16Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». 17Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete», e: «Io me ne vado al Padre»?».
18Dicevano perciò: «Che cos’è questo «un poco», di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 19Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete»?
20In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.

“Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete” (Gv 16,16)

Talvolta, dopo la comunione, Gesù mi diceva: “Non potrai veramente somigliarti a me, mercé i patimenti che soffri in mia presenza, giacché io mi muovo ad aiutarti; ora voglio lasciarti un po’ sola, però sii più attenta di prima, giacché non ti darò più la mano per sorreggerti, e non sarò a correggerti in tutto.
Se per il passato non hai fatto altro che seguirmi nell’imitazione, ora farai e soffrirai tutto di buon animo, pensando solo che ti starò cogli occhi fissi sopra di te, però senza farmi da te né vedere né sentire; e quando tornerò a farmiti vedere, verrò per premiarti se sarai stata fedele nel seguirmi, oppure per castigarti se mi sarai stata infedele.”
A tale intimazione restai tanto spaventata ed atterrita, che gli dissi: “Signore, tu che sei il mio tutto e la mia vita, dimmi, come potrò vivere senza di te, mio bene? Chi mi darà la forza per ben comportarmi? Tu solo sei stato, tu solo sei e tu solo sarai la mia forza ed il mio sostegno.
Può essere mai che tu, dopo che mi hai fatto lasciare il mondo esterno e tutto ciò che mi circondava, in modo che mi sento come se nessuno più esistesse per me, vuoi ora lasciarmi in balìa di me stessa e priva della tua presenza? Hai forse dimenticato che io sono sì cattiva, e che senza di te nulla posso fare di bene?” E Gesù, con aspetto dolce e sereno:
“È appunto per questo che ciò faccio, per farti ben capire chi sei tu senza di me. Non ti rattristare, che lo faccio per il tuo maggior bene, volendo così preparare il tuo cuore a ricevere nuove grazie che mi riserbo versare su di te.
Sinora ti ho assistita visibilmente; adesso invisibilmente, per farti toccare con mano il tuo nulla; ti sprofonderò nella più profonda umiltà e ti fonderò nella mia grazia, la più eletta, per edificare sopra di te le altissime mura di ciò che intendo fare di te.
Perciò, invece di affliggerti, dovresti prendere motivo di rallegrarti meco e ringraziarmi, ché quanto più presto ti farò oltrepassare questo mare tempestoso, tanto più presto giungerai al porto di salvezza; e quanto più dure saranno le prove a cui ti assoggetterò, tante più grazie ti largirò. Coraggio, dunque, che verrò presto a consolarti nelle pene.”
Sì dicendo, si sottrasse dalla mia vista, benedicendomi. Chi può dire la pena che sentii, il vuoto che mi lasciò nel cuore, le amarezze che m’inondarono l’anima, e le lacrime che versarono i miei occhi, nel vedere che Gesù, benedicendomi, si allontanava da me?
Mi rassegnai però alla sua Santissima Volontà e, dopo aver baciato da lontano le mille volte quella mano che mi aveva benedetta, dando freno alle lacrime, presi a dire: “Addio, sposo santo, addio… Ricordati della promessa fattami, di farti cioè presto vedere; assistimi sempre ed ognora difendimi e fammi tutta tua.”
Sì dicendo, mi vidi allora tutta sola, come se per me tutto fosse finito, giacché lui solo tenevo, e mancandomi lui non mi restava altra consolazione; e perciò, tutto ciò che mi circondava si convertì in pene amarissime, poiché le stesse creature mi stuzzicavano in modo tale che mi pareva ascoltarle nel loro muto linguaggio, come se mi dicessero: “Vedi, noi siamo opera del tuo amante e amato bene; ed egli ora, dov’è?”
Se guardavo l’acqua, il fuoco, i fiori, le stesse pietre della mia stanza, e che so io, pareva che tutti mi dicessero: “Ah, vedi, tutte queste cose sono opera del tuo sposo, e sebbene hai il bene di vedere queste sue opere, non hai il bene di vedere il loro Creatore.”
Ed io: “Deh, opere del mio Signore, ditemi voi, che n’è di lui? ditemi dov’egli trovasi. A me disse che sarebbe presto tornato, ma chi di voi saprebbe dirmi quando dovrà tornare, quando lo rivedrò?”
In tale stato, eterni sembravami i giorni, sempiterne le notti in veglia, le ore e i minuti come secoli ed anni che nient’altro arrecavano che amare desolazione, da farmi sentire venir meno il palpito del cuore ed il respiro, ed alle volte mi si gelava tutta la persona ed ero presa da un certo fremito di morte che tutta m’invadeva, per cui le persone di famiglia vennero ad avvertirsi del mio male.
Ma tutto ciò che allora soffrivo venne attribuito a male fisico, e quindi la famiglia insisteva che mi dovessi curare; e tanto mi si disse e si fece, che dovetti sottopormi alla visita medica, che non mi fece alcun pro.
Io intanto continuavo a rammentarmi di quanto aveva detto ed operato in me il buon Gesù; mi ricordavo per filo e per segno tutte le sue grazie, tutte le sue dolci ed affabili parole, una per una tutte le paterne sue esortazioni e correzioni, e i singoli suoi rimproveri per richiamarmi al dovere del suo amore… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 1; cap. 13)

