XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – C – (Lc 12,49-53)
49Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! 50Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! 51Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione.
52D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; 53si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
“Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49)
… “Il mio amore è fuoco, ma non come il fuoco materiale che distrugge le cose e le riduce in cenere; il mio fuoco vivifica, perfeziona, e se brucia e consuma, è tutto ciò che non è santo, i desideri, gli affetti, i pensieri che non sono buoni.
Questa è la virtù del mio fuoco: brucia il male e dà vita al bene. Sicché se l’anima non sente in sé nessuna tendenza al male, può essere certa che c’è il mio fuoco; se poi sente in sé fuoco e mescolamento di male, c’è molto da dubitare che non sia il mio vero fuoco.” (dagli scritti della Serva (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 11; Aprile 10, 1913)
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… Dopo di ciò stavo pensando a tante cose che il benedetto Gesù mi aveva detto sulla sua Divina Volontà, ai tanti desideri ardenti di lui di farla conoscere, e che ad onta dei tanti desideri di Gesù nulla spuntava per ottenere il suo intento. E dicevo tra me: “Che sapienza di Dio! Che misteri profondi! Chi mai li può comprendere?
Lo vuole, è dolente perché manca chi le fa la via per farla conoscere; mostra il suo cuore che brama, sospira che la sua Divina Volontà si faccia via per farsi conoscere, per formare il suo regno in mezzo alle creature, e poi come se fosse un Dio impotente si sbarrano le vie, si chiudono le porte; e Gesù tollera e con pazienza invincibile ed indicibile aspetta che si aprano le porte e le vie, bussa ai cuori per trovare chi saranno coloro che si occuperanno per far conoscere la sua Divina Volontà”.
Ma mentre ciò pensavo, il mio dolce Gesù facendosi vedere tutto bontà e tenerezza, da spezzare i cuori più duri, mi ha detto:
“Figlia mia, se sapessi quanto soffro quando voglio formare le mie opere e farle conoscere alle creature per dar loro il bene che contengono, e non trovo chi abbia vero slancio, desiderio verace e volontà di far vita sua l’opera mia per farla conoscere, per dare agli altri la vita del bene dell’opera mia che sente in sé stesso!
Ed io quando veggo queste disposizioni in chi deve occuparsi, che io con tanto amore chiamo e scelgo per le opere che mi appartengono, io mi sento tanto tirato verso di lui, che per fare che facesse bene ciò che io voglio, mi abbasso, scendo in esso e gli do la mia mente, la mia bocca, le mie mani e fin i miei piedi, affinché in tutto sentisse la vita dell’opera mia, e come vita sentita, non come cosa a lui estranea, potesse sentire il bisogno di darla agli altri.
Figlia mia, quando un bene non si sente in sé stesso come vita, tutto finisce in parole, non in opere, ed io resto fuori di loro, non dentro, e perciò restano come poveri storpiati, senza intelligenza, ciechi, muti, senza mani e senza piedi; ed io nelle opere mie non voglio servirmi di poveri storpiati, li metto da parte, e non badando al tempo continuo a girare per trovare i disposti che devono servire all’opera mia.
E come non mi stancai di girare i secoli e tutta la terra per trovare la più piccola, per deporre nella sua piccolezza il gran deposito delle conoscenze della mia Divina Volontà, così non mi stancherò di girare e rigirare la terra per trovare i veri disposti che apprezzeranno come vita ciò che ho manifestato sul Fiat Divino, e questi faranno qualunque sacrificio per farlo conoscere.
Perciò non sono il Dio impotente, ma piuttosto quel Dio paziente, che voglio che le mie opere si facciano con decoro e da persone volonterose, non forzate – perché la cosa che più aborro nelle opere mie è lo sforzo della creatura, come se io non meritassi i loro piccoli sacrifici – e che per decoro di un’opera sì grande, qual è di far conoscere la mia Divina Volontà, non voglio servirmi di poveri storpi, perché chi non ha volontà verace di fare un bene, è sempre una storpiatura che fa all’anima sua; ma voglio servirmi di persone che, somministrandole (1) le mie membra divine, lo facciano con decoro, come merita un’opera che tanto bene deve apportare alle creature e grande gloria alla mia maestà”. (dagli scritti della Serva (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 27; Ottobre 2, 1929)
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(1) somministrando io a loro
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Stavo seguendo gli atti del Fiat Divino e mi pareva che in ogni suo atto che io seguivo mi preparava il suo soffio d’amore, che conteneva in sé e che sospirava di sprigionarlo da sé per farlo prigioniero nella povera anima mia; ed io sentendo il suo amore, da dentro il suo stesso amore sprigionavo il mio amore verso di chi tanto mi amava e sospiravo il suo nuovo soffio d’amore per dirgli con affetto più intenso: “Ti amo”.
