14Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, 15e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, 16perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio».
17E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, 18perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». 19Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me».
20E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi». 21«Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. 22Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell’uomo dal quale egli viene tradito!». 23Allora essi cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di loro avrebbe fatto questo.
24E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. 25Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. 26Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. 27Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.
28Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove 29e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, 30perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù d’Israele.
31Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; 32ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». 33E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte». 34Gli rispose: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi».
35Poi disse loro: «Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». 36Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. 37Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra gli empi. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento». 38Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli disse: «Basta!».
39Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. 40Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». 41Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: 42«Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». 43Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo.
44Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra. 45Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. 46E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».
47Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. 48Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?». 49Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». 50E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. 51Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate! Basta così!». E, toccandogli l’orecchio, lo guarì.
52Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni. 53Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre».
54Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. 55Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. 56Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: «Anche questi era con lui». 57Ma egli negò dicendo: «O donna, non lo conosco!».
58Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Ma Pietro rispose: «O uomo, non lo sono!». 59Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo». 60Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. 61Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». 62E, uscito fuori, pianse amaramente.
63E intanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo deridevano e lo picchiavano, 64gli bendavano gli occhi e gli dicevano: «Fa’ il profeta! Chi è che ti ha colpito?». 65E molte altre cose dicevano contro di lui, insultandolo.
66Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al loro sinedrio 67e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi». Rispose loro: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; 68se vi interrogo, non mi risponderete. 69Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio». 70Allora tutti dissero: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli rispose loro: «Voi stessi dite che io lo sono». 71E quelli dissero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca».
1 Tutta l’assemblea si alzò; lo condussero da Pilato 2e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re». 3Pilato allora lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». 4Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna».
5Ma essi insistevano dicendo: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui». 6Udito ciò, Pilato domandò se quell’uomo era Galileo 7e, saputo che stava sotto l’autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme. 8Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui.
9Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. 10Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell’accusarlo. 11Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. 12In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.
13Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, 14disse loro: «Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; 15e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. 16Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà». [ 17] 18Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!». 19Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio.
20Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. 21Ma essi urlavano: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». 22Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà». 23Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. 24Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. 25Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere.
26Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. 27Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. 28Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli.
29Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: «Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato». 30Allora cominceranno a dire ai monti: «Cadete su di noi!»,e alle colline: «Copriteci!». 31Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?». 32Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori.
33Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. 34Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte.
35Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». 36Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto 37e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». 38Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». 40L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». 42E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». 43Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
44Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, 45perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. 46Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.
47Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». 48Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. 49Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo.
50Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto. 51Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. 52Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. 53Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto.
54Era il giorno della Parasceve e già splendevano le luci del sabato. 55Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, 56poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto.

“Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me»” (Lc 22,19)

Questa mattina dopo la comunione, sentivo che il mio amabile Gesù in modo speciale mi assorbiva tutta nel suo Volere, ed io nuotavo dentro di esso; ma chi può dire ciò che provavo? Non ho parole per esprimermi; e Gesù mi ha detto:
“Figlia mia, per quanto tempo l’anima sta nella mia Volontà, tanto di vita divina può dire che fa sulla terra. Come mi piace quando ve-do che l’anima entra nella mia Volontà per farvi vita divina!
Mi piace molto vedere le anime che ripetono nella mia Volontà ciò che faceva la mia Umanità in essa! Io feci la comunione, ricevetti me stesso nella Volontà del Padre, e con ciò non solo riparavo tutto, ma trovando nella Divina Volontà l’immensità, l’onniveggenza di tutto e di tutti, quindi abbracciavo tutti, comunicavo tutti, e vedendo che molti non avrebbero preso parte al Sacramento, ed il Padre offeso ché non volevano ricevere la vita, io davo al Padre la soddisfazione, la gloria come se tutti avessero fatto la comunione, dando al Padre per ciascuno la soddisfazione e la gloria d’una vita divina.
Anche tu fa’ la comunione nella mia Volontà, ripeti ciò che feci io, e così non solo riparerai tutto, [ma] darai me stesso a tutti com’io intendevo di darmi a tutti e mi darai la gloria come se tutti si fossero comunicati.
Il mio cuore si sente intenerito nel vedere che la creatura, non potendo darmi nulla da sé che sia degno di me, prende le cose mie, le fa sue, imita come le ho fatte io e per piacermi me le dà; ed io nel mio compiacimento vo ripetendo: ‘Bravo alla figlia mia, hai fatto proprio ciò che facevo io’.”
Poi ha soggiunto: “Gli atti nella mia Volontà sono gli atti più semplici, ma perché semplici si comunicano a tutti. La luce del sole perch’è semplice, è luce d’ogni occhio, ma il sole è uno; un atto solo nella mia Volontà, come luce semplicissima si diffonde in ogni cuore, in ogni opera, in tutti, ma l’atto è uno.
Il mio stesso Essere, perch’è semplicissimo è un atto solo, ma un atto che contiene tutto; non ha piedi ed è il passo di tutti, non occhio ed è occhio e luce di tutti, dà vita a tutto, ma senza sforzo, senza fatica, ma dà l’atto d’operare a tutti, onde l’anima nella mia Volontà si semplicifica ed insieme con me si moltiplica in tutti, fa bene a tutti.
Oh, se tutti comprendessero il valore immenso degli atti, anche i più piccoli, fatti nella mia Volontà, nessun atto si farebbero sfuggire!” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 11; Settembre 8, 1916)

“Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi” (Lc 22, 20)

Avendo fatto la comunione, il mio dolce Gesù si è fatto vedere, ed io appena visto mi son gettata ai suoi piedi per baciarli e stringermi tutta a lui. E Gesù stendendomi la mano mi ha detto: “Figlia mia, vieni fra le mie braccia e fin dentro il mio cuore; mi son coperto dei veli eucaristici per non incutere timore.
Sono sceso nell’abisso più profondo delle umiliazioni in questo sacramento per innalzare la creatura fino a me, immedesimandola tanto in me da formare una sol cosa con me, e col far scorrere il mio sangue sacramentale nelle sue vene costituirmi vita del suo palpito, del suo pensiero e di tutto il suo essere.
Il mio amore mi divorava e voleva divorare la creatura nelle mie fiamme, per farla rinascere un altro me, perciò volli nascondermi sotto questi veli eucaristici, e così nascosto entrare in essa per formare questa trasformazione della creatura in me.
Ma per succedere questa trasformazione ci volevano le disposizioni da parte delle creature; ed il mio amore, dando in eccesso, come istituiva il Sacramento Eucaristico, così metteva fuori da dentro la mia Divinità altre grazie, doni, favori, luce, a bene dell’uomo per renderlo degno di potermi ricevere.
Potrei dire che [il mio amore] mise fuori tanto bene, da sorpassare i doni della creazione. Volli dargli prima le grazie per ricevermi, e poi darmi, per dargli il vero frutto della mia vita sacramentale.
Ma per prevenire con questi doni le anime, ci vuole un po’ di vuoti di loro stesse, di odio alla colpa, di desiderio di ricevermi. Questi doni non scendono nel marciume, nel fango, quindi senza dei miei doni non hanno le vere disposizioni per ricevermi, ed io scendendo in loro non trovo il vuoto per comunicare la mia vita; sono come morto per loro, e loro morte per me.
Io brucio e loro non sentono le mie fiamme; sono luce e loro restano più accecate. Ahimè, quanti dolori nella mia vita sacramentale! Molti per mancanza di disposizioni, non provando nulla di bene nel ricevermi, giungono a nausearmi, e se continuano a ricevermi è per formare il mio continuato Calvario e la loro eterna condanna.
Se non è l’amore che li spinge a ricevermi, è un affronto di più che mi fanno, è una colpa di più che aggiungono sulle anime loro. Perciò prega e ripara per i tanti abusi e sacrilegi che si fanno nel ricevermi sacramentato.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 15; Marzo 27, 1923)

“Pregate, per non entrare in tentazione” (Lc 22, 40)

