immobile e senza moto; che pena!
La mia grazia è luce, e come luce naturalmente si spande, e le creature non fanno altro che sprigionare tenebre; e mentre la mia luce vuole entrare in loro, le tenebre che spandono paralizzano la mia luce e la rendono come immobile e senza vita per le creature.
La mia grazia è amore e contiene la virtù di poter tutti accendere; ma la creatura amando altro rende come morto per sé quest’amore, e la mia grazia sente il più straziante dolore dello stato d’immobilità in cui la mettono le creature. Oh, in quali strette dolorosissime si trova la mia grazia!
E questo non solo da quelli che apertamente si dicono cattivi, ma anche da quelli che si dicono religiosi, anime pie; e molte volte per cose da nulla, per una cosa che non va a loro genio, per un capriccio, per un vilissimo attacco o perché non trovano le soddisfazioni della propria volontà nelle stesse cose sante, mentre la mia grazia è tutta moto e vita per loro, [le creature] la rendono immobile e si appigliano a ciò che va a loro genio, al capriccio, agli attacchi umani e a tutto ciò in cui sentono la soddisfazione del proprio io.
Sicché al posto della mia grazia mettono il proprio io come vita e come idolo proprio. Ma sai tu chi è la confortatrice, la indivisibile compagna, la rapitrice che le rapisce il moto e la vita della mia grazia?, anzi accelera sempre più il suo moto e neppure un istante la rende immobile?
Chi vive nella mia Volontà. Dove essa regna è sempre in moto la mia grazia, è sempre in festa, tiene sempre da fare, non resta mai corrucciata, inoperosa.
L’anima dove regna il mio Volere è la beniamina della mia grazia, è la sua piccola segretaria dove depone i segreti dei suoi dolori e delle sue gioie; le affida tutto, perché la mia Volontà tiene posto sufficiente per ricevere il deposito che contiene la mia grazia, perché essa non è altro che il parto continuo della mia Volontà Suprema.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 17; Luglio 20, 1925)

“Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite” (Mt 11, 21)

Ma di nuovo sento la tua voce tenerissima che dice, mentre vai incontro ai tuoi nemici: “Chi cercate?”. E quelli rispondono: “Gesù Nazareno”. E tu a loro: “Ego sum”.
Con questa sola parola tu dici tutto e ti dai a conoscere per quello che sei, tanto che i nemici tremano e cadono come morti per terra. E tu, o Amore che non ha pari, con un altro Ego sum, li richiami a vita e da te stesso ti dai in potere dei nemici.
Oh, che perfidia e ingratitudine! Invece di cadere umili e palpitanti ai tuoi piedi a chiederti perdono, abusando della tua bontà e disprezzando grazie e prodigi, ti mettono le mani addosso, e con funi e catene ti legano, ti stringono, ti gettano per terra, ti mettono sotto i piedi, ti strappano i capelli. E tu, con pazienza inaudita, taci, soffri e ripari le offese di coloro che, malgrado i miracoli, non si arrendono alla tua grazia e si ostinano di più.
Con le funi e le catene impetri dal Padre la grazia di spezzare le catene delle nostre colpe e ci leghi con la dolce catena dell’amore. E correggi amorosamente Pietro che vuole difenderti, persino tagliando l’orecchio a Malco. Intendi riparare con ciò le opere buone non fatte con santa prudenza, o che, per troppo zelo, cadono nella colpa… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – Le Ore della Passione; dalla mezzanotte all’1: La Cattura di Gesù)