Mi pareva che è tanto il desiderio che la Divina Volontà vuol essere amata, che essa stessa mette nell’anima la dose del suo amore per farsi amare, e poi aspetta l’amore della creatura per poterle dire: “Come son contenta che mi ami!” Ma mentre ciò pensavo, il mio adorato Gesù facendo la sua visitina mi ha detto: “Figlia mia, tu devi sapere che il nostro amore dà dell’incredibile.
La nostra Divina Volontà è la spia della creatura e va spiando quando essa è disposta a ricevere il suo soffio d’amore contenuto, perché essa sa che la creatura non possiede una grande quantità d’amore divino, appena tiene la particella dell’amore infinito [di] quando fu creata, e se questa non è stata alimentata, sta come il fuoco quando sta sotto alla cenere, che mentre il fuoco esiste, la cenere lo tiene coperto e represso in modo che non fa sentire neppure il calore.
Amore umano non ne vogliamo, e perciò la nostra Volontà usa i suoi stratagemmi amorosi, spia le disposizioni e soffia. Il suo soffio come leggero venticello mette in fuga la cenere che ha prodotto l’umano volere; la particella del nostro amore infinito si ravviva, si accende; il mio Voler Divino continua a soffiare ed aggiunge altro amore divino; l’anima si sente svuotare, riscaldare, prova i refrigeri amorosi, e da dentro la particella dell’amore infinito che possiede, ci ama e ci dà come suo il nostro amore divino.
Tu devi sapere che è tanto l’amore di questa mia Divina Volontà, che usa tutte le arti, le fa da spia e la soffia, le fa da Madre e la culla nelle sue braccia, le fa da sentinella e la vigila, le fa da Regina e la domina, le fa da sole e la illumina, e si presta fino a servirla; e quando vuole deporre in te le sue conoscenze, le sue verità, anche una sua parola, che fa?
Ti soffia tanto che forma in te, prima il suo poggio d’amore, di luce, per rinchiudere le sue verità dentro del poggio del suo amore e di luce che ha formato in te; sicché affida le sue verità al suo stesso amore, alla sua luce, sapendo che solo il suo amore potrà tenere vero interesse di conservarle, di spronarti affinché non restano occultate.
Oh, se non fosse per questo mio poggio d’amore che racchiude tutte le conoscenze del mio Fiat, quante cose avresti sepolto nell’anima tua senza che nessuno ne sapesse nulla!
Ecco la causa che prima che [la mia Divina Volontà] ti deve manifestare le sue verità, fa la faccendiera intorno a te per prepararti, per metterti nuovo amore, per formare il nuovo poggio alle sue verità e metterle al banco sicuro del suo amore divino.
E se ti aspetto negli atti suoi con tanto amore, sono soliti pretesti nostri, occasione che andiamo cercando per trovare la virgola, il punto della creatura per darle nuovo amore, nuove grazie.
Ma molto più che vogliamo la sua compagnia, senza di chi vuol fare la nostra Volontà non sappiamo stare, già essa stessa ce la porta fra le sue braccia negli atti nostri, affinché stia con noi e con tutto ciò che noi facciamo”. (dagli scritti della Serva (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 30; Gennaio 30, 1932)
“Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!” (Lc 12,50)
Ritornando ora alle ardenti brame che sentivo, di essere crocifissa con Gesù, e ciò per amore verso del mio sommo bene, e per espiazione e riparazione del mio passato, Gesù se ne venne da me, facendomi di nuovo uscire come altre volte fuori di me stessa; trasportò l’anima mia sino ai luoghi santi dove egli patì la sua dolorosa passione, e girando per quei santi luoghi ci si fecero innanzi alla vista molte croci, ed il mio diletto Gesù mi disse:
“Sposa mia, se tutti sapessero che bene inapprezzabile contiene in sé la croce, e come rende l’anima preziosa, tutti indispensabilmente la agognerebbero, poiché chi ha il bene di possederla si acquista con essa una gemma d’inestimabile valore.
Basta solamente dirti che io, venendo dal cielo in terra, non scelsi le ricchezze e i piaceri della vita, ma bensì ebbi come più care ed intime sorelle la croce, la povertà, le ignominie ed il più crudo patire, tanto che a vista di esse ho sempre ardentemente desiderato che presto si appressasse il tempo della mia passione e morte di croce, giacché in questa io riposi la salvezza delle anime.”