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… Dopo ciò, mi sono ricordata che anni addietro il mio dolce Gesù mi aveva detto: “Ci presenteremo innanzi alla Maestà Suprema, [con] scritto sulla nostra fronte a caratteri incancellabili: ‘Vogliamo morte per dar vita ai nostri fratelli, vogliamo pene per liberare loro da pene eterne’.”
Ora dicevo tra me: “Come posso far ciò se lui non viene? Lo potevo fare insieme con lui, ma da sola non so andare; e poi come poter subire tante morti?
Ed il benedetto Gesù muovendosi nel mio interno mi ha detto:
“Figlia mia, sempre ed in ogni istante puoi farlo, perché sto sempre con te né mai ti lascio; e poi voglio dirti come sono queste morti e come si formano. Io soffro la morte quando la mia Volontà vuole operare un bene nella creatura e partendosi da me porta con sé la grazia, gli aiuti che ci vogliono per fare quel bene: se la creatura si presta a fare quel bene, la mia Volontà è come se moltiplicasse un’altra vita; se la creatura è restia, è come se [la mia Volontà] subisse una morte. Oh, quante morti subisce la mia Volontà!
La morte nella creatura è quando voglio che faccia un bene, e non facendolo la sua volontà muore a quel bene; sicché se la creatura non sta in continuo atto di fare la mia Volontà, quante volte non la fa tante morti subisce: muore a quella luce che dovrebbe avere facendo quel bene, muore a quella grazia, muore a quei carismi.
Ora ti dico quali sono le tue morti con le quali potresti dar vita ai nostri fratelli. Quando ti senti priva di me ed il tuo cuore è lacerato e senti una mano di ferro che te lo stringe, tu senti una morte, anzi più che morte, perché la morte per te sarebbe vita; questa morte potrebbe dar vita ai nostri fratelli, perché questa pena e questa morte contengono una vita divina, una luce immensa, una forza creatrice, contengono tutto; è una morte e pena che contiene un valore infinito ed eterno.
Quindi quante vite potresti dare ai nostri fratelli?
Io soffrirò insieme queste morti, darò loro il valore della mia morte per fare uscire dalla morte la vita. Onde vedi un po’ quante morti tu fai: quante volte mi vuoi e non mi trovi, è per te una morte reale, perché veramente non mi vedi, non mi senti, per te è morte, è martirio, e ciò che a te è morte agli altri può essere vita.” (vol. 12; Dicembre 22, 1920)

“In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia” (Gv 16,20)

