San Giuseppe Lavoratore (Mt 13,54-58)
54Venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? 55Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?
56E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». 57Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua».
58E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.
“Non è costui il figlio del falegname?” (Mt 13,55)
… “Figlia mia, la tua vita deve essere in mezzo a noi nella casa di Nazareth. Se lavori, se preghi, se prendi cibo, se cammini, devi avere una mano a me, l’altra alla Mamma nostra, e lo sguardo a san Giuseppe, per vedere se i tuoi atti corrispondono ai nostri, in modo da poter dire: ‘Faccio prima il mio modello sopra a ciò che fa Gesù, la Mamma celeste e San Giuseppe, e poi lo seguo’. A seconda il modello che hai fatto, io voglio essere ripetuto da te nella mia vita nascosta; voglio trovare in te le opere della Mamma mia, quelle del mio caro san Giuseppe, e le mie stesse opere.”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – Quaderno di “Memorie dell’infanzia”)
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Continuando a vedere il Santo Bambino, vedevo la Regina Madre da un parte e San Giuseppe dall’altra, che stavano adorando profondamente l’Infante Divino stando tutta intenta in lui; mi pareva che la continua presenza del bambinello li teneva assorti in estasi continua, e se operavano era un prodigio che il Signore operava in loro, altrimenti sarebbero restati immobili senza potere esternamente accudire ai loro doveri.
Anch’io vi ho fatto la mia adorazione e mi son trovata in me stessa. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 4; Dicembre 26, 1900)
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… “Figlia mia, per potere l’anima dimenticare sé stessa, dovrebbe fare in modo che tutto ciò che fa e che le è necessario, lo facesse come se io lo volessi fare in lei.
Se pregasse dovrebbe dire: ‘È Gesù che vuol pregare’, ed io prego insieme con lei; se deve lavorare: ‘È Gesù che vuole lavorare’; ‘È Gesù che vuole camminare, è Gesù che vuole prendere cibo, che vuole dormire, che vuole alzarsi, che vuole divertirsi’, e così di tutto il resto della vita.
Così solo può l’anima dimenticarsi di se stessa, perché non solo farà tutto perché lo voglio io, ma perché lo voglio fare io, mi necessitano a me proprio.”
Ora un giorno stavo lavorando e stavo pensando: “Come può essere che mentre io lavoro è Gesù che lavora in me, è lui proprio che vuol fare questo lavoro?” E Gesù: “Io proprio, le mie dita che stanno nelle tue e lavorano.
Figlia mia, quand’io stavo sulla terra le mie mani non si abbassavano a lavorare legne, a ribattere i chiodi, ad aiutare nei lavori fabbrili il mio padre putativo Giuseppe?
E mentre ciò facevo, con quelle mani medesime, con quelle dita, creavo le anime e altre anime richiamavo all’altra vita, divinizzavo tutte le azioni umane, le santificavo dando a ciascuna un merito divino; nei movimenti delle mie dita chiamavo in rassegna tutti i movimenti delle tue dita e degli altri, e se vedevo che le facevano per me o perché io li volessi fare in loro, io continuavo la vita di Nazareth in loro e mi sentivo come rinfrancato da parte loro per i sacrifizi, le umiliazioni della mia vita nascosta, dando loro il merito della mia stessa vita.
Figlia, la vita nascosta che feci in Nazareth non viene calcolata dagli uomini, mentre non potevo far loro più bene di quella dopo la passione, perché abbassandomi io a tutti quegli atti piccoli e bassi, a quegli atti che gli uomini vivono alla giornata, come il mangiare, il dormire, il bere, il lavorare, accendere fuoco, scopare, ecc., atti tutti che nessuno può farne a meno, io facevo scorrere nelle loro mani una monetina divina e di prezzo incalcolabile.
Sicché se la passione li redense, la vita nascosta corredava ogni azione umana, anche la più indifferente, di merito divino e di prezzo infinito. Vedi, mentre tu lavori, lavorando perché io voglio lavorare, le mie dita scorrono nelle tue, e mentre lavoro in te, nel medesimo istante [con] le mie mani creatrici, quanti sto mettendo alla luce di questo mondo? quante altre ne chiamo? quante altre santifico, altre correggo, altre castigo, ecc.?
Ora tu stai con me a creare, a chiamare, a correggere ed altro, sicché come tu non sei sola, neppure lo sono io nel mio operare; ti potrei dare onore più grande?”
Ma chi può dire quello che comprendevo, il bene che si può fare a noi ed agli altri facendo le cose perché Gesù le vuole fare in noi? La mia mente si perde e perciò faccio punto. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 11; Agosto 14, 1912)
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… “Chi possiede la mia Divina Volontà tiene la vista di conoscere ciò che appartiene alla mia stessa Volontà. Solo l’uomo non mi conobbe, perché non possedeva la vista e l’odorato fino di essa; dovetti dirglielo per farmi conoscere, e molti con tutto il mio dire neppure mi credettero, perché chi non possiede il mio Volere Divino è cieco e sordo e senza odorato per conoscere ciò che ad esso appartiene.