… “Quello che ti raccomando è lo spirito di continua preghiera. Questo cercare sempre, l’anima, di conversare con me, sia col cuore, sia con la mente, sia con la bocca, ed anche con la semplice intenzione, la rende tanto bella al mio cospetto, che le note del suo cuore armonizzano con le note del cuor mio; ed io mi sento tanto tirato a conversare con detta anima, che non solo le manifesto le opere ad extra della mia umanità, ma le vado manifestando qualche cosa delle opere ad intra, che la Divinità faceva nella umanità.
Non solo questo, ma è tanta la bellezza che fa acquistare lo spirito di continua preghiera, che il demonio resta colpito come da folgore e resta frustato nelle insidie che tenta di nuocere a quest’anima.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 4; Luglio 28, 1902)

“Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo” (Lc 22,43)

Gesù, in questa terz’ora del Getsemani, chiese dal cielo aiuto, ed erano tante le sue pene, che chiese conforto anche dai suoi discepoli. E noi, in qualunque circostanza, dolore, sventura, chiediamo sempre aiuto dal cielo?
E se anche ci rivolgiamo alle creature, facciamo ciò ordinatamente, presso chi può santamente confortarci? Siamo rassegnati almeno, se non abbiamo quei conforti che speravamo, servendoci della noncuranza delle creature per abbandonarci di più nelle braccia di Gesù? Gesù fu confortato da un angelo.
E noi, possiamo dire che siamo l’angelo di Gesù con lo starci intorno a lui per confortarlo e prendere parte alle sue amarezze? Ma, per poter fare da vero angelo a Gesù, è necessario prendere le pene come mandateci da lui, perciò come pe-ne divine; solo allora possiamo osare di confortare un Dio tanto amareggiato.
Altrimenti, se le pene le prendiamo in senso umano, non possiamo servircene per confortare quest’Uomo-Dio, e quindi non possiamo fare da angeli.
Nelle pene che Gesù ci invia, pare ci mandi il calice dove noi dobbiamo mettere il frutto delle medesime; e queste pene, sofferte con amore e rassegnazione, si convertiranno in dolcissimo nettare per Gesù. In ogni pena diremo: “Gesù ci chiama a fare l’angelo intorno a lui; vuole i nostri conforti, e perciò ci fa parte delle sue pene”.
Amor mio, Gesù, nelle mie pene cerco il tuo cuore per riposo, e nelle tue intendo darti riparo con le mie pene, per scambiarcele insieme, ed io sia [così] il tuo angelo consolatore. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – Le Ore della Passione; dalle 11 alla mezzanotte: La terza ora di agonia nell’Orto di Getsemani)

“In preda all’angoscia, pregava più intensamente” (Lc 22, 44)