Trovandomi nel solito mio stato, il mio adorabile Gesù tutto amore e tenerezza è venuto alla povera anima mia.
Prima si è messo a me vicino e mi guardava fissa come se mi volesse dire tante cose, ma voleva allargare la mia intelligenza, perché era incapace di poter ricevere e comprendere ciò che lui voleva dirmi; poi si è disteso su tutta la mia persona e mi nascondeva sotto di lui: copriva la mia faccia con la sua, le mie mani, i miei piedi coi suoi; mi pareva che stava tutto attento a coprirmi e a nascondermi sotto di lui, affinché nulla più comparisse di me.
Oh, come mi sentivo felice, nascosta e coperta tutta da Gesù! Ed io non vedevo altro che Gesù, tutto mi era scomparso. Le gioie, la felicità della sua amabile presenza come d’incanto erano tutte ritornate a rivivere nel mio povero cuore; il dolore era da me sbandito né mi ricordavo più la sua privazione che mi era costata pene mortali. Oh, come è facile dimenticare tutto stando con Gesù!
Ora dopo che mi ha tenuto per qualche tempo tutta coperta e nascosta in lui, tanto che io credevo che non più mi lasciasse, lo sentivo che chiamava gli angeli, i santi, che venissero a vedere ciò che Gesù faceva con me ed il modo come mi teneva coperta sotto alla sua adorabile Persona.
Onde dopo mi ha partecipato le sue pene, ed io tutto gli facevo fare; e sebbene mi sentivo come stritolare da quelle pene, mi sentivo felice e provavo le gioie che contiene il Voler Divino quando l’anima si abbandona in esso, anche soffrendo. Quindi dopo che mi ha fatto patire mi ha detto:
“Figlia mia, la mia Volontà vuole sempre più darsi a te, e per più darsi vuole più farsi comprendere; e per rendere più stabile, più sicuro, più apprezzabile ciò che ti manifesta, ti dà nuove pene per maggiormente disporti e preparare in te il vuoto dove deve deporre le sue verità. Vuole il nobile corteggio del dolore, per essere sicura dell’anima e potersi fidare di lei.
È sempre il dolore, le croci che aprono le porte a nuove manifestazioni, a lezioni più segrete, ai doni più grandi che voglio deporre in te, perché se l’anima resiste alla mia Volontà penante, dolente, si renderà capace di ricevere la mia Volontà felicitante ed acquisterà l’udito per capire le nuove lezioni della mia Volontà.
Il dolore le farà acquistare il linguaggio celeste, in modo da saper ridire le nuove lezioni imparate.”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 17; Giugno 25, 1925)

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I miei giorni sono sempre più amari per le lunghe privazioni del mio dolce Gesù. La sua sola Volontà mi è rimasta come preziosa eredità delle tante sue visite fatte alla povera anima mia, e ora lasciata sola, dimenticata da colui che formava la mia vita, che mi pareva d’essere fusi insieme e che né lui poteva stare senza di me né io senza di lui. E mentre penso: “Dove, dov’è andato colui che tanto mi amava? Che ho fatto che mi ha lasciato?
Ah, Gesù, ritorna, ritorna che non ne posso più!” e mentre vorrei abbandonarmi al dolore e pensare alla mia grande sventura d’aver perduto colui in cui avevo racchiuso tutte le mie speranze, la mia felicità, il Santo Voler Divino s’impone su di me facendomi fare il corso dei miei atti nella sua adorabile Volontà, e quasi m’impedisce di dolermi di più d’essere priva dell’unico mio bene, e resto come impietrita, impavida, tutta sola, senza il minimo conforto né dal Cielo né dalla terra.
Ora mentre mi trovavo in questo stato, stavo pensando a diverse pene della passione di Gesù, il quale facendosi vedere per poco tempo mi ha detto: “Figlia mia, in tutte le mie pene fui sempre eguale, non mi cambiai mai, il mio sguardo fu sempre dolce, il mio volto sempre sereno, le mie parole sempre calme e dignitose.
In tutta la mia Persona ci avevo tale eguaglianza di modi, che se avessero voluto conoscermi per loro Redentore, solo dal mio modo sempre eguale in tutto e per tutto mi avrebbero conosciuto.
È vero che le mie pene furono tante da eclissarmi e come tante nubi che mi circondavano, ma ciò dice nulla: dopo la foga delle pene io ricomparivo in mezzo ai nemici come sole maestoso, con la mia solita serenità e coi miei stessi modi sempre eguali e pacifici.
Essere sempre eguale è solo di Dio e dei veri figli di Dio; il modo sempre eguale imprime il carattere divino nell’anima e fa conoscere che puro e santo è l’operato delle creature.
Invece un carattere ineguale è delle creature ed è segno di passioni che tumultuano nel cuore umano, che lo tiranneggiano, in modo che anche all’esterno mostrano un carattere disgradevole che dispiace a tutti. Perciò ti raccomando d’essere sempre eguale con me, con te stessa e con gli altri; eguale nelle pene e fin nella mia stessa privazione.
Il carattere eguale in te dev’essere incancellabile, e sebbene le pene della mia privazione ti atterrano e formano dentro e fuori di te le nubi del dolore, i tuoi modi eguali saranno luce che snebbieranno queste nubi e faranno conoscere che, sebbene nascosto, io abito in te”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 18; Settembre 16, 1925)

“Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17, 23)

Mentre pregavo stavo unendo la mia mente a quella di Gesù, gli occhi miei a quelli di Gesù, e così di tutto il resto, intendendo di fare ciò che faceva Gesù con la sua mente, coi suoi occhi, con la sua bocca, col suo cuore, e così di tutto; e siccome pareva che la mente di Gesù, gli occhi, ecc., si diffondevano a bene di tutti, così pareva che anch’io mi diffondevo a bene di tutti, unendomi e immedesimandomi con Gesù.
Ora pensavo tra me: “Che meditazione è questa? Che preghiera? Ah, non sono più buona a nulla, non so neppure riflettere nulla!” Ma mentre ciò pensavo, il mio sempre amabile Gesù mi ha detto:
“Figlia mia, come ti affliggi di questo? Invece di affliggerti dovresti rallegrarti, perché quando tu meditavi e tante belle riflessioni sorgevano nella tua mente, tu non facevi altro che prendere, di me, parte delle mie qualità e delle mie virtù; ora essendoti rimasto solo di poterti unire ed immedesimarti a me, mi prendi tutto, e non essendo buona a nulla, con me sei buona a tutto, perché con me vuoi il bene di tutti, e solo il desiderare, il volere il bene, produce nell’anima una fortezza che la fa crescere e la stabilisce nella vita divina.
Poi con l’unirsi con me ed immedesimarsi con me [l’anima] si unisce con la mia mente, così tante vite di pensieri santi produce nelle menti delle creature; come si unisce coi miei occhi, così produce nelle creature tante vite di sguardi santi; così se si unisce con la mia bocca darà vita alle parole; se si unisce al mio cuore, ai miei desideri, alle mie mani, ai passi, così ad ogni palpito darà una vita, vita ai desideri, alle azioni, ai passi, ma vite sante, perché contenendo in me la potenza creatrice, insieme con me crea l’anima e fa ciò che faccio io.
Ora questa unione con me parte per parte, mente per mente, cuore per cuore, ecc., produce in te, in grado più alto, la vita della mia Volontà e del mio amore; ed in questa Volontà viene formato il Padre, nell’amore lo Spirito Santo, e dall’operato, dalle parole, dalle opere, dai pensieri e da tutto il resto che può uscire da questa Volontà e da questo amore, viene formato il Figlio, ed ecco la Trinità nelle anime.
Sicché se dobbiamo operare, è indifferente operare nella Trinità in Cielo o nella Trinità delle anime in terra. Ecco perciò vado togliendoti tutto il resto, sebbene [siano cose] buone, sante, per poterti dare il più buono ed il più santo qual sono io stesso, e di poter fare di te un altro me stesso, quanto a creatura è possibile. Credo che non ti lamenterai più, non è vero?”
Ed io: “Ah! Gesù, Gesù, io mi sento invece che mi son fatta cattiva cattiva, ed il maggior male [è] che non so trovare questa mia cattiveria, ché almeno farei quanto posso a toglierla.” E Gesù: “Basta, basta. Tu vuoi inoltrarti troppo nel pensiero di te stessa; pensa a me ed io penserò anche alla tua cattiveria, hai capito?” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 11; Giugno 12, 1913)