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Sono di nuovo sotto l’incubo delle mie solite sofferenze. Dopo un mese di sosta sono da capo; [prima] mi sentivo come svuotata da tutte le pene, il mio dolce Gesù non più mi irrigidiva né mi rendeva immobile e senza moto.
[Prima, quando ciò faceva,] mi sentivo come se la mia vita finisse nel restare senza moto ed irrigidita, eppure vivevo, ma d’una vita strozzata e senza la minima padronanza di me stessa, aspettando con una pazienza che solo Gesù mi poteva dare, colui che doveva chiamarmi all’ubbidienza per darmi il moto e farmi uscire dall’abisso in cui mi trovassi.
Onde vedendomi libera, per quanto amassi di dividere le pene insieme con Gesù, pure la mia natura me la sentivo trionfante, molto più che non avevo bisogno più di nessuno; quindi nel trovarmi di nuovo legata, inceppata dentro dell’abisso pri-miero, la mia povera natura sente tale ripugnanza, che se il mio amato Gesù non mi aiuta, non mi fortifica, non mi alletta con grazie speciali, io non so che cosa farci per non cadere in quello stato di sofferenze.
Ah, mio Gesù aiutami, tu che mi hai sostenuta per sì lunghi anni in un stato sì doloroso! Deh, se vuoi che io continui, continua tu a sostenermi ed usa la tua misericordia verso di questa povera peccatrice, affinché non mi opponga alla tua Santissima Volontà!
Onde mentre mi trovavo tra ripugnanze e paura d’essere sorpresa dalle solite mie sofferenze, il mio adorabile Gesù facendosi vedere che soffriva molto mi ha detto: “Figlia mia, che c’è, non vuoi più soffrire insieme con me?
Come, vuoi lasciarmi solo? Vuoi togliermi i diritti che tante volte mi hai dato, che potessi fare di te ciò che io voglio? Figlia buona, non mi dare questo dolore, abbandonati fra le mie braccia e lasciami fare ciò che voglio”.
Ed io: “Amor mio, perdonami, tu sai le lotte in cui mi trovo ed in che umiliazioni profonde sono stata gettata; se le cose stessero come prima, quando mai ti ho rifiutato nulla? Perciò bada e pensaci, o Gesù, a quello che mi fai ed in che labirinto mi getti se mi fai cadere nelle solite sofferenze; e se ti dico Fiat è tanto lo sforzo che faccio, che mi sento morire. Gesù, Gesù, aiutami!”
E Gesù: “Mia figlia buona, non temere, l’umiliazione è portatrice di gloria, al disprezzo delle creature sorge l’apprezzamento divino, e l’abbandono di esse è il richiamo della fedele compagnia del tuo Gesù.
Perciò lasciami fare. Se tu sapessi come sta armata la divina giustizia, non ti opporresti, anzi mi pregheresti che ti facessi soffrire per risparmiare in parte i tuoi fratelli; saranno devastate altre regioni e la miseria sta alle porte delle città e delle nazioni.
Il mio cuore sente tale tenerezza nel vedere in che stato di desolazione e di sconvolgimento si ridurrà la terra, e questa mia tenerezza tanto sensibile per le creature viene offesa dalla durezza del cuore umano.
Oh, come mi è intollerabile la durezza del cuore umano! molto più di fronte al mio, che è tutto tenerezza amorosa e bontà verso di loro. Un cuor duro è capace di tutti i mali e giunge a tanto da farne una burla delle pene altrui, e cambia le tenerezze del mio cuore per lui in dolori e piaghe profonde.
La prerogativa più bella del mio cuore è la tenerezza; tutte le fibre, tutti gli affetti, i desideri, l’amore, i palpiti del mio cuore hanno per principio la tenerezza, sicché le mie fibre sono tenere, i miei affetti e desideri sono tenerissimi, il mio amore e palpito sono tanto teneri che giungono a liquefarmi il cuore per tenerezza, e questo amore tenero mi fa giungere ad amare tanto le creature, che mi contento di soffrire io, anziché vedere soffrire loro.
Un amore quando non è tenero è come un cibo senza condimento, come una bellezza invecchiata che non sa attirare nessuno a farsi amare, e come un fiore senza profumo, come un frutto arido senza umore e dolcezza.
Un amore duro senza tenerezza è inaccettabile e non terrebbe virtù di farsi amare da nessuno; perciò il mio cuore ne soffre tanto nel vedere la durezza delle creature, che giungono a cambiare le mie grazie in flagelli”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 29; Marzo 30, 1931)

“Io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!” (Mt 11, 24)

Parlando col confessore, lui diceva: “Quanto sarà terribile vedere Dio sdegnato! Tanto vero che nel giorno del giudizio i cattivi diranno: ‘Monti, seppelliteci, distruggeteci, affinché non vediamo la faccia di Dio sdegnato’”.
Ed io che dicevo: “In Dio non ci può essere sdegno, ma è piuttosto secondo lo stato dell’anima: se buona, la presenza divina, le sue qualità, i suoi attributi, la attirano tutta in Dio ed essa si consuma [per il desiderio] d’immergersi tutta in Dio; se cattiva, la sua presenza la schiaccia, la ributta lontano da sé, e l’anima vedendosi ributtata e non sentendo in sé germe d’amore verso un Dio sì santo, sì bello, ed essa sì brutta, cattiva, vorrebbe disfarsi dalla sua presenza, se possibile anche distruggendosi. Quindi in Dio non c’è mutazione, ma a seconda che noi siamo, così si provano gli effetti”.
Onde dopo pensavo tra me: “Quanti spropositi che ho detto!” Perciò facendo nel giorno la meditazione, [Gesù] appena è venuto e mi ha detto: “Figlia mia, sta ben detto, non mi cambio, ma a seconda che si cambia la creatura così sente i diversi effetti della mia presenza. Difatti come può temere chi mi ama, se si sente scorrere tutto il mio Essere nel suo e vi forma la sua stessa vita?
Può temere della mia santità se alla stessa santità essa vi prende parte? Può vergognarsi della mia bellezza se sempre più cerca di abbellirsi per piacere e per rassomigliarsi a me? Si sente scorrere nel suo sangue, nelle sue mani, nei suoi piedi, nel suo cuore, nella mente, tutto, tutto l’Essere Divino, di modo che è cosa sua, tutto suo, e può temere, può vergognarsi di sé stesso? Ciò è impossibile.
Ah, figlia mia, è il peccato che getta tanto scompiglio nella creatura, fino a volersi distruggere per non sostenere la mia presenza! Nel giorno del giudizio sarà terribile per i cattivi; non vedendo in loro germe d’amore, anzi odio verso di me, la mia giustizia impone di non farmeli amare.
Quindi le persone che non si amano non si vogliono tenere vicino, e si usano dei mezzi per allontanarle; io non vorrò tenerli con me, quelli non vorranno stare, ci fuggiremo a vicenda. L’amore solo è quello che unisce tutto e felicita tutto”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 8; settembre 5, 1908)