Sabato della XVIII settimana del Tempo Ordinario (Mt 17,14-20)
14Appena ritornati presso la folla, si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio 15e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell’acqua.
16L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo». 17E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me».
18Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito.
19Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». 20Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: «Spòstati da qui a là», ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile». [
“Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui“ (Mt 17,18)
Continuando il mio solito abbandono nel Fiat, mi son trovata fuori di me stessa e con mia maraviglia mi son trovata il nemico infernale vicino, come se si volesse menare (1) sopra di me; io mi son sentita tal forza da mettermi sopra di lui, e come mi mettevo sopra, così restava tutto fracassato ed in frantumi.
Io mi sentivo impressionata e pensavo tra me: “È da tanto tempo che non lo vedevo il nemico, anzi se lo vedevo fuggiva da me; ed ora che cosa vuole con questo suo avvicinarsi?” Ed il mio amabile Gesù movendosi nel mio interno mi ha detto:
“Figlia mia, l’anima che possiede il mio Fiat Divino tiene tal potenza da mettere in frantumi la potenza diabolica; ed io ho permesso di farti toccare con mano che solo col menarti sopra di lui è restato stritolato, affinché non lo temi, e lui sentisse la potenza di chi possiede il mio Volere, che sperde come polvere al vento la forza diabolica.
Perciò non ti dar pensiero di lui e continua la vita nel mio Fiat; perché tu devi sapere che ogni preghiera, ogni atto e moto di chi vive in esso, racchiude dentro una forza ed un peso infinito ed incancellabile, e l’infinità si stende ovunque, contiene la virtù produttrice di tutti i beni, abbraccia l’eternità, racchiude lo stesso Dio.
Perciò un atto fatto nel mio Volere è un atto che non finisce mai ed ha tale potenza che racchiude cielo e terra; ed il nostro Fiat colla sua potenza infinita racchiude la nostra Divinità nell’atto della creatura, formando coi suoi veli di luce la più bella e deliziosa reggia al nostro Essere Divino”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 26; Maggio 25, 1929)
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(1) gettare
“In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape…” (Mt 17, 20)
… Or, mentre vedevo il confessore, mi ricordavo che mi aveva detto che dovevo scrivere sulla fede, e il modo come il Signore mi aveva parlato su questa virtù.
Mentre così pensavo, in un istante il Signore mi ha tirato talmente a sé, che mi son sentita fuori di me stessa nella volta dei cieli, insieme con Gesù, e mi ha detto queste precise parole: “La fede è Dio.”
Ma queste due parole contenevano una luce immensa, che è impossibile spiegarlo; ma come posso, lo dirò. Nella parola fede comprendevo che la fede è Dio stesso. Come al corpo il cibo materiale dà vita acciocché non muoia, così la fede dà la vita all’anima; senza la fede l’anima è morta.
La fede vivifica, la fede santifica, la fede spiritualizza l’uomo e gli fa tenere l’occhio all’Ente Supremo, in modo che niente apprende delle cose di quaggiù, e se le apprende, le apprende in Dio.
Oh, la felicità di un’anima che vive di fede! Il suo volo è sempre verso il cielo; in tutto ciò che le succede si rimira sempre in Dio, ed ecco come: nella tribolazione, la fede la solleva in Dio, e non se ne affligge, neanche mena lamento, sapendo che non deve formare qui il suo contento, ma nel cielo.
Così, se la gioia, la ricchezza, i piaceri, la circondano, la fede la solleva in Dio e le fa dire fra sé: “Oh, quanto sarò più contenta, più ricca nel cielo!” Quindi, di questi beni terreni ne prende fastidio, li disprezza, se li mette sotto i piedi.
A me sembra che ad un’anima che vive di fede, succede come ad una persona che possedesse milioni e milioni di monete, ed anche regni interi, ed un’altra che vorrebbe offrirle un centesimo. Or, che direbbe costei? Non l’avrebbe a sdegno, non glielo getterebbe in faccia?
Aggiungo: e se quel centesimo fosse tutto infangato, qual sono le cose terrene? Di più: e se quel centesimo fosse dato solo in prestito? Or, direbbe costei: “Immense ricchezze io godo e posseggo, e tu ardisci d’offrirmi questo vil centesimo, così fangoso e solo per poco tempo?.”
Io credo che ritorcerebbe subito lo sguardo, e non accetterebbe il dono. Così fa l’anima che vive di fede riguardo alle cose terrene. Ora, andiamo un’altra volta all’idea del cibo; il corpo, prendendo il cibo, non solo si sostiene, ma partecipa della sostanza del cibo che si trasforma collo stesso corpo.
