XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – C – (Lc 17, 5-10)

5Gli apostoli dissero al Signore: 6«Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: «Sràdicati e vai a piantarti nel mare», ed esso vi obbedirebbe.
7Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: «Vieni subito e mettiti a tavola»? 8Non gli dirà piuttosto: «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu»?
9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»».

“Accresci in noi la fede!” (Lc 17, 6)

Continua Gesù a farsi vedere questa mattina, di tanto in tanto, partecipandomi qualche poco delle sue sofferenze, e qualche volta si vedeva anche il confessore unito [a lui]. Siccome egli mi aveva detto di pregare per certi suoi bisogni, vedendolo insieme con Nostro Signore ho cominciato a pregare Gesù che lo esaudisse in ciò che egli voleva.
Mentre io lo pregavo, Gesù tutto bontà si è voltato al confessore e gli ha detto:
“La fede voglio che t’inondi dappertutto, come quelle barche che sono tutte nel mare, circondate dalle acque; e siccome la fede sono io stesso, essendo [tu] inondato da me che tutto posseggo, posso e do liberamente a chi in me confida, senza che tu ci pensi a quel che verrà, al quando, ed il come che farai, io stesso secondo i tuoi bisogni mi presterò a soccorrerti.”
Poi ha soggiunto:
“Se ti eserciterai in questa fede, quasi nuotando in essa, in ricompensa t’infonderò nel cuore tre gaudi spirituali. Il primo, che penetrerai le cose di Dio con chiarezza, e nel fare le cose sante ti sentirai inondato da una gioia, da un gaudio tale che ti sentirai come inzuppato, e questo è l’unzione della mia grazia.
Il secondo è una noia delle cose terrene, e sentirai nel tuo cuore una gioia delle cose celesti. Il terzo è un distacco totale di tutto, e dove prima sentivi inclinazione sentirai un fastidio, come da qualche tempo lo sto infondendo nel tuo cuore, e tu già lo stai esperimentando.
E per questo il tuo cuore sarà inondato dalla gioia che godono le anime nude, che hanno il loro cuore tanto inondato dell’amore mio, che dalle cose che le circondano esternamente non ne ricevono nessuna impressione.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 2; Giugno 25, 1899)

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Dopo ciò mi ha fatto vedere il suo cuore, e dentro vi conteneva tre globi di luce distinti, e che poi [ne] formava[no] uno solo; e Gesù riprendendo il suo dire mi ha detto: “I globi di luce che vedi nel mio cuore sono la fede, la speranza e la carità, che portai sulla terra per felicitare l’uomo sofferente, offrendogli[eli] in dono; onde anche a te ne voglio fare un dono più speciale.”
E mentre così diceva, da quei globi di luce uscivano come tanti fili di luce che inondavano l’anima mia, come una specie di rete, ed io vi rimanevo dentro. E Gesù: “Eccoti dove voglio che occupi l’anima tua.
Prima vola sulle ali della fede, ed in quella luce, tuffandoti, conoscerai ed acquisterai sempre nuove notizie di me tuo Dio; ma col più conoscermi, il tuo nulla si sentirà quasi disperso e non avrai dove appoggiarti; ma tu sollevati di più, e gettandoti nel mare immenso della speranza, quali sono tutti i miei meriti che acquistai nel corso della mia vita mortale, tutte le pene della mia passione, che pure ne feci dono all’uomo, e che solo per mezzo di questo puoi sperare i beni immensi della fede, perché non c’è altro mezzo come poterli ottenere…” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 2; Settembre 19, 1899)

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Trovandomi nel solito mio stato, il mio adorabile Gesù per poco si è fatto vedere, e non so il perché mi ha detto: “Figlia mia, tutto lo stabilimento della fede cattolica sta nello stabilimento della carità che unisce i cuori e li fa vivere in me.”
Poi gettandosi fra le mie braccia voleva che io lo ristorassi; avendo io fatto per quanto ho potuto, dopo mi ha reso lui a me la pariglia, ed è scomparso. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 4; Gennaio 27, 1901)

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Dopo aver passato giorni amarissimi di lacrime, di privazione e di silenzio, il mio povero cuore non ne può più; tanto è lo strazio fuori del mio centro Iddio, che vo’ continuamente sbattuta tra folte onde di fiera tempesta in istato di forte violenza, da subire ad ogni momento la morte, e quel ch’è più di non poter morire. Onde, trovandomi in questa posizione, per poco si è fatto vedere e mi ha detto:
“Figlia mia, quando un’anima fa in tutto la volontà d’un altro, si dice che ha fiducia di quello, perciò vive dell’altrui volere e non del suo; così quando l’anima fa in tutto la Volontà mia, io dico che ha fede.
Sicché il Divin Volere e la fede sono rami prodotti da un sol tronco; e siccome la fede è semplice, la fede e il Divin Volere producono il terzo ramo, della semplicità, ed ecco che l’anima viene a riacquistare in tutto le caratteristiche di colomba. Non vuoi tu dunque essere la mia colomba?”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 4; Novembre 22, 1901)

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Questa mattina mi sentivo tutta impensierita, come se il Signore volesse di nuovo sottrarmi la sua presenza, e quindi togliermi le sofferenze, ed anche [avvertivo] un po’ di sfiducia. Onde dopo molto aspettare, quando appena è venuto mi ha detto:
“Figlia mia, chi della fede si nutre acquista vita divina e acquistando vita divina distrugge l’umana, cioè distrugge in sé i germi che produsse la colpa originale, riacquistando la natura perfetta come uscì dalle mie mani, simile a me; e con ciò viene a superare in nobiltà la stessa natura angelica.”
Detto ciò è scomparso. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 4; Marzo 2, 1902)

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… “La privazione di me non è separazione, ma dolore, e tu hai ragione col dire che è più che mortale; e questo dolore ha virtù non di separare, ma di congiungere con legami più forti e più stabili l’unione inseparabile con me.
Non solo, ma ogni qual volta l’anima resta come priva di me senza sua colpa, io risorgo di nuovo per lei a nuova vita di conoscenze facendomi più comprendere, do nuovo amore amandola di più e do nuova grazia per arricchirla e abbellirla, ed essa risorge a nuova vita divina, a nuovo amore ed a nuova bellezza, perché è giusto [che], soffrendo l’anima pene mortali, [la sua vita] viene sostituita con nuova vita divina.
Se ciò non fosse, mi farei vincere dall’amore della creatura, ciò che non può essere. E poi non è vero che la Sovrana Regina non restò mai priva di me; inseparabile mai, ma priva sì; né [ciò] pregiudicava l’altezza della sua santità, anzi, l’accresceva.
Quante volte la lasciai nello stato di pura fede, perché, dovendo essere la regina dei dolori e la Madre di tutti i viventi, non poteva mancarle il fregio più bello, la gemma più fulgida che le dava la caratteristica di Regina dei martiri e Madre sovrana di tutti i dolori.
Questa pena di essere lasciata nella pura fede la preparò a ricevere il deposito delle mie dottrine, il tesoro dei sacramenti e tutti i beni della mia redenzione, perché essendo la pena più grande la mia privazione, mette in condizione l’anima di meritare di essere la depositaria dei doni più grandi del suo Creatore, delle sue conoscenze più alte e dei suoi segreti.
Quante volte non l’ho fatto per te? Dopo una mia privazione ti ho manifestato le conoscenze più alte sulla mia Volontà e con ciò venivo a renderti depositaria, non solo delle mie conoscenze, ma della stessa mia Volontà.
E poi la Sovrana Regina, come madre, doveva possedere tutti gli stati d’animo, quindi anche lo stato di pura fede, per poter dare ai suoi figli quella fede irremovibile che fa mettere il sangue e la vita per difendere ed attestare la fede.
Se questo dono della fede non lo possedeva, come poteva darlo ai suoi figli?” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 19; Agosto 22, 1926)

“Se aveste fede quanto un granello di senape…” (Lc 17,6)

