SOLENNITÀ DELL’ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE (Lc 1, 26-38)

26Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.
28Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». 29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo.
30L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre
33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». 34Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 35Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio.
36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio». 38Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

“Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria” (Lc 1, 26-27)

La mia povera mente me la sentivo immersa nel mare immenso del Volere Divino, dovunque vedevo l’impronta del Fiat; lo vedevo nel sole e mi sembrava che l’eco del Fiat nel sole mi portava l’amore divino che mi dardeggia, che mi ferisce, che mi saetta; ed io sulle ali del Fiat del sole salivo fino all’Eterno e portavo a nome di tutta l’umana famiglia l’amore che dardeggiava la Maestà Suprema, che lo feriva, che lo saettava, e dicevo: “Nel tuo Fiat mi hai dato tutto questo amore e nel solo Fiat posso ridartelo.”
Guardavo le stelle e vi vedevo il Fiat, e questo Fiat mi portava nel loro dolce e mite scintillio l’amore pacifico, l’amore dolce, l’amore nascosto, l’amore compassionevole, nella stessa notte della colpa; ed io nel Fiat delle stelle portavo al trono dell’Eterno, a nome di tutti, l’amore pacifico per mettere pace fra cielo e terra, l’amore dolce delle anime amanti, l’amore nascosto di tante altre, l’amore della creatura dopo la colpa, quando ritornano a Dio.
Ma chi può dire tutto ciò che capivo e facevo in tanti Fiat [di] cui vedevo tutta la creazione cosparsa? Andrei troppo per le lunghe, perciò faccio punto. Onde il mio dolce Gesù mi ha preso le mani nelle sue e stringendole forte mi ha detto: “Figlia mia, il Fiat è tutto pieno di vita, anzi [è] la stessa vita, e perciò da dentro il Fiat escono tutte le vite e tutte le cose.
Dal mio Fiat uscì la creazione, perciò in ogni cosa creata si vede l’impronta del Fiat; dal Fiat mihi della mia cara Mamma detto nel mio Volere, che ebbe la stessa potenza del mio Fiat creatore, uscì la redenzione, sicché non c’è cosa della redenzione che non contenga l’impronta del Fiat mihi della mia Mamma.
Anche la mia stessa umanità, i miei passi, le opere, le parole, erano suggellate dal Fiat mihi di lei; le mie pene, le piaghe, le spine, la croce, il mio sangue, il suo Fiat mihi ne teneva l’impronta, perché le cose portano l’impronta dell’origine donde sono uscite.
La mia origine nel tempo fu dal Fiat mihi dell’Immacolata Mamma, perciò tutto il mio operato porta il segno del suo Fiat mihi. Sicché in ogni ostia sacramentale c’è il suo Fiat mihi; se l’uomo sorge dalla colpa, se il neonato è battezzato, se il cielo si apre per ricevere le anime è il Fiat mihi della mia Mamma che segna, che segue e procede tutto.