Mentre Gesù così parlava, mi faceva provare tutto il gusto e gioia insieme, che egli ebbe a partecipare nel suo patire, ed in modo tale che le sue parole m’infiammarono il cuore di desiderio sì ardentissimo di patire e di sì santo trasporto e brama insieme, perché mi rendesse al più presto simile a lui crocifisso; per cui cercai con quanta voce e forza contenevo in me, di supplicarlo così:
“Deh, sposo santo, dammi il patire, dammi la tua croce, acciò possa conoscere meglio quanto mi ami, che altrimenti sarò sempre a vivere nell’incertezza se il tuo amore sia tutto per me, che ho [rinunciato] a tutto per te.”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 1; cap. 52)
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… Vedevo il mio dolce Gesù tutto una fiamma, che lo consumava e gli dava morte per ciascuno, anzi vedevo che ogni pensiero, parola, moto, opera, passo, ecc., erano tante fiamme che consumavano Gesù e lo vivificavano. Onde Gesù ha soggiunto:
“Non vorresti tu la mia somiglianza? Non vorresti tu accettare le morti d’amore come accettasti le morti di dolore?”
Ed io: “Ah, mio Gesù, io non so che mi sia successo! Sento ancora gran ripugnanza per aver accettato quelle di dolore; come potrei accettare quelle d’amore che mi sembrano più dure? Io tremo al solo pensarlo, la mia povera natura si annienta di più, si disfa. Aiutami, dammi la forza, che mi sento che non posso tirare più avanti.”
E Gesù tutto bontà e deciso ha soggiunto: “Povera figlia mia, coraggio, non temere né volerti turbare per la ripugnanza che senti; anzi per rassicurarti ti dico che anche questa è una mia somiglianza.
Devi sapere che anche la mia Umanità, per quanto santa, desiderosa al sommo di patire, sentiva questa ripugnanza; ma non era la mia, erano tutte le ripugnanze delle creature, che sentivano nel fare il bene, nell’accettare le pene che meritavano, e dovevo subire queste pene che mi torturavano non poco, per dare a loro l’inclinazione al bene e render loro più dolci le pene, tanto che nell’Orto gridai al Padre: ‘Se è possibile passi da me questo calice!’
Credi tu che fui io? Ah, no, t’inganni! Io amavo il patire fino alla follia, amavo la morte per dar vita ai miei figli; era il grido di tutta quanta l’umana famiglia, che echeggiava nella mia Umanità, ed io gridando insieme con loro per dar loro forza, ripetetti per ben tre volte: ‘Se è possibile passi da me questo calice’.
Io parlavo a nome di tutti, come se fossero cosa mia, ma mi sentivo schiacciare. Sicché la ripugnanza che senti non è tua, è l’eco della mia; se fosse tua mi sarei ritirato. Perciò, figlia mia, volendo generare da me un’altra mia immagine, voglio che accetti, ed io stesso voglio segnare nella tua volontà, allargata e consumata nella mia, queste mie morti d’amore.”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 14; Luglio 28, 1922)
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… Straziato mio Bene, con te riparo, con te soffro. Ma vedo che i tuoi nemici ti precipitano dalle scale, il popolo con furore ed ansie ti aspetta; già ti fanno trovare pronta la croce che con tanti sospiri tu cerchi, e tu con amore la guardi e con passo franco ti avvicini ad abbracciarla.
Ma prima la baci, e correndoti un brivido di gioia per la tua santissima umanità, con sommo tuo contento ritorni a guardarla e ne misuri la lunghezza e la larghezza. In essa già stabilisci la porzione per tutte le creature; le doti sufficientemente per vincolarle alla Divinità con nodo di sposalizio e renderle eredi del regno dei cieli. Poi non potendo contenere l’amore con cui le ami, ritorni a baciare la croce e le dici:
“Croce adorata, finalmente ti abbraccio! Eri tu il sospiro del mio cuore, il martirio del mio amore; ma tu, o croce, tardasti finora, mentre i miei passi sempre verso di te si dirigevano. Croce santa, eri tu meta dei miei desideri, lo scopo della mia esistenza quaggiù.
In te concentro tutto l’essere mio, in te metto tutti i miei figli, e tu sarai la loro vita e la loro luce, la difesa, la custodia, la forza; tu li sovverrai in tutto, e gloriosi me li condurrai nel cielo. Oh, croce, cattedra di sapienza! Tu sola insegnerai la vera santità; tu sola formerai gli eroi, gli atleti, i martiri, i santi.
Croce bella, tu sei il mio trono, e dovendo Io partire dalla terra, tu rimarrai in vece mia; a te do in dote tutte le anime: custodiscimele, salvamele, a te le affido”.
Così dicendo, ansioso, ti fai mettere la croce sulle tue santissime spalle. Ah, mio Gesù! La croce per il tuo amore è troppo leggera, ma al peso della croce si unisce quello delle nostre colpe, enormi ed immense quanto la distesa dei cieli… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – Le Ore della Passione; dalle 10 alle 11 del mattino: Gesù prende la croce e si avvia al Calvario dove è spogliato)

Carlo Dolci, CC BY-SA 3.0
Maître HB à la tête de griffon, Public domain, via Wikimedia Commons