XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – C – (Lc 17, 11-19)

“Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo” (Lc 17, 15-16)

“Figlia mia, chi vuol ricevere deve dare; il dare dispone la creatura a ricevere e Dio a dare. Molte volte anche il tuo Gesù tiene questo modo: quando voglio dalla creatura do, e se voglio dei grandi sacrifici do molto, affinché essa guardando il molto che ho dato si vergognerà e non avrà il coraggio di negarmi il sacrificio che le chiedo. Il dare è quasi impegnare la persona che riceve, è attirare la sua attenzione, il suo amore; il dare è apprezzare, il dare è speranza, il dare è far sorgere nel cuore il ricordo del donatore.
E quante volte persone che non si conoscevano, diventano amici per mezzo d’un dono? Ora nell’ordine divino il donatore è sempre Iddio, che fa da primo a mandare i suoi doni alla creatura, ma se essa non si muove a dare nulla al suo Creatore, fosse pure il suo piccolo amore, la sua gratitudine, un piccolo sacrificio, perché se abbiamo dato è perché volevamo, non più si spediscono da noi altri doni, perché col non darci nulla ha chiusa la corrispondenza ed ha spezzata la bella amicizia che doveva far sorgere il nostro dono. Ora, figlia mia, dare e ricevere sono atti primi ed indispensabili, che a chiare note additano che noi amiamo la creatura ed essa ci ama; ma non basta, si deve saper ricevere col convertire in natura il bene ricevuto, col mangiarlo e masticarlo ben bene, in modo da convertire il dono in sangue dell’anima.
È questo il nostro scopo nel dare i nostri doni: voler veder convertito in natura il dono che abbiamo dato, perché allora i nostri doni non sono in pericolo e ci dispongono a dare doni più grandi; e la creatura avendolo convertito in natura mette al sicuro il nostro dono, ne resta posseditrice e sentirà in sé il bene, la sorgente, e convertito in natura il dono ricevuto. E siccome i doni nostri sono portatori di pace, di felicità, di fortezza invincibile, di aria celestiale, quindi sentirà in sé la natura della pace, della felicità, della fortezza divina, che formeranno in sé l’aria del Cielo.
Ecco perciò la causa che quando ti faccio il gran dono della mia parola, dopo faccio silenzio: è perché sto aspettando che tu ti alimenti e mastichi bene la mia parola, in modo da vedere in te cambiato in natura tua ciò che ti ho detto; e quando veggo ciò, allora sento l’irresistibile bisogno d’amore di parlarti di nuovo, perché un mio dono chiama l’altro, né sanno star soli, ed io tengo sempre da dare, sempre da dire e da fare con chi converte in natura i miei doni”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 29; Maggio 10, 1931)

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“Figlia mia, il Creatore va in cerca della creatura per deporre nel suo grembo i beni che lui ha uscito fuori nella creazione; e perciò dispone sempre, in tutti i secoli, che ci siano anime che vadano solo in cerca di lui, affinché deponga i suoi beni in chi lo cerca e vuole ricevere i suoi doni. Sicché il Creatore si muove dal Cielo e la creatura si muove dalla terra per incontrarsi: l’uno per dare, l’altra per ricevere.
Sento tutta la necessità di dare; preparare i beni per darli e non avendo a chi poterli dare, e tenerli inoperosi per incorrispondenza di chi non se ne cura di volerli ricevere, è sempre una gran pena. Ma sai tu in chi posso io deporre i beni da me usciti nella creazione? In chi fa sua la mia Volontà, perché essa sola le dà la capacità, l’apprezzamento e le vere disposizioni per ricevere i doni del suo Creatore, e le somministra il ricambio, la gratitudine, il ringraziamento, l’amore che è dovuto di dare per i doni che con tanta bontà ha ricevuto.
Perciò vieni insieme con me e giriamo insieme per la terra e per il Cielo, affinché deponga in te l’amore che ho uscito per amore delle creature in tutte le cose create e tu mi dia il ricambio ed insieme con me ami tutti col mio amore, e daremo amore a tutti; saremo in due ad amare tutti, non sarò più solo.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 17; Luglio 16, 1924)

“Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono?” (Lc 17, 17)

