SACRATISSIMO CUORE DI GESÙ, SOLENNITÀ – B – (Gv 19, 31-37)
31Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato -, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. 32Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui.
33Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.
35Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. 36Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. 37E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.
“Ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19, 34)
… “Figlia mia, non solo la coronazione di spine fu triplice, ma quasi tutte le pene che soffrii nella mia passione furono triplici. Triplici furono le tre ore dell’agonia dell’Orto; triplice fu la flagellazione, flagellandomi con tre specie di diversi flagelli; triplici volte mi spogliarono; per ben tre volte fui condannato a morte: di notte, di presto mattino e di pieno giorno; triplici furono le cadute sotto la croce; triplici i chiodi; triplici volte il cuor mio versò sangue: cioè nell’orto da per sé stesso, e dal proprio suo centro nell’atto della crocifissione, quando fui stirato ben bene sopra la croce, tanto che tutto il mio corpo vi restò tutto slogato ed il mio cuore si sconquassò dentro e versò sangue, e dopo la mia morte quando con una lancia mi fu aperto il costato; triplici le tre ore dell’agonia sulla croce.
Se tutto si volesse ruminare, oh, quanti triplici si troverebbero! E questo non fu per caso, ma tutto fu per ordinazione divina e per rendere completa la gloria dovuta al Padre, la riparazione che gli si doveva dalle creature ed il bene da meritare alle stesse creature; perché il dono più grande che la creatura ha ricevuto da Dio è stato il crearla a sua immagine e somiglianza, e dotarla con tre potenze: intelletto, memoria e volontà.
E la creatura non c’è colpa che commette, che queste tre potenze non vi concorrano, e quindi macchia, deturpa la bella immagine divina che contiene in sé stessa, servendosi del dono per offendere il donatore.
Ed io per rifare di nuovo questa immagine divina nella creatura e per dare tutta quella gloria che la creatura gli doveva a Dio, vi ho concorso con tutto il mio intelletto, memoria e volontà, ed in modo speciale in questi triplici da me sofferti, per rendere completa, tanto la gloria che gli si doveva al Padre, quanto il bene che era necessario alle creature.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 6; Settembre 26, 1904)
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Me la passo tra privazioni ed ansie e spesso mi lamento col mio dolce Gesù, e lui è venuto e avvicinandosi mi ha stretto al suo cuore e mi ha detto: “Bevi al mio costato.”
Io ho bevuto il santissimo sangue che usciva dalla piaga del suo cuore. Come ero felice!
Ma Gesù non contento di farmi bere la prima volta mi ha detto che bevessi la seconda e poi la terza volta. Io ne son rimasta meravigliata della sua tanta bontà, che senza chiederlo lui stesso voleva che bevessi.
Poi ha soggiunto: “Figlia mia, ogniqualvolta ricordi che sei priva di me e peni, il tuo cuore resta ferito con una ferita divina, la quale essendo divina ha virtù di rifletter[si] nel mio cuore e di ferire il mio.
Questa ferita è dolce, è balsamo al mio cuore, ed io me ne servo per raddolcirmi delle ferite crudeli che mi fanno le creature, della noncuranza di me, dei disprezzi che mi fanno fino a giungere a dimenticarsi di me. Così se l’anima si sente fredda, arida, distratta e ne sente pena per cagione di me, resta ferita e ferisce me, ed io ne resto sollevato.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 12; Agosto 1, 1918)
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… “Figlia mia, quante virtù praticò il mio cuore, tante sorgenti si formarono in esso; e come si formavano, così scaturivano innumerevoli rivoli, che zampillando fin nel cielo glorificavano degnamente il Padre a nome di tutti, e questi rivoli dal cielo ricadevano a bene di tutte le creature.
Ora anche le creature come praticano le virtù, nei loro cuori si formano le piccole sorgenti da cui scaturiscono i loro piccoli rivoli che s’incrociano coi miei; rivoli che zampillando insieme coi miei glorificano il Padre celeste e scendono a pro di tutti, e formano una tale un’armonia tra il cielo a la terra, che gli stessi angioli ne restano sorpresi all’incantevole vista.
Perciò sii attenta a praticare le virtù del mio cuore, per farmi aprire le sorgenti delle mie grazie”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 12; Giugno 27, 1919)
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O mio Gesù, già sei morto. Ed io, stando nel tuo cuore, comincio già a godere i copiosi frutti della tua redenzione. I più increduli si piegano riverenti innanzi a te, percuotendosi il petto, e ciò che non fecero innanzi al tuo corpo vivente, lo fanno adesso innanzi al tuo corpo esanime.
La natura si scuote, il sole si oscura, la terra freme, gli elementi si risentono e pare che prendono parte alla tua morte dolorosissima. Gli angeli, presi da ammirazione e da amore, a mille a mille scendono dal cielo, ti adorano, ti rendono il tributo della riconoscenza e ti confermano vero nostro Dio.
O mio Gesù, anch’io unisco le mie adorazioni alle loro, ti offro la mia gratitudine e tutto l’amore del mio povero cuore. Vedo che il tuo amore non è ancora pago, e per darci un segno ancora più certo, permetti che un soldato si avvicini a te e con una lanciata ti squarci il cuore, facendoti versare le ultime stille di sangue ed acqua ivi ancora racchiuse.
O mio Gesù, non permetterai che questa lancia ferisca anche il cuore mio? Ah, sì! Questa sia la lancia che ferisca i miei desideri, i miei pensieri, i miei palpiti, la mia volontà e che mi dia il tuo Volere, i tuoi pensieri e tutta la tua vita di amore e di immolazione.
Cuore del mio Gesù, squarciato da questa lancia, sii tu un lavacro per tutte le anime, un rifugio per tutti i cuori, un riposo per tutti gli affranti. È da questa ferita che tu fai uscire la Chiesa, tua diletta sposa, da qui i sacramenti, da qui la vita delle anime.
Ed io, insieme alla tua Santissima Madre, crudelmente ferita nel cuore, intendo riparare le offese, gli abusi e le profanazioni che vengono fatte contro la tua Chiesa. In virtù di questa ferita e di Maria Santissima, nostra dolcissima Madre, ti prego di chiudere tutti nel tuo amabilissimo cuore, e di proteggere, difendere ed illuminare i reggitori della tua Chiesa.
O mio Gesù, dopo la tua morte straziante e dolorosissima, pare che io non dovrei più avere vita propria, ma la mia vita la devo ritrovare in questo cuore ferito. Sicché qualunque cosa starò per fare, l’attingerò sempre da questo cuore divino.
Non darò più vita ai miei pensieri, ma se vita vorranno prenderò i tuoi. Non più avrà vita il mio volere, ma se vita vorrà prenderò la tua Santissima Volontà. Non più avrà vita il mio amore, ma se vita vorrà prenderò per vita il tuo amore. O mio Gesù, tutta la tua Volontà è mia; questa è Volontà tua, questo è il mio volere. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – Le Ore della Passione; dalle 3 alle 4 del pomeriggio: Gesù, morto, è trapassato dalla lancia e deposto dalla croce)
“Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37)
Trovandomi nel solito mio stato, il mio sempre amabile Gesù nel venire mi faceva vedere il suo adorabile cuore tutto pieno di ferite che scaturivano fiumi di sangue, e tutto dolente mi ha detto:
“Figlia mia, tra tante ferite che contiene il mio cuore, vi sono tre ferite che mi danno pene mortali e tale acerbità di dolore da sorpassare tutte le altre ferite insieme; e queste sono:
Le pene delle mie anime amanti: quando veggo un’anima tutta mia soffrire per causa mia, torturata, conculcata, pronta a soffrire anche la morte più dolorosa per me, io sento le sue pene come se fossero mie e forse di più ancora.
Ah, l’amore sa aprire squarci più profondi, tanto da non far sentire le altre pene! In questa prima ferita entra per prima la mia cara Mamma. Oh, come il suo cuore trafitto per causa delle mie pene traboccava nel mio e ne sentiva al vivo tutte le sue trafitture!
E nel vederla morente e non morire per causa della mia morte, io sentivo nel mio lo strazio, la crudezza del suo martirio, e sentivo le pene della mia morte che sentiva il cuore della mia cara Mamma, ed il mio cuore ne moriva insieme. Sicché tutte le mie pene unite insieme, innanzi alle pene [da me sofferte per le pene] della mia Mamma, [queste] sorpassavano tutto.
Era giusto che la mia celeste Mamma avesse il primo posto nel mio cuore, tanto nel dolore quanto nell’amore, perché ogni pena sofferta per amor mio apriva mari di grazie e di amore che si riversavano nel suo cuore trafitto.
In questa ferita entrano tutte le anime che soffrono per causa mia e per solo amore; in questa entri tu, e quantunque tutti mi offendessero e non mi amassero, io trovo in te l’amore che può supplirmi per tutti.
E perciò quando le creature mi cacciano, mi costringono a farmi fuggire da loro, io lesto lesto vengo a rifugiarmi in te come a mio nascondiglio, e trovando il mio amore, non il loro, e penante solo per me, dico: ‘Non mi pento di aver creato cielo e terra e d’avere tanto sofferto’.
Un’anima che mi ama e che pena per me è tutto il mio conforto, il mio contento, la mia felicità, il mio compenso di tutto ciò che ho fatto, e mettendo come da parte tutto il resto mi delizio e scherzo con lei.
Però questa ferita d’amore nel mio cuore, mentre è la più dolorosa, da sorpassare tutto, contiene due effetti nel medesimo tempo: mi dà intenso dolore e somma gioia, amarezza indicibile e dolcezza indescrivibile, morte dolorosa e vita gloriosa. S
ono gli eccessi del mio amore, inconcepibili a mente creata; e difatti quanti contenti non trovava il mio cuore nei dolori della mia trafitta Mamma? La seconda ferita mortale del mio cuore è l’ingratitudine.
La creatura coll’ingratitudine chiude il mio cuore, anzi lei stessa vi mena la chiave a doppie girate, ed il mio cuore si gonfia perché vuol versare grazie, amore, e non può perché la creatura me l’ha chiuso e vi ha messo il suggello coll’ingratitudine; ed io vo in delirio, smanio senza speranza che questa ferita mi sia rimarginata, perché l’ingratitudine me la va sempre inasprendo dandomi pena mortale.
La terza è l’ostinazione. Che ferita mortale al mio cuore! L’ostinazione è la distruzione di tutti i beni che ho fatto verso la creatura, è la firma di dichiarazione che mette la creatura di non più conoscermi, di non appartenermi più, è la chiave dell’inferno [in] cui la creatura va a precipitarsi; ed il mio cuore ne sente lo strappo, mi si fa in pezzi e mi sento portar via uno di quei pezzi.
Che ferita mortale è l’ostinazione! Figlia mia, entra nel mio cuore e prendi parte a queste mie ferite, compatisci il mio cuore straziato, soffriamo insieme e preghiamo.” Io sono entrata nel suo cuore: come era doloroso, ma bello, soffrire e pregare con Gesù! (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 12; Gennaio 27, 1919)

Pompeo Batoni, CC0, via Wikimedia Commons
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