Innanzi a Gesù si presentano tutti i peccati di tutti i tempi, passati, presenti e futuri, ed egli addossa sopra di sé tutti questi peccati, per dare al Padre la gloria completa. Gesù Cristo quindi espiò, pregò, e nel suo cuore provò tutti i nostri stati d’animo senza mai smettere la preghiera.
E noi, in qualunque stato d’animo ci troviamo, freddi, duri, tentati, preghiamo sempre? Siamo noi costanti nella preghiera? Diamo a Gesù le pene dell’anima nostra come riparazione e come sollievo per poterlo tutto ricopiare in noi, pensando che ogni stato d’animo è una pena di lui?
Come pena di Gesù, dobbiamo metterla intorno a lui per compatirlo e sollevarlo, e se fosse possibile dobbiamo dirgli: Tu hai sofferto troppo, prendi riposo, soffriremo noi in vece tua.
Ci abbattiamo, oppure stiamo con coraggio ai piedi di Gesù, dandogli tutto ciò che soffriamo per fare che Gesù trovi in noi la sua stessa umanità? Cioè siamo noi di umanità a Gesù?
L’Umanità di Gesù, che faceva? Glorificava il Padre suo, espiava, impetrava la salvezza delle anime. E noi, in tutto ciò che facciamo, racchiudiamo in noi queste tre intenzioni di Gesù, in modo da poter dire che racchiudiamo in noi tutta l’Umanità di Gesù Cristo?
Nelle nostre oscurità, mettiamo l’intenzione di far splendere negli altri la luce della verità? E quando preghiamo con fervore, mettiamo l’intenzione di sciogliere il ghiaccio di tanti cuori induriti nella colpa?
Mio Gesù, per compatirti e poterti sollevare dall’abbattimento totale in cui ti trovi, m’innalzo fino al cielo e faccio mia la tua stessa divinità, e mettendola intorno a te, voglio allontanarti tutte le offese delle creature.
Voglio offrirti la tua bellezza per allontanare da te la bruttezza del peccato; la tua santità per allontanare l’orrore di tutte quelle anime che ti fanno provare tanto ribrezzo, perché morte alla grazia; la tua pace per allontanare da te le discordie, le ribellioni e i turbamenti di tutte le creature; le tue armonie per rinfrancare l’udito tuo dalle onde di tante voci cattive.
Mio Gesù, intendo offrirti tanti atti divini riparatori per quante offese ti assaltano, come se volessero darti morte, ed io coi tuoi stessi atti voglio darti vita. E poi, o mio Gesù, voglio gettare un’onda della tua divinità su tutte le creature, affinché, al tuo contatto divino, non più ardiscano offenderti. Così solo, o Gesù, potrò compatirti per tutte le offese che ricevi dalle creature.
O Gesù, dolce mia Vita, le mie preghiere e le mie pene s’innalzino sempre verso il cielo per far piovere su tutti la luce della grazia, e assorbire in me la tua stessa vita. (Da ‘Le Ore della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo’ – Dalle 10 alle 11 della notte)

“O donna, non lo conosco!” (Lc 22,57)