Oh, potenza del Fiat! Lui sorge ad ogni istante, si moltiplica e si fa vita di tutti i beni. Ora voglio dirti perché ho chiesto il tuo Fiat, il tuo sì nel mio Volere. La mia preghiera insegnata: il Fiat Voluntas tua sicut in cœlo et in terra, questa preghiera di tanti secoli, di tante generazioni, voglio che abbia il suo esaudimento e compimento.
Ecco, perciò volevo un altro sì nel mio Volere, un altro Fiat contenente la potenza creatrice; voglio il Fiat che sorge ad ogni istante, che si moltiplica a tutti; voglio in un’anima il mio stesso Fiat che sale al mio trono e con la sua potenza creatrice porta in terra la vita del Fiat come in cielo così in terra.”
Io sorpresa ed annullata nel sentire ciò ho detto: “Gesù, che dite? E tu pure lo sai quanto sono cattiva ed inabile a tutto.”
E lui: “Figlia mia, è mio solito scegliere le anime più abbiette, inabili e povere, per le mie opere più grandi. La mia stessa Mamma nulla aveva di straordinario nella sua vita esteriore, nessun miracolo, nessun segno teneva che la facesse distinguere dalle altre donne, il suo solo distintivo era la perfetta virtù, cui quasi nessuno faceva attenzione.
E se agli altri santi ho dato il distintivo dei miracoli, ad altri li ho fregiati con le mie piaghe, alla mia Mamma nulla, nulla, eppure era il portento dei portenti, il miracolo dei miracoli, la vera e perfetta crocifissa, nessun’altra simile a lei.
Io son solito fare come un padrone che tiene due servitori: uno sembra gigante, erculeo, abile a tutto; l’altro piccolo, basso, inabile, sembra che non sa far nulla, nessun servizio importante; il padrone, se lo tiene, è più per carità ed anche per farsene giuoco. Ora dovendo mandare un milione, un miliardo ad un paese, che fa?
Chiama il piccolo, l’inabile, ed affida la grande somma e dice fra sé: ‘Se l’affido al gigante, tutti gli faranno attenzione, i ladri lo assaliranno, lo possono [de]rubare, e se con la sua forza erculea si difenderà, può restare ferito. So che lui è bravo, ma voglio risparmiarlo, non voglio esporlo ad evidente pericolo; invece questo piccolo, sapendolo inabile, nessuno gli farà attenzione, nessuno potrà pensare che [io] possa affidargli una somma così importante, e sano e salvo ritornerà’.
Il povero inabile si meraviglia che il padrone si fidi di lui mentre poteva servirsi del gigante, e tutto tremante ed umile va a deporre la grande somma senza che nessuno si sia benignato di guardarlo, e sano e salvo ritorna al suo padrone, più tremante ed umile di prima.
Così faccio io, quanto più grande è l’opera che voglio fare, tanto più scelgo anime abbiette, povere, ignoranti, senza nessuna esteriorità che le additi; il suo stato abbietto servirà come sicura custodia dell’opera mia; i ladri della propria stima, dell’amor proprio, non le faranno attenzione conoscendo la sua inabilità, e lei umile e tremante disimpegnerà l’ufficio da me affidato conoscendo che non essa, ma io ho fatto tutto in lei.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 12; Gennaio 17, 1921)

“Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te” (Lc 1, 28)

… “Mia cara figlia, oggi ti aspetto più che mai. Il mio materno cuore è gonfio; sento il bisogno di sfogare il mio ardente amore con la figlia mia: voglio dirti che sono Madre di Gesù.
Le mie gioie sono infinite; mari di felicità mi inondano. Io posso dire: sono Madre di Gesù; la sua creatura, la sua ancella è Madre di Gesù, e solo al Fiat lo debbo: mi rese piena di grazia, preparò la degna abitazione al mio Creatore.
Perciò, gloria sia sempre, onore, ringraziamento al Fiat Supremo. Ora ascoltami, figlia del mio cuore. Non appena fu formata con la potenza del Fiat Supremo la piccola Umanità di Gesù nel mio seno, il sole del Verbo Eterno s’incarnò in essa.
Io avevo il mio cielo, formato dal Fiat, tutto tempestato di stelle fulgidissime, che scintillavano gioie, beatitudini, armonie di bellezza divine; ed il sole del Verbo Eterno, sfolgorante di luce inaccessibile, venne a prendere il suo posto dentro di questo cielo, nascosto nella sua piccola Umanità; e non potendolo contenere, il centro di [questo] sole stava in essa, ma la sua luce straripava fuori, ed investendo cielo e terra giungeva ad ogni cuore, e col suo picchio di luce [bussava] a ciascuna creatura, e con voci di luce penetrante diceva:
“Figli miei, apritemi; datemi il posto nel vostro cuore; sono sceso dal cielo in terra per formare in ciascuno di voi la mia vita; la mia Madre è il centro dove risiedo, e tutti i miei figli saranno la circonferenza, dove voglio formare tante mie vite per quanti figli ci sono”.
E la luce picchiava e ripicchiava senza mai cessare, e la piccola Umanità di Gesù gemeva, piangeva, spasimava, e dentro di quella luce, che giungeva nei cuori, faceva scorrere le sue lacrime, i suoi gemiti ed i suoi spasimi d’amore e di dolore.
Or tu devi sapere che la tua Mamma incominciò una nuova vita. Io ero a giorno di tutto ciò che faceva il Figlio mio. Lo vedevo divorato da mari di fiamme d’amore; ogni suo palpito, respiro e pena, erano mari d’amore che sprigionava; involgeva tutte le creature per farle sue a forza d’amore e di dolore.
Perché tu devi sapere che come fu concepita la sua piccola Umanità, concepì tutte le pene che doveva soffrire, fino all’ultimo della sua vita. Racchiuse in sé stesso tutte le anime perché, come Dio, nessuno gli poteva sfuggire.
La sua immensità racchiudeva tutte le creature, la sua onniveggenza gli faceva tutte presenti. Quindi il mio Gesù, il Figlio mio, sentiva il peso ed il fardello di tutti i peccati di ciascuna creatura.
Ed io, la Mamma tua, lo seguivo in tutto, e sentii nel mio materno cuore la nuova generazione delle pene del mio Gesù e la nuova generazione di tutte le anime, che come Madre, dovevo generare insieme con Gesù alla grazia, alla luce, alla vita novella che il mio caro Figlio venne a portare sulla terra. Figlia mia, tu devi sapere che, dacché io fui concepita, ti amai da Madre, ti sentivo nel mio cuore, ardevo d’amore per te, ma non capivo il perché.
Il Fiat Divino mi faceva fare i fatti, ma mi teneva celato il segreto. Ma come s’incarnò, mi svelò il segreto, e compresi la fecondità della mia maternità, che non solo dovevo essere Madre di Gesù, ma Madre di tutti, e questa maternità doveva essere formata sul rogo del dolore e dell’amore.
Figlia mia, quanto ti ho amato e ti amo! Ora ascoltami, figlia cara, dove si può giungere quando il Divino Volere prende la vita operante nella creatura, e la volontà umana lo lascia fare senza impedirgli il passo.
Questo Fiat, che in natura possiede la virtù generativa, genera tutti i beni nella creatura: la rende feconda, dandole la maternità su tutti, sopra di tutti i beni, e sopra di colui che l’ha creata.
Maternità dice e significa vero amore: amore eroico, amore che si contenta di morire per dar vita a chi ha generato; se non c’è questo, la parola maternità è sterile, è vuota, e si riduce a parole, ma coi fatti non esiste.
Quindi, figlia mia, se vuoi la generazione di tutti i beni, fa’ che il Fiat prenda in te la vita operante, il quale ti darà la maternità ed amerai tutti con amore di madre; ed io, la Mamma tua, ti insegnerò il modo come fecondare in te questa maternità tutta santa e divina.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – La Vergine Maria nel Regno della Divina Volontà: 20° Giorno)

“L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio»” (Lc 1, 30)

