16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16)

… “Per ottenere la fede, bisogna credere. Senza credenza non può darsi fede.
Come in cima all’uomo vi è il capo, che deve dirigere l’uomo in ogni sua operazione, così in cima di ogni altra virtù c’è bisogno della fede che ordina tutto; ma come il capo senza il senso della vista non potrebbe esimersi dalle tenebre e da ogni altra confusione, in modo che se volesse dirigere qualsiasi operazione dell’uomo nello stato di totale cecità, lo spingerebbe dove non lo avrebbe spinto se avesse avuto la vista, così l’anima senza la fede non potrebbe fare altro che andare di precipizio in precipizio.
Ora, come la vista serve di guida all’uomo in ogni sua operazione, così la fede all’anima è luce illuminativa, senza della quale non si può percorrere la strada che mena alla vita eterna.”
Ora, per aversi la fede, fa d’uopo aversi prima tre cose: il germe di fede, bontà dello stesso germe e sviluppo del medesimo. Il germe viene a gettarsi in noi mercé la notizia che si ha circa l’oggetto di fede, giacché non si può certo pensare ad una cosa se non si abbia avuto prima, almeno, qualche conoscenza della medesima.
La bontà del germe di fede deve riporsi in chi getta in noi questo stesso germe, giacché potrà essere vero germe di fede se sarà degna di fede la persona che ce lo dà; falso germe, se venisse falsificato da chicchessia fin nella radice.
Se poi sorgesse in noi qualche incertezza dell’oggetto di cui ci dà notizia, oppure circa la non esatta notizia, deve tenersi come oggetto dubbio di fede. Assicurato dunque del germe della fede e della bontà del medesimo, fa mestieri che venga coltivato per farlo crescere e ben sviluppare sino alla maturità, giacché allora cessa di essere oggetto di fede, quando si ha l’intima persuasione della verità.
Dal mettere nella bontà del germe della fede ogni sua fidanza ed ogni nostra industria che il germe cresca e sempre più si sviluppi sino alla maturità, si viene a produrre in noi quella virtù, sorella della fede, qual è la santa speranza di vedere raggiunto il termine della fede e della stessa speranza, nell’oggetto di fede già conquistato.
Sicché io posso dire che la notizia di Dio getta in me il seme della fede; da questo seme, ben coltivato, nasce, cresce e [si] sviluppa sempre più la luce che si riproduce dal germe della fede.
La luce della fede mi dà tutte le particolarità di questo Dio, sommo mio bene; mi rivela la sua bontà, l’attrattivo amore con cui mi chiama a sé per fruire di sé, mi fa vedere in prospetto ancora tutti i benefizi che mi può fare.
Sicché la notizia della sua esistenza, per me fa il germe della fede; la fede crescente in me mi avvicina sempre più a questo Ente Supremo, facendomi conoscere in parte la smisurata eccellenza d’ogni suo attributo, chi egli sia in sé e fuori di sé, ed ancora ciò che egli mi può dare, il che getta in me il seme della santa speranza; da questo seme ancora, ben coltivato, verrà il possesso, perché chi fermamente crede, spera ed opera, già possiede.
La fede e la speranza operativa gettano il germe dell’amore verso l’Ente sommamente benefico, e questo Ente, in ricambio, fa nascere in noi il germe della carità cristiana, mercé la quale si diviene operanti, simile all’Uomo-Dio. (dagli scritti della Serva (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 1; cap. 43)

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Questa mattina mi sentivo un timore che non fosse Gesù, ma il demonio che mi volesse illudere. Gesù è venuto e vedendomi con questo timore mi ha detto:
“L’umiltà è la sicurezza dei favori celesti. L’umiltà veste l’anima d’una sicurezza tale, in modo che le astuzie del nemico non vi penetrano dentro. L’umiltà mette in salvo tutte le grazie celesti, tanto che dove veggo l’umiltà abbondantemente faccio scorrere qualunque specie di favori celesti.
Perciò non voler disturbarti per questo, ma con occhio semplice guarda sempre nel tuo interno se sei investita della bella umiltà, e di tutto il resto non curarti di niente.”
Poi mi ha fatto vedere molte persone religiose e tra questi sacerdoti, anche di santa vita; ma per quanto buoni fossero non vi era in loro quello spirito di semplicità nel credere alle tante grazie ed ai tanti diversi modi che il Signore tiene con le anime.
Gesù mi ha detto: “Io mi comunico sia agli umili che ai semplici, perché subito danno credenza alle mie grazie e le tengono in gran conto sebbene siano ignoranti e poveri.
Ma con questi altri che tu vedi, io sono molto restio, perché il primo passo che avvicina l’anima a me è la credenza; onde avviene di questi tali, che con tutta la loro scienza e dottrina ed anche santità, non provano mai un raggio di luce celeste, cioè camminano per la via naturale e mai giungono a toccare neppure per un tantino ciò che è soprannaturale.
Eccoti pure la causa perché nel corso della mia vita mortale non ci fu neppure un dotto, un sacerdote, un potente nel mio seguito, ma tutti ignoranti e di bassa condizione, perché più umili e semplici, ed anche più facili a fare dei grandi sacrifizi per me.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 2; Maggio 19, 1899)

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… “Quando nel concistoro della Sacrosanta Trinità si decretò il mistero della Incarnazione per salvare l’uman genere, ed io unito con la loro Volontà accettai e mi offrii vittima per l’uomo; tutto fu unione tra loro [e me] e tutto combinato insieme, ma quando mi misi all’opera vi giunse un punto, specie quando mi trovai nell’ambiente delle pene, degli obbrobri, carico di tutte le scellerataggini delle creature, [in cui] vi restai solo ed abbandonato da tutti, fin dal mio caro Padre; non solo, ma così carico di tutte le pene come stavo, dovevo sforzare l’Onnipotente che accettasse e mi facesse continuare il mio sacrifizio per la salvezza di tutto il genere umano, presente e futuro.
E questo l’ottenni: il sacrifizio dura ancora, lo sforzo è continuo, sebbene tutto sforzo d’amore, e vuoi sapere dove e come? Nel sacramento dell’Eucaristia; là il sