Sabato della XXIV settimana del Tempo Ordinario (Lc 8,4-15)

4Poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: 5«Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono.
6Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. 7Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono.
8Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!». 9I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola.
10Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano. 11Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio.
12I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. 13Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno.
14Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. 15Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.

“Il seminatore uscì a seminare il suo seme” (Lc 8,5)

“Il seminatore uscì a seminare il suo seme” (Lc 8,5)
Mi sentivo oppressa e tutta annientata in me stessa, non buona a far nulla. Le privazioni spesso spesso del mio amato Gesù mi rendono inabile a tutto. E mentre da una parte le sento al vivo che lacerano la povera anima mia, dall’altra parte mi rendono intontita e impietrita come se non avessi più vita; oppure sento la vita per sentirmi morire.
Oh Dio, che pene, sono senza misericordia e senza pietà! Vivere sotto l’incubo di una pena che mi porta un peso infinito, immenso ed eterno! Non ho dove andare né che fare per non sentire il peso enorme di questa pena tremenda.
Onde pensavo tra me: “Non sono più buona a nulla, sennonché a sentire tutto il peso della mia grande sventura d’essere priva di colui che a me sembra che tutti gli altri possiedono. Solo per me tocca questa pena sì straziante di non possedere la mia vita, il mio tutto, il mio Gesù.
Ah, Gesù, ritorna a colei cui tu feristi e la lasciasti in preda del dolore della ferita che tu stesso le facesti! E poi a che pro tenermi in vita quando non sono buona a fare più nulla?” Ma mentre sfogavo il mio dolore, il mio sommo bene Gesù si è mosso nel mio interno e stringendomi tutta a sé mi ha detto:
“Figlia mia, la terra creata da Dio fertile e bella, con un sole fulgidissimo che la illumina ed allieta, divenne piena di spine e tutta pietrosa per il peccato, e l’umana volontà mise in fuga il sole della mia [Volontà] e dense tenebre la coprirono; ed io ti tengo in vita perché devi togliere tutte le pietre dalla terra e renderla fertile di nuovo.
Ogni atto di volontà umana è stato una pietra che ha coperto la bella terra da me creata. Ogni peccato veniale è stato una spina, ogni peccato grave è stato un veleno, ed ogni bene fatto fuori della mia Volontà è stato come sabbia sparsa sul terreno, che invadendola tutta copriva la vegetazione, anche alla più piccola pianta ed a qualche filo d’erba che poteva spuntare da sotto le pietre.
Ora figlia mia, ogni tuo atto fatto nella mia Volontà deve togliere una pietra; e quanti atti ci vogliono per toglierle tutte!
E col non dar mai vita alla tua volontà, chiamerai i fulgidi raggi del sole del Fiat Supremo a splendere su questi terreni tenebrosi, e questi raggi chiameranno il vento impetuoso della grazia, che con impero smuoverà tutta quella sabbia, cioè tutto quel bene fatto né per compiere il mio Volere né in esso né per amor mio, ma bene per riscuotere stima, gloria, interesse umano.
Oh, come è pesante questo bene apparente, più che sabbia che impedisce la vegetazione alle anime, e le rende talmente sterili da far pietà! Quindi il sole del mio Volere colla sua fecondità cambierà le spine in fiori e frutti, ed il vento della mia grazia sarà il contravveleno e verserà la vita nelle anime.
Onde tu devi essere convinta che ti tengo ancor in vita per riordinare l’opera della creazione, e come una volontà umana mettendosi fuori dalla mia disordina tutto, fino a cambiare la faccia della terra, così un’altra volontà umana, che entra nella mia, e con atti ripetuti ed impetranti, deve riordinare tutto e rendermi il dolce incanto, l’armonia, la bellezza dei primi tempi della creazione.
Non senti in te quanto è largo il tuo campo? E come riandando nell’Eden terrestre, dove il mio Volere Divino festeggiò coi primi atti dell’uomo, godevano insieme la terra fertile e bella che gli aveva dato, chiamo te per vincolare quei primi atti e per farti seguire tutti i terreni invasi dalla volontà umana, affinché abbracciando tutti i tempi insieme, aiuti a togliere le pietre, le spine, la sabbia che l’umano volere ha ridotto da far pietà?” … (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 22; Giugno 20, 1927)

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…“Figlia mia, il vivere fuori della mia Divina Volontà è vivere senza il connesso della vita divina, appartata dal Cielo, come se non avesse amicizia, conoscenza, relazione col suo Padre celeste; si può dire che mentre sa che tiene suo Padre, ma non lo conosce, vive come lontano e perciò non partecipa ai suoi beni divini, molto più che [ad] ogni atto di volontà umana che fa prende sempre terra, e questa conosce ed ama, e partecipa alle infelicità che produce il terreno che va acquistando coi suoi atti umani.
Sicché la volontà umana senza il connesso colla Divina sa produrre molta terra, che semina passioni, spine, peccati e raccoglie miserie, tristezze, che le amareggiano la vita.
Onde [ad] ogni atto d’umana volontà, [la creatura] non fa altro che prendere un po’ di terra; invece [in] ogni atto che fa di mia Volontà, la creatura perde il terreno umano ed acquista il terreno del Cielo.
Perciò ogni atto che va facendo di Voler Divino prende Cielo e va allargando le sue proprietà celesti, ed io stesso le somministro la semina; facendomi agricoltore celeste semino insieme con lei le più belle virtù e vi formo il mio soggiorno, il mio rifugio, le mie delizie, e non trovo differenza, tanto starmi in Cielo insieme coi santi nelle regioni celesti, tanto starmi nel cielo di questa creatura.
Anzi provo più piacere nello starmi nel cielo dell’umana volontà in terra, per la ragione che in esso tengo da lavorare per poter ingrandire di più questo cielo, quindi posso fare nuovi acquisti, ricevere nuovo amore, ed il lavoro sebbene è sacrifizio, ma tiene virtù di produrre nuove invenzioni, nuove bellezze, nuove arti.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 32; Aprile 29, 1933)