… Mentre la mia mente seguitava a pensare alla Volontà Suprema, dicevo tra me: “Ma come può essere mai che da me sola, da questo piccolo essere così insignificante, che non sono buona a nulla, che non tengo né dignità né autorità né superiorità, [così] che forse potrei impormi, diffondermi, parlare per far conoscere questo sole del Volere Divino e così far formare i figli della sua generazione?”
Ma mentre ciò pensavo, il mio dolce Gesù ha spezzato il mio pensiero e, uscendo da dentro il mio interno, mi ha detto: “Figlia mia, è mio solito fare le mie opere più grandi prima a tu per tu, con una sola.
Di fatti una fu la mia Mamma, e con lei sola svolsi tutto l’operato ed il gran portento della mia incarnazione; nessuno entrò nei nostri segreti né penetrarono nel sagrato dei nostri appartamenti per vedere ciò che passava tra me e la Sovrana celeste.
Né essa occupava nel mondo posto di dignità e di autorità, perché io nello scegliere non guardo mai in faccia alla dignità e superiorità, ma guardo al piccolo individuo in cui posso guardare in faccia alla mia Volontà, che è la dignità e l’autorità più grande.
L’altezza della piccola fanciulla di Nazareth, ad onta che non aveva né posto né dignità né superiorità nel basso mondo, perché possedeva la mia Volontà, [era tale che] da lei pendeva cielo e terra, nelle sue mani c’erano le sorti dell’uman genere, c’erano le sorti di tutta la mia gloria che dovevo ricevere da tutta la creazione.
Sicché bastò l’unica mia eletta per formare il mistero dell’incarnazione e per poter gli altri ricevere il bene di esso. Una fu la mia umanità e da questa uscì la generazione dei redenti.
Perciò basta formare in una, tutto un bene che si vuole per poter fare uscire la generazione di quel bene, come basta un seme per poter moltiplicare a mille a mille la generazione di quel seme.
Perciò tutta la potenza, la virtù, l’abilità che occorre per una creatrice virtù, sta nel formare il primo seme; formato il primo è come lievito per formare la generazione di esse.
Così mi basta un’anima sola che, dandomi libertà assoluta di rinchiudere in lei il bene che voglio e di farmi formare in essa il sole del Fiat Supremo, questo sole batterà i suoi raggi sulla superficie della terra e formerà la generazione dei figli del mio Volere.
Ora tu devi sapere che tutte le opere nostre più grandi portano in sé l’immagine dell’unità divina, e quanto più bene sono destinate a fare, più bene racchiudono di questa unità suprema.
Vedi, anche nella creazione ci sono queste similitudini dell’unità divina che, mentre sono opere uniche, fanno tanto bene, che non fanno tutte insieme la molteplicità delle altre nostre opere.
Guarda sotto la volta del cielo, uno è il sole, ma quanti beni non contiene? quanti non ne fa alla terra? Si può dire che [la] vita di essa, dal sole dipende: mentre è uno, abbraccia con la sua luce tutti e tutto, porta tutto nel suo grembo di luce e dà a ciascuno un atto distinto, secondo la varietà delle cose che investe; comunica la fecondità, lo sviluppo, il colore, la dolcezza, la bellezza.
Eppure il sole è uno, mentre le stelle sono molte, ma non fanno il gran bene che fa il sole alla terra, ad onta che è uno. La potenza di un atto unico animato dalla potenza creatrice è incomprensibile e non c’è bene che da questo non può uscire; può cambiare la faccia della terra da arida, deserta, in primavera fiorita.
Il cielo è uno e perciò si stende ovunque. L’acqua è una e, sebbene sembra divisa in tanti diversi punti della terra, formando mari, laghi, fiumi, ma nello scendere dal cielo scende in forma unica e non c’è punto della terra dove l’acqua non risiede.
Sicché le cose da noi create che portano in sé l’immagine dell’unità divina sono quelle che fanno più bene, sono le più necessarie, e senza di esse la terra non potrebbe aver vita.
Quindi figlia mia, non pensare che sei sola, è l’unità di un’opera grande che debbo svolgere in te, né che non hai dignità ed autorità esterna, questo non dice nulla.
La mia Volontà è più che tutto, la sua luce sembra muta, ma nel suo mutismo investe le intelligenze e fa parlare con tale eloquenza da far stordire i più dotti e ridurli al silenzio.
La luce non parla, ma fa vedere, fa conoscere le cose più nascoste; la luce non parla, ma col suo mite e dolce calore riscalda, rammollisce le cose più dure, i cuori più ostinati.
La luce non contiene nessun seme, nessuna materia, tutto è puro in essa, non si vede altro che un’onda di luce fulgida, argentina, ma si sa infiltrare tanto che fa generare, sviluppare e fecondare le cose più sterili.
Chi può resistere alla forza della luce? Nessuno. Anche i ciechi, se non la vedono, sentono il suo calore; i muti, i sordi, sentono e ricevono il bene della luce. Ora chi potrà resistere alla luce del mio eterno Fiat?
Tutte le sue conoscenze saranno più che raggi di luce del mio Volere, che batteranno la superficie della terra, ed infiltrandosi nei cuori [il Fiat eterno] porterà il bene che contiene e sa dare la luce della mia Volontà.
Ma questi raggi devono tenere la sua sfera da dove partire, devono essere accentrati ad un punto solo da dove spuntare per formare l’alba, il giorno, il meriggio ed il tramonto nei cuori, per risorgere di nuovo.
Quindi la sfera, il punto solo, sei tu; i raggi accentrati in essa sono le mie conoscenze che daranno la fecondità alla generazione dei figli del Regno della mia Volontà.
Perciò ti ripeto sempre: sii attenta, per fare che nessuna delle mie conoscenze resti sperduta; faresti sperdere un raggio da dentro la tua sfera, e tu neppure puoi comprendere tutto il bene che contiene, perché ogni raggio contiene la sua specialità del bene che deve fare ai figli del mio Volere, e priveresti me della gloria di quel bene dei figli miei, e priveresti anche te della gloria di spandere un raggio di luce di più dalla tua sfera”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 20; Dicembre 22, 1926)