Questa mattina, trovandomi fuori di me stessa, mi sono trovata col bambino Gesù in braccia, circondata da varie persone divote, sacerdoti, molte delle quali intente alla vanità, al lusso ed alla moda, e pareva che dicevano tra loro quel detto antico: “L’abito non fa monaco.” Il benedetto Gesù mi ha detto: “Diletta mia, oh, quanto mi sento defraudato della gloria che mi deve la creatura e con tanta sfacciataggine mi nega, e fin dalle persone che si dicono devote!”
Io nel sentire ciò ho detto: “Carino del mio cuore, recitiamo tre Gloria Patri mettendo l’intenzione di dare tutta quella gloria che deve la creatura alla vostra Divinità, così riceverete almeno una riparazione.” E lui: “Sì, sì, recitiamoli.”
E li abbiamo recitati insieme, poi abbiamo recitato un’Ave Maria, mettendo pure l’intenzione di dare alla Regina Madre tutta quella gloria che le devono le creature. Oh, come era bello pregare col benedetto Gesù! Mi trovavo così bene che ho soggiunto: “Diletto mio, quanto vorrei fare la professione di fede nelle vostre mani col recitare insieme con voi il Credo.” E lui: “Il Credo lo reciterai tu sola, perché a te spetta, non a me, e lo dirai a nome di tutte le creature per darmi più gloria ed onore.”
Ond’io ho messo le mie mani nelle sue ed ho recitato il Credo; dopo ciò il benedetto Gesù mi ha detto: “Figlia mia, pare che mi sento più sollevato, ed allontanata quella nube nera dell’ingratitudine umana, specie delle [anime] divote. Ah, figlia mia, l’azione esterna ha tanta forza di penetrare nell’interno, da formare una veste materiale all’anima, e quando il tocco divino la tocca, non lo sentono vivo perché hanno [con] la veste fangosa investita l’anima, e non sentendo la vivacità della grazia, la grazia o viene respinta o resta infruttuosa.
Oh, quanto è difficile godere piaceri, vestire di lusso esternamente e disprezzarli internamente! Anzi succede il contrario, cioè d’amare nell’interno e di godere di ciò che esternamente ci circonda. Figlia mia, considera tu stessa quale n’è il dolore del mio cuore in questi tempi, vedere la mia grazia respinta da tutta specie di gente, mentre tutta la mia consolazione è il soccorrere le creature, e tutta la vita delle creature è l’aiuto divino, e le creature mi respingono indietro il mio soccorso ed il mio aiuto. Entra tu a parte del mio dolore e compatisci le mie amarezze.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 6; Aprile 26, 1904)

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Onde continuavo a pensare alla nascita del piccolo Re Gesù, e gli dicevo: “Carino Bambinello, dimmi: che cosa facesti quando vedesti la tanta ingratitudine umana al tanto tuo amore?” E Gesù: “Figlia mia, se avessi tenuto conto [del]l’ingratitudine umana al tanto mio amore, avrei preso la via per andarmene al Cielo, quindi avrei contristato ed amareggiato il mio amore e cambiata la festa in lutto. Onde vuoi sapere che faccio nelle mie opere più grandi per farle più belle? Con pompa e collo sfoggio più grande del mio amore metto tutto da parte, l’ingratitudine umana, i peccati, le miserie, le debolezze, e do il corso alle mie opere più grandi, come se queste [cose] non ci fossero. Se io volessi badare ai mali dell’uomo, non avrei potuto fare opere grandi né mettere in campo tutto il mio amore, resterei inceppato, soffogato nel mio amore.
Invece per essere libero nelle mie opere e per farle quanto più belle posso farle, metto tutto da parte e se occorre copro tutto col mio amore, in modo che non vedo che amore e Volontà mia; e così vado avanti nelle mie opere più grandi e le faccio come se nessuno mi avesse offeso, perché per gloria nostra nulla deve mancare al decoro, al bello ed alla grandezza delle nostre opere. Perciò vorrei che anche tu non ti occupassi delle tue debolezze e delle miserie e dei tuoi mali, perché quanto più si pensano, tanto più deboli [ci] si sente, tanto più i mali affogano la povera creatura e le miserie si stringono più forte intorno ad essa; col pensarle, la debolezza alimenta la debolezza, e la povera creatura va cadendo di più, i mali prendono più forza, le miserie la fanno morire di fame; invece con [il] non pensarli, da per se stessi svaniscono.
Invece tutto al contrario [riferendosi] al bene: un bene alimenta l’altro bene, un atto d’amore chiama l’altro amore, un abbandono nel mio Volere fa sentire in sé la nuova vita divina; sicché il pensiero del bene forma l’alimento, la forza, per fare l’altro bene. Perciò il tuo pensiero voglio che non si occupa [d’]altro che per amarmi e di vivere di Volontà mia. Il mio amore brucerà le tue miserie e tutti i tuoi mali, ed il mio Voler Divino si costituirà vita tua e delle tue miserie se ne servirà per formarsi lo sgabello dove erigere il suo trono”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 35; Dicembre 25, 1937)