Ora, così l’anima che vive di fede; siccome la fede è Dio stesso, l’anima viene a vivere dello stesso Dio, e cibandosi dello stesso Dio viene a partecipare della sostanza di Dio e, partecipando, viene ad assomigliarsi a lui e a trasformarsi collo stesso Dio.
Quindi, avviene all’anima che vive di fede, che: santo Iddio, santa l’anima; potente Iddio, potente l’anima; sapiente, forte, giusto, Iddio, sapiente, forte, giusta, l’anima; e così di tutti gli altri attributi di Dio. Insomma, l’anima diviene un piccolo Dio.
Oh, la beatitudine di quest’anima sulla terra, per essere poi più beata nel cielo! Compresi ancora [che] non altro significano quelle parole che il Signore dice alle anime sue dilette, cioè: “Ti sposerò nella fede”, che il Signore in questo mistico sposalizio viene a dotare le anime delle sue stesse virtù.
Mi sembra come due sposi, che unendo le loro proprietà insieme, non si discerne più la roba dell’uno e dell’altra, e ambedue si rendono padroni. Ma nel fatto nostro, l’anima è povera, tutto il bene è da parte del Signore, che la rende partecipe delle sue sostanze.
Vita dell’anima è Dio, la fede è Dio; e l’anima, possedendo la fede, viene ad innestare in sé tutte le altre virtù, di modo che essa se ne sta come re nel cuore e le altre se ne stanno d’intorno come suddite, servendo alla fede; sicché le stesse virtù, senza la fede, sono virtù che non hanno vita.
Pare a me che Iddio in due modi comunica la fede all’uomo. La prima è nel santo battesimo. La seconda è quando Iddio benedetto, spiccando una particella della sua sostanza nell’anima, le comunica le virtù di far miracoli, come poter risorgere i morti, sanare gl’infermi, arrestare il sole ed altro.
Oh, se il mondo avesse fede, si cambierebbe in un paradiso terrestre! Oh, quanto alto e sublime è il volo dell’anima che si esercita nella fede!
A me sembra che l’anima, esercitandosi nella fede, fa come quei timidi uccelletti che, temendo di essere presi dai cacciatori oppure da qualche altra insidia, fanno la loro dimora sulle cime degli alberi, oppure sulle alture; quando poi son costretti a prendere il cibo, scendono, prendono il cibo, e subito se ne volano nella loro dimora; e qualcuno più accorto prende il cibo e neppure se lo mangia sul terreno, per essere più sicuro se lo porta sulle cime degli alberi e là se lo inghiotte.
Così l’anima che vive di fede: è tanto timida delle cose terrene che, per paura di essere insidiata, neppure le degna d’uno sguardo. La sua dimora è in alto, cioè sopra tutte le cose della terra, e specialmente nelle piaghe di Gesù Cristo, e da dentro quelle beate stanze, geme, piange, prega e soffre insieme col suo sposo Gesù, sulla condizione e miseria in cui giace il genere umano.
Mentre essa vive in quei forami delle piaghe di Gesù, il Signore le dà una particella delle sue virtù, e l’anima si sente in sé quelle virtù come se fossero sue; ma però avverte che, sebbene se le vede sue, il possesso che le viene dato, è stato comunicato dal Signore.
Succede come ad una persona che ha ricevuto un dono che essa non possedeva; ora, che fa? Se lo prende e se ne rende padrona, ma ogniqualvolta lo guarda, dice fra sé: “Questo è mio, però mi fu donato da quel tale.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 2; Febbraio 28, 1899)
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Continua Gesù a farsi vedere questa mattina, di tanto in tanto, partecipandomi qualche poco delle sue sofferenze, e qualche volta si vedeva anche il confessore unito [a lui]. Siccome egli mi aveva detto di pregare per certi suoi bisogni, vedendolo insieme con Nostro Signore ho cominciato a pregare Gesù che lo esaudisse in ciò che egli voleva.
Mentre io lo pregavo, Gesù tutto bontà si è voltato al confessore e gli ha detto:
“La fede voglio che t’inondi dappertutto, come quelle barche che sono tutte nel mare, circondate dalle acque; e siccome la fede sono io stesso, essendo [tu] inondato da me che tutto posseggo, posso e do liberamente a chi in me confida, senza che tu ci pensi a quel che verrà, al quando, ed il come che farai, io stesso secondo i tuoi bisogni mi presterò a soccorrerti.”
Poi ha soggiunto: “Se ti eserciterai in questa fede, quasi nuotando in essa, in ricompensa t’infonderò nel cuore tre gaudi spirituali. Il primo, che penetrerai le cose di Dio con chiarezza, e nel fare le cose sante ti sentirai inondato da una gioia, da un gaudio tale che ti sentirai come inzuppato, e questo è l’unzione della mia grazia.