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… “Non feci così colla mia Madre celeste? Prima la formai, la preparai, la dotai, preparai il posto, distesi il mio Cielo nel fondo dell’anima sua, le feci conoscere tante cose, e come le facevo conoscere, così ne facevo dono; potrei dire, Madre e Figlio fecimo i fatti prima.
Quando nulla manca[va] alla mia santità, alla mia decenza divina, al nuovo Cielo che venivo ad abitare sulla terra, allora le manifestai il segreto che già l’avevo eletta per Madre mia, e come manifestai il segreto, così si sentì Madre del suo Creatore.
Vedi dunque la necessità di manifestare quello che voglio fare colla creatura, affinché Dio e la creatura vogliano la stessa cosa, [tanto] che la stessa mia Incarnazione non successe prima, ma nell’atto stesso che seppe che io già la volevo per Madre mia, e lei accettò di esserlo.
Perciò ci vuole grande attenzione quando faccio conoscere un bene che voglio fare alla creatura: essa non sa le mie mire dove vanno a finire; io non faccio conoscere tutto al principio, ma vado man mano manifestando ed operando per giungere al punto dove voglio, e se non è attenta e non mi segue può essere che lasci a mezza strada, ed io avrò il dolore di non poter dare i miei doni e di non poter compire i miei disegni”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 32; Maggio 14, 1933)

“Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Lc 1, 31)

… “Figlia diletta della mia Volontà, tu devi sapere che quando voglio fare opere grandi, opere che tutta l’umana famiglia deve prendere parte, sempre che il volesse, è mio solito di accentrare in una sola creatura tutti i beni, tutte le grazie che questa opera contiene, affinché tutti gli altri, come [d]a fonte, possano attingere quel bene quanto ne vogliano.
Quando faccio opere individuali do cose limitate, invece quando faccio opere che devono servire al bene generale, do cose senza limite. Ciò feci nell’opera della redenzione: per poter elevare una creatura a concepire un Uomo e Dio dovetti accentrare in lei tutti i beni possibili ed immaginabili; dovetti elevarla tanto, da mettere in lei il germe della stessa fecondità Paterna.
E come il mio Celeste Padre mi generò vergine nel suo seno col germe verginale della sua fecondità eterna senza opera di donna, ed in questo stesso germe procedette lo Spirito Santo, così la mia Celeste Mamma, con questo germe eterno tutto verginale della fecondità paterna, mi concepì nel suo seno vergine senza opera d’uomo.
La Trinità Sacrosanta dovette dare del suo a questa Vergine divina per poter concepire me, Figlio di Dio; mai la mia Santa Mamma poteva concepirmi non avendo lei nessun germe.
Ora, siccome lei era della razza umana, questo germe della fecondità eterna diede virtù di concepirlo Uomo, e siccome il germe era divino, nel medesimo tempo mi concepì Dio; e siccome nel generarmi il Padre, nel medesimo tempo procedette lo Spirito Santo, così nel medesimo tempo che generai nel seno della mia Mamma, procedette la generazione delle anime.
Sicché tutto ciò che ab æterno successe alla Santissima Trinità in Cielo, [si] ripete nel seno della cara Mamma mia. L’opera era grandissima ed incalcolabile a mente creata: doveva accentrare tutti i beni, ed anche me stesso, per fare che tutti potessero trovare ciò che volevano.
Perciò dovendo essere l’opera della redenzione tanto grande da travolgere tutte le generazioni, volli per tanti secoli le preghiere, i sospiri, le lacrime, le penitenze di tanti patriarchi e profeti e di tutto il popolo dell’Antico Testamento, e ciò feci per disporli a ricevere un tanto bene e per muovermi ad accentrare in questa celeste creatura tutti i beni che tutti dovevano fruire.
Ora, che moveva a pregare, a sospirare, eccetera, questo popolo? La promessa del futuro Messia. Questa promessa era come il germe di tante suppliche e lacrime; se non ci fosse questa promessa, nessuno si sarebbe dato pensiero, nessuno avrebbe sperato salvezza…” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 15; Aprile 14, 1923)