… “Figlia mia, il dolore più grande che ebbi nella mia passione, il chiodo che più mi trafisse il cuore, fu l’abbandono e la dispersione dei miei apostoli; non avevo un occhio amico in cui potevo riscontrare il mio sguardo.
L’abbandono, le offese, la noncuranza degli amici supera, oh, quanto! tutti i dolori ed anche la morte che possono dare i nemici. Io lo sapevo che gli apostoli mi dovevano dare questo chiodo e vilmente se ne sarebbero fuggiti da me, ma a ciò non badai, perché, figlia mia, chi vuol fare un’opera non deve badarci alle sue pene, anzi deve farsi gli amici nel bel tempo, quando tutto le sorride d’intorno, a passo passo semina trionfi e prodigi, non solo, ma comunica la forza miracolosa a chi si fa suo amico e discepolo; allora tutti si danno il vanto d’essere amico di chi è circondato di gloria ed onore, tutti sperano; e quanti amici e discepoli si vogliono se ne hanno, perché la gloria, i trionfi, il bel tempo sono calamite potenti che attirano le creature a seguire il trionfatore.
Chi vuol seguire ed essere amico o discepolo d’un povero calunniato, umiliato, disprezzato? Nessuno; anzi sentono paura, orrore ad avvicinarsi e giungono a disconoscere colui che prima stavano in amicizia, come fece con me San Pietro.
Quindi è inutile sperare amici quando la povera creatura si trova sotto l’incubo delle umiliazioni, disprezzi e calunnie; perciò bisogna farsi gli amici quando il Cielo ci sorride e la fortuna ci vorrebbe mettere sul trono, se vogliamo che il bene, le opere che si vogliono, abbiano la vita e la continuazione nelle altre creature.
Io col farmi gli amici quando seminavo miracoli e trionfi, che giungevano a credere che io dovevo essere il loro Re sulla terra, quindi essendo stati miei discepoli dovevano occupare i primi posti presso di me, ad onta che mi abbandonarono nella mia passione, quando la mia resurrezione suonò il mio pieno trionfo, gli apostoli si ricredettero, si riunirono tra loro e come trionfatori seguirono la mia dottrina, la mia vita, e formarono la Chiesa nascente.
Se io avessi badato che dovevano fuggirmi, non facendoli miei discepoli nel tempo dei miei trionfi, non avrei avuto chi parlasse di me dopo la mia morte, chi mi facesse conoscere. Perciò è necessario il bel tempo, la gloria, è pure necessario ricevere chiodi trafiggenti ed avere pazienza a soffrirli, per aver materie nelle mie opere più grandi, perché avessero vita in mezzo alle creature.
Ora non è stato questo un tutto, una somiglianza della mia vita nel tuo stato doloroso d’umiliazione, di calunnie e disprezzi che hai passato? Io sentivo in te ripetermi il chiodo dell’abbandono e dispersione dei miei apostoli, nel vedere chi tanto ci aveva tenuto ad assisterti, disperdersi da te e colla volontà d’abbandonarti; e vedendoti abbandonata ti vedevo sola, sola nelle mie braccia col chiodo dell’abbandono di chi doveva sostenerti, e nel mio dolore dicevo: ‘Cattivo mondo, come sai ben ripetere le scene della mia passione nei figli miei!’
Ed offrivi la tua amarezza per il trionfo della mia Volontà e per aiuto di quelli che dovrebbero farla conoscere. Perciò coraggio nelle dolorose circostanze della vita; ma sappi che il tuo Gesù non ti abbandonerà mai. Io non le so fare queste cose, il mio amore non è di natura volubile, ma fermo e costante, e ciò che dico colla bocca mi esce dalla vita del cuore. Invece le creature una cosa dicono e un’altra ne sentono nel cuore, mescolano molti fini umani anche nel farsi amici, ecco perciò si cambiano a secondo le circostanze.
Onde la dispersione di chi pareva che volevano mettere la vita nel bel tempo e che vilmente fuggono nel tempo delle umiliazioni e disprezzi, sono tutti effetti dell’umana volontà; essa è la vera carcere della creatura, ed è fine nell’arte di saper formare tante piccole stanze, però tutte senza finestre, perché essa non se ne intende di formare aperture per ricevere il bene della luce.
Quindi le passioni, le debolezze, la paura, i timori eccessivi, l’incostanza, sono tante stanze oscure della sua carcere, e che ora resta inceppata ad una ed ora ad un’altra, e la paura le fa temere e [la fa] allontanare da chi sta mettendo la vita per amor suo.
Invece [l’anima] dove regna la mia Volontà vive nella mia reggia, dove c’è tanta luce che le pene, le umiliazioni, le calunnie, non sono altro che scale di trionfi e di gloria e compimento di opere grandi e divine; quindi invece di fuggirsene dal povero martire ch’è stato gettato nella polvere dalla perversità umana, si stringe più a lui vicino aspettando con pazienza l’ora del nuovo trionfo.
Oh, se negli apostoli regnasse pienamente la mia Volontà, con certezza non se ne sarebbe fuggito in un’ora in cui io sentivo il bisogno della loro presenza, della loro fedeltà nelle tante mie pene!
In mezzo a nemici che volevano divorarmi, io volevo i miei fidi vicino, per cui non c’è conforto maggiore che avere un amico vicino in tempo d’amarezze. Io avrei visto nei miei cari apostoli a me vicino, i frutti delle mie pene, ed oh, quanti dolci ricordi si sarebbero suscitati nel mio cuore, che mi sarebbero stati balsamo alle mie intense amarezze!
La mia Divina Volontà avrebbe loro impedito colla sua luce il passo di fuggirsene, e quindi si sarebbero stretti più a me d’intorno; ma siccome vivevano nell’oscura carcere della loro volontà, la loro mente si oscurò, il cuore si raffreddò, la paura li invase, in un momento dimenticarono tutto il bene che avevano da me ricevuto, e non solo fuggirono da me, ma si dispersero tra loro; tutti effetti dell’umano volere che non sa mantenere l’unione e sa solo disperdere in un giorno il bene che si è fatto in tanti anni, con tanti sacrifici.
Perciò il solo tuo timore sia quello di non fare la mia Volontà”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 29; Giugno 5, 1931)