Il secondo è una noia delle cose terrene, e sentirai nel tuo cuore una gioia delle cose celesti. Il terzo è un distacco totale di tutto, e dove prima sentivi inclinazione sentirai un fastidio, come da qualche tempo lo sto infondendo nel tuo cuore, e tu già lo stai esperimentando.
E per questo il tuo cuore sarà inondato dalla gioia che godono le anime nude, che hanno il loro cuore tanto inondato dell’amore mio, che dalle cose che le circondano esternamente non ne ricevono nessuna impressione.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 2; Giugno 25, 1899)
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Le sue privazioni continuano, ed essendosi fatto vedere appena il mio dolce Gesù, gli ho detto: “Dimmi, amor mio, dove ti ho offeso che fuggi da me lontano? Ahi, il mio cuore sanguina per l’acerbità del dolore!” E Gesù: “Ti sei sottratta forse dalla mia Volontà?”
Ed io: “No, no; il Cielo mi liberi da una tale disgrazia.”
E lui: “E perché dunque mi domandi dove mi hai offeso? Allora entra la colpa, quando l’anima si sottrae dalla mia Volontà. Ah, figlia mia, per prendere pieno possesso della mia Volontà devi accentrare in te tutti gli stati d’animo di tutte le creature; e come passi uno stato d’animo, così [ne] prendi il dominio. Ciò successe nella mia Mamma e nella mia stessa Umanità; quante pene, quanti stati delle anime erano accentrati in noi!
La mia cara Mamma varie volte rimaneva nello stato della pura fede, e la mia gemente Umanità restava come stritolata sotto il peso enorme di tutti i peccati e pene di tutte le creature; ma mentre soffrivo, restavo col dominio di tutti quei beni opposti a quei peccati e pene delle creature, e la mia cara Mamma restava Regina della fede, della speranza e dell’amore, dominatrice della luce, da poter dare fede, speranza, amore e luce a tutti.
Per dare è necessario possedere, e per possedere è necessario accentrare in sé quelle pene, e con la rassegnazione e con l’amore cambiare in beni le pene, in luce le tenebre, in fuoco le freddezze.
La mia Volontà è pienezza, e chi deve vivere in essa deve entrare nel dominio di tutti i beni possibili ed immaginabili, per quanto a creatura è possibile. Quanti beni non posso dare a tutti? e quanti non ne può dare la mia inseparabile Mamma?
E se non diamo di più è perché non c’è chi prenda, perché tutto soffrimmo, e mentre stavamo sulla terra la nostra dimora fu nella pienezza della Divina Volontà. Ora spetta a te fare la nostra stessa via e dimorare dove noi dimorammo.
Credi tu che sia come cosa da nulla, o come tutte le altre vite, anche sante, il vivere nel nostro Volere? Ah, no, no! È il Tutto; qui conviene abbracciare tutto, e se qualche cosa sfugge non puoi dire che vivi nella pienezza della nostra Volontà. Perciò sii attenta e segui sempre il volo nel mio Eterno Volere.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 15; Maggio 23, 1923)
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… “Non è vero che la Sovrana Regina non restò mai priva di me; inseparabile mai, ma priva sì; né [ciò] pregiudicava l’altezza della sua santità, anzi, l’accresceva.
Quante volte la lasciai nello stato di pura fede, perché, dovendo essere la regina dei dolori e la Madre di tutti i viventi, non poteva mancarle il fregio più bello, la gemma più fulgida che le dava la caratteristica di Regina dei martiri e Madre sovrana di tutti i dolori.
Questa pena di essere lasciata nella pura fede la preparò a ricevere il deposito delle mie dottrine, il tesoro dei sacramenti e tutti i beni della mia redenzione, perché essendo la pena più grande la mia privazione, mette in condizione l’anima di meritare di essere la depositaria dei doni più grandi del suo Creatore, delle sue conoscenze più alte e dei suoi segreti.
Quante volte non l’ho fatto per te? Dopo una mia privazione ti ho manifestato le conoscenze più alte sulla mia Volontà e con ciò venivo a renderti depositaria, non solo delle mie conoscenze, ma della stessa mia Volontà.
E poi la Sovrana Regina, come madre, doveva possedere tutti gli stati d’animo, quindi anche lo stato di pura fede, per poter dare ai suoi figli quella fede irremovibile che fa mettere il sangue e la vita per difendere ed attestare la fede. Se questo dono della fede non lo possedeva, come poteva darlo ai suoi figli?”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 19; Agosto 22, 1926)