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… L’anima alla sua Mamma Celeste: Mamma santa, eccomi di nuovo sulle ginocchia della Mamma mia; sono la tua figlia, che vuole essere imboccata del cibo della tua parola dolcissima, che mi porta il balsamo per sanarmi le ferite della mia misera volontà umana.
Mamma mia, parlami; scendano le tue potenti parole nel mio cuore e formino una nuova creazione, per formare il germe della Divina Volontà nell’anima mia.
Lezione della sovrana Regina: Figlia carissima, è proprio questo lo scopo perché amo tanto di farti sentire gli arcani celesti del Fiat Divino, i portenti che può operare dove esso regna completamente, ed il gran male di chi si fa dominare dall’umano volere, affinché tu ami il primo, per fargli formare il suo trono in te, ed aborrisca il secondo, per fare della tua volontà lo sgabello del Volere Divino, tenendola sacrificata ai suoi piedi divini. Ora, figlia mia, ascoltami. Io continuavo la mia vita in Nazaret.
Il Fiat Divino continuava ad allargare in me il suo regno; se ne serviva dei più piccoli atti miei, anche dei più indifferenti, qual era il mantenere l’ordine nella piccola casetta, accendere il fuoco, scopare, e tutti quei servizi che si usano nelle famiglie, per farmi sentire la sua vita palpitante nel fuoco, nell’acqua, nel cibo, nell’aria che respiravo, in tutto; ed investendoli, formava sopra dei miei piccoli atti mari di luce, di grazia, di santità; perché dove regna il Divin Volere, tiene la potenza di formare, dai piccoli nonnulla, nuovi cieli di bellezza incantevole, perché esso, essendo immenso, non sa fare cose piccole, ma con la sua potenza avvalora i nonnulla e ne forma le cose più grandi, da far strabiliare cieli e terra.
Tutto è santo, tutto è sacro, per chi vive di Volontà Divina. Ora, figlia del mio cuore, prestami attenzione ed ascoltami: alquanti giorni prima della discesa del Verbo sulla terra, io vedevo il cielo aperto ed il sole del Verbo Divino alle sue porte, come per guardare sopra di chi doveva prendere il suo volo, per rendersi celeste prigioniero di una creatura.
Oh, come era bello vederlo alle porte del cielo, come alla vedetta, ed a spiare la fortunata creatura che doveva albergare il suo Creatore! La Trinità Sacrosanta guardavano la terra non più [come] estranea a loro, perché c’era la piccola Maria, che possedendo la Divina Volontà aveva formato il regno divino, dove [il Verbo] poteva scendere sicuro come nella sua propria abitazione, nella quale trovava il cielo ed i tanti soli dei tanti atti di Volontà Divina fatti nell’anima mia.
La Divinità rigurgitò d’amore, e togliendosi il manto di giustizia che da tanti secoli aveva tenuto con la creatura, si coprirono col manto di misericordia infinita, e decretarono tra loro la discesa del Verbo. E stanno in atto di suonare l’ora del compimento.
A questo suono, cieli e terra stupiscono e si mettono tutti sull’attenti, per essere spettatori d’un eccesso d’amore sì grande e di un prodigio sì inaudito. La Mamma tua si sentiva incendiata d’amore, e facendo eco all’amore del mio Creatore, volevo formare un solo mare d’amore affinché scendesse in esso il Verbo sulla terra.
Le mie preghiere erano incessanti, e mentre pregavo nella mia stanzetta un angelo venne spedito dal cielo come messaggero del gran Re; mi si fece davanti, ed inchinandosi mi salutò: “Ave, o Maria, Regina nostra; il Fiat Divino ti ha riempita di grazia. Già [il Verbo] ha pronunziato il Fiat che vuol scendere; già è dietro delle mie spalle; ma vuole il tuo Fiat per formare il compimento del suo Fiat”.
Ad un annuncio sì grande, da me tanto desiderato, ma che non avevo mai pensato di essere io la eletta, io restai stupita ed esitai un istante; ma l’angelo del Signore mi disse: “Non temere, Regina nostra, tu hai trovato grazia presso Dio.
Tu hai vinto il tuo Creatore; perciò, per compiere la vittoria, pronunzia il tuo Fiat”. Io pronunciai il Fiat, ed oh, meraviglia! I due Fiat si fusero insieme, ed il Verbo Divino scese in me.
Il mio Fiat, che era avvalorato dallo stesso valore del Fiat Divino, formò dal germe della mia umanità, la piccina piccina Umanità che doveva racchiudere il Verbo, e fu compiuto il gran prodigio dell’Incarnazione. Oh, potenza del Fiat Supremo!
Tu mi innalzasti tanto da rendermi potente, fino a poter creare io in me quell’Umanità che doveva racchiudere il Verbo Eterno, che cieli e terra non potevano contenere.
I cieli si scossero e tutta la creazione si atteggiò a festa, e tripudiando di gioia echeggiavano intorno [al]la casetta di Nazaret, per dare gli omaggi ed ossequi al Creatore umanato, e nel loro muto linguaggio dicevano: “Oh prodigio dei prodigi, che solo un Dio poteva fare!
L’immensità si è impicciolita, la potenza si è resa impotente, la sua altezza inarrivabile si è abbassata fino nell’abisso del seno d’una Vergine, e nel medesimo tempo è restato piccolo ed immenso, potente ed impotente, forte e debole!”
Figlia mia cara, tu non puoi comprendere ciò che provò la Mamma tua nell’atto dell’Incarnazione del Verbo. Tutti mi premuravano ed aspettavano il mio Fiat, potrei dire onnipotente. Ora, figlia cara, ascoltami, quanto ti deve stare a cuore il fare ed il vivere di Volontà Divina.
La mia potenza esiste ancora: fammi pronunziare il mio Fiat sull’anima tua; ma per fare ciò, voglio il tuo; da solo non si può fare il vero bene, ma sempre fra due si fanno le opere più grandi.
Dio stesso non voleva fare da solo, ma volle me insieme, per formare il gran prodigio dell’Incarnazione, e nel mio Fiat e nel loro si formò la vita dell’Uomo Dio; si aggiustarono le sorti dell’umano genere.
Il cielo non fu più chiuso, tutti i beni vennero racchiusi in mezzo ai due Fiat. Perciò pronunciamoli insieme: “Fiat! Fiat!”, e nel mio amore materno chiuderò in te la vita della Divina Volontà.
Per ora basta; domani ti aspetto di nuovo, per narrare alla figlia mia il seguito dell’Incarnazione.
L’anima: Mamma bella, io mi sento stupita nel sentire le tue belle lezioni. Deh, ti prego che pronunzi il tuo Fiat sopra di me, ed io pronunzio il mio, affinché resti concepito in me quel Fiat che tu tanto sospiri che come vita regni in me.
Fioretto: Oggi, per onorarmi, verrai a dare il primo bacio a Gesù e gli dirai per ben nove volte che vuoi fare la sua Volontà, ed io ripeterò il prodigio di far concepire Gesù nell’anima tua.
Giaculatoria: Regina potente, pronuncia il tuo Fiat e crea in me la Volontà di Dio. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – La Vergine Maria nel Regno della Divina Volontà: 19° Giorno)

“Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?»” (Luca 1, 34)

… “Figlia a me carissima, oh!, come sospiro di confidare i miei segreti alla figlia mia, segreti che mi daranno tanta gloria e che glorificheranno quel Fiat Divino, che fu causa primaria del mio Immacolato Concepimento, della mia santità, sovranità e maternità.
Tutto al Fiat io debbo; io non conosco altro. Tutte le mie sublimi prerogative [per cui] la santa Chiesa tanto mi onora, non sono altro che gli effetti di quella Divina Volontà che mi dominava, regnava e viveva in me.
Perciò sospiro tanto che si conosca chi [è] colei che produceva in me tanti privilegi ed effetti mirabili, da far stupire cielo e terra. Ora ascoltami, figlia cara: come l’Ente Supremo mi domandò il mio volere umano, [compresi] il grave male che può fare la volontà umana nella creatura; come essa metta tutto in pericolo, anche le opere più belle del suo Creatore.
La creatura, col suo volere umano, è tutta oscillazioni, è debole, incostante, disordinata. E questo, perché Iddio, nel crearla, l’aveva creata unita come in natura con la sua Volontà Divina, in modo che essa doveva essere la forza, il moto primo, il sostegno, il cibo, la vita dell’umana volontà.
Sicché col non dar vita alla Volontà Divina nella nostra, si respingono i beni ricevuti da Dio nella creazione, e i diritti ricevuti in natura nell’atto che fummo creati.
Oh, come compresi bene l’offesa grave che si fa a Dio, e i mali che piovono sulla creatura! Ebbi tale orrore e paura di fare la mia volontà, [che] giustamente temevo, perché anche Adamo fu creato da Dio innocente, eppure, col fare la sua volontà, in quanti mali non piombò, lui e tutte le generazioni?
Perciò la Mamma tua, presa da terrore e più dall’amore verso il mio Creatore, giurai di non fare mai la mia volontà; e per essere più sicura ed attestare maggiormente il mio sacrifizio a colui che tanti mari mi aveva dato di grazie e privilegi, presi questa mia volontà umana e la legai ai piedi del Trono Divino, in omaggio continuo d’amore e di sacrifizio, giurando di non servirmi mai, anche per un istante solo della mia vita, della mia volontà, ma sempre di quella di Dio.
Figlia mia, forse a te non parrà grande il sacrifizio mio, di vivere senza [la] mia volontà; ed io ti dico che non c’è sacrifizio simile al mio, anzi si possono chiamare ombre tutti gli altri sacrifizi di tutta la storia del mondo, paragonato al mio.
Sacrificarsi un giorno, ora sì ed ora no, è facile; ma sacrificarsi in ogni istante, in ogni atto, nello stesso bene che si vuol fare, per tutta la vita, senza dar mai vita alla volontà propria, è il sacrifizio dei sacrifizi, e l’attestato più grande che può offrirsi, e l’amore più puro, trafilato dalla stessa Volontà Divina, che può offrirsi al nostro Creatore.
È tanto grande questo sacrifizio che Dio non può chiedere di più dalla creatura, né essa può trovare come può sacrificarsi più per il suo Creatore.
Ora, figlia mia carissima, come feci dono della mia volontà al mio Creatore, io mi sentii trionfante nella prova voluta da me, e Iddio si sentì trionfante nella mia volontà umana. Iddio aspettava la mia prova, cioè un’anima che vivesse senza volontà, per aggiustare le partite del genere umano, per atteggiarsi a clemenza e misericordia”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta –‘La Vergine Maria nel Regno della Divina Volontà’; Quinto giorno)

“Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1, 38)

… “Il primo sì nel mio Fiat l’ho chiesto alla mia cara Mamma, ed oh, potenza del suo Fiat nel mio Volere! Non appena il Fiat Divino s’incontrò col Fiat della mia Mamma, se ne fece uno solo; il mio Fiat la innalzò, la divinizzò, la adombrò, e senza opera umana concepì me, Figlio di Dio.
Nel solo mio Fiat poteva concepirmi; il mio Fiat le comunicò l’immensità, l’infinità, la fecondità in modo divino, e perciò potette restare concepito in essa l’Immenso, l’Eterno, l’Infinito.
Non appena disse: Fiat mihi, non solo s’impossessò di me, ma adombrò insieme tutte le creature, tutte le cose create; sentiva tutte le vite delle creature in sé, e d’allora incominciò a farla da Madre e da Regina di tutti.
Quanti portenti non contiene questo sì della mia Mamma, se li volessi dir tutti non finiresti mai di sentirli! …” (dagli scritti della Serva (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 12; Gennaio 10, 1921)