Il non possederlo è l’infelicità più grande della creatura, è il povero cretino, cieco, sordo e muto, che non possedendo la luce del mio Fiat Divino, se ne serve delle stesse cose create di prendere gli escrementi che esse gettano, e lascia dentro di esse il vero bene che contengono.
Che dolore vedere le creature senza la nobiltà della vita della mia Volontà Divina!” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta vol. 23; Ottobre 6, 1927)
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… “Se facevo i miracoli tenevano da dire, perché mi credevano figlio di San Giuseppe; tenevano da dire che non poteva uscire da un fabbro il Messia promesso, ed andavano suscitando dubbi sulla mia Divina Persona, tanto da formare nubi intorno al sole della mia Umanità; ed io suscitavo i venticelli per sbarazzarmi dalle nubi e ricomparivo più sfolgorante di luce in mezzo a loro, per compiere lo scopo della mia venuta sulla terra, qual era la redenzione…”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 28; Giugno 2, 1930)
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… “La mia vita quaggiù non fu altro che un atto continuo d’amore eroico, che non dice mai basta di conquiste e di trionfi, per rendere felici i figli miei. E questo lo facevo in tutto: se mi mettevo in cammino, io tenevo virtù di potermi trovare da una città all’altra senza far uso dei miei passi, ma volli camminare per mettere in ogni passo il mio amore, in ogni passo che correva, correva, e mi rendevo conquistatore e trionfatore dei passi miei.
Oh, se le creature mi facessero attenzione, avrebbero sentito nei miei passi il grido continuo: ‘Corro, corro in cerca delle creature per amarle e per essere amato’!
Così se lavoravo con San Giuseppe per procurare il necessario alla vita, era amore che correva, erano conquiste e trionfi che facevo, perché mi bastava un Fiat per avere tutto a mia disposizione, e facendo uso delle mie mani per un piccolo guadagno, i Cieli stupivano, gli angeli restavano rapiti e muti nel vedermi abbassare alle azioni più umili della vita; ma il mio amore aveva il suo sfogo, riempiva, straripava negli atti miei, ed io ero sempre il divin conquistatore e trionfatore.
Per me il prendere il cibo non era necessario, ma lo prendevo per far correre più amore e fare nuove conquiste e trionfi. Sicché davo il corso alle cose più umili e basse della vita, che per me non era necessario, ma lo facevo per formare tante vie distinte per far correre il mio amore e formare nuove conquiste e trionfi sulla mia Umanità, per farne un dono a chi tanto amavo.
E perciò chi non riceve il mio amore e non mi ama, forma il mio più duro martirio e mette in croce il mio amore…”(dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta vol. 32; Aprile 16, 1933)
“E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi” (Mt 13,58)
Onde dopo mi son trovata fuori di me stessa, ed il mio dolce Gesù mi ha portato girando in tutti quei punti dove aveva, stando in terra, operato, patito, pregato e anche pianto. Tutto stava in atto, tutto ciò che aveva fatto, ed il mio amato bene mi ha detto:
“Figlia mia, figlia del mio Voler Supremo, la mia Volontà vuol farti parte di tutto. Tutto ciò che tu vedi, sono tutte le mie opere che feci stando in terra, cui1 la mia Volontà tiene in sé sospese perché le creature non si dispongono a voler riceverle, e parte perché non conoscono ancora ciò che io feci.
Vedi, qui ci sono le mie preghiere che di notte facevo, coperte di lacrime amare e di sospiri ardenti per la salvezza di tutti, stanno tutte in aspettazione per darsi alle creature, per dar loro i frutti che contengono.
Figlia, entra tu in esse, copriti con le mie lacrime, vestiti con le mie preghiere, affinché la mia Volontà compia in te gli effetti che ci sono nelle mie lacrime, preghiere e sospiri.
La mia Volontà tiene come schierate in sé le pene della mia infanzia, tutti i miei atti interni della mia vita nascosta, che sono prodigi di grazia e di santità, tutte le umiliazioni e gloria e pene della mia vita pubblica, le pene più nascoste della mia passione; tutto sta sospeso, il frutto completo non è stato preso dalle creature, e aspetto chi deve vivere nel mio Volere affinché non siano più sospese, ma che si riversino su di loro per dar loro il frutto completo.
Solo chi deve vivere nella mia Volontà non farà stare più sospesi i miei beni, perciò entra in ciascun mio atto e pena, affinché la mia Volontà si compia in te. Tra te e me non voglio cose sospese, né tollero di non poterti dire ciò che voglio, perciò voglio trovare in te la mia stessa Volontà, affinché nulla si potesse opporre a ciò che vuol darti la mia stessa Volontà”.
E mentre ciò Gesù diceva, io passavo da un atto all’altro di Gesù e restavo come trasformata, coperta nei suoi stessi atti, preghiere, lacrime e pene. Ma chi può dire ciò che provavo?
Spero che il benedetto Gesù mi dia la grazia di corrispondere e di compire in me la sua adorabile Volontà, ed in tutti. Amen. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 18; Ottobre 4, 1925)