… Onde mi sentivo tanto immersa nel Fiat Supremo, che mi sentivo come una spugna inzuppata nella luce di esso. Mi sembrava che tutte le cose create mi portavano il bacio del Voler Divino, ed in quel bacio sentivo le labbra del mio Creatore che me li scoccava, mi pareva che il Fiat trasportava con sé le Tre Divine Persone.
Ora mentre la mia mente me la sentivo sperduta nella luce del Fiat, il mio dolce Gesù è uscito da dentro il mio interno e mi ha detto: “Figlia mia, quando il mio Volere avrà il suo regno sulla terra e le anime vivranno in essa, la fede non avrà più ombra, non più enigmi, ma tutta sarà chiarezza e certezza.
La luce del mio Volere porterà nelle stesse cose create la visione chiara del loro Creatore, [le anime] lo toccheranno con mano in tutto ciò che ha fatto per amor loro.
Adesso l’umano volere è ombra alla fede, le passioni sono nubi che oscurano la luce chiara di essa, e succede come al sole quando dense nubi si formano nella bass’aria, che ad onta che il sole c’è, le nubi si fanno contro alla luce e sembra oscura come se fosse notte; e chi non avesse visto mai il sole starebbe (1) a credere che si stesse il sole.
Ma se un vento impetuoso diradasse le nubi, toccando con mano la sua fulgida luce chi oserebbe dire: ‘Non esiste il sole’? Tale si trova la fede perché non regna la mia Volontà; [gli uomini] sono quasi come ciechi che devono credere agli altri, che esiste un Dio.
Invece regnando il mio Fiat Divino, la sua luce farà toccare con mano a loro stessi l’esistenza del loro Creatore, quindi non sarà più necessario che altri lo dicano. Sicché le ombre, le nubi non esisteranno più”.
Ma mentre ciò diceva, Gesù faceva uscire un’ondata di gioia e di luce dal suo cuore, che darà altra vita alle creature; e con enfasi d’amore ha soggiunto:
“Come sospiro il Regno del mio Volere! Esso metterà termine ai mali delle creature ed ai nostri dolori; cielo e terra sorrideranno insieme, le feste nostre e le loro riprenderanno l’ordine del principio della creazione, metteranno un velo su tutto, affinché le feste non siano più interrotte”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 24; Giugno 29, 1928)
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(1) Stenterebbe

“Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato…” (Lc 17, 10)

Stavo facendo la mia solita adorazione al mio crocifisso Gesù e mentre pregavo mi son sentita vicino il mio dolce Gesù, che gettandomi il braccio al collo mi stringeva forte a sé e nel medesimo tempo mi faceva vedere il mio ultimo confessore defunto; mi pareva di vederlo pensoso, tutto raccolto, ma senza dirmi nulla.
Il mio Gesù lo guardava e mi ha detto: “Figlia mia, il tuo confessore si ha trovato cose grandi innanzi a me, perché quando intraprendeva un ufficio, un impegno, non tralasciava nulla per compiere esattamente quell’ufficio, era attentissimo, faceva dei grandi sacrifizi e se era necessario si disponeva anche a mettere la propria vita per fare che il suo ufficio fosse compiuto esattamente.
Aveva un timore che [nel]le opere a lui affidate, se non avesse operato come si conveniva al suo ufficio, potesse essere lui d’ostacolo alla stessa opera a lui affidata; questo significa che apprezzava e dava il giusto valore alle mie opere, e la sua attenzione attirava la grazia che ci voleva per il disimpegno del suo ufficio.
Questo apparentemente non sembra un gran che, ma invece è tutto, perché quando uno è chiamato per [un] ufficio e compie i doveri che ci sono in quell’ufficio, significa che lo fa per Dio, e nell’adempimento del proprio dovere c’è la santità. Onde lui è venuto innanzi a me col compimento dei propri doveri a lui affidati; come non dovevo rimunerarlo come lui si meritava?”
Ora mentre Gesù ciò diceva, il confessore [era] come se si accentrasse di più in un raccoglimento più profondo e nel suo volto rifletteva la luce di Gesù, ma non mi ha detto neppure una parola.
Quindi Gesù ha ripreso il suo dire: “Figlia mia, quando un soggetto occupa un ufficio [e] fa uno sbaglio, non è attento ai doveri che impone il suo ufficio, può far venire dei grandi guai.
Supponi uno che tiene l’ufficio di giudice, di re, di ministro, di sindaco: [se] fa uno sbaglio né sta attento ai propri doveri, può far venire la rovina di famiglie, di paesi ed anche di regni interi. Se quello sbaglio, quelle mancanze di attenzione, lo facesse una persona privata che non occupa quel dato ufficio, non potrebbe portare tanto male.
Perciò le mancanze negli uffici pesano di più e portano più gravi conseguenze, ed io quando chiamo un confessore per dargli un ufficio ed in quest’ufficio gli affido un’opera mia e non vedo l’attenzione né il compimento dei propri doveri che ci sono in quell’ufficio, non gli do né la grazia necessaria né la luce sufficiente per fargli comprendere tutta l’importanza della mia opera, né posso fidarmi di lui, perché vedo che non apprezza l’opera da me affidatagli.
Figlia mia, chi opera esattamente il suo ufficio, significa che lo fa per compiere la mia Volontà. Invece chi lo fa diversamente, significa che lo fa per fini umani, e se tu sapessi la differenza che c’è tra l’uno e l’altro!” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 19; Maggio 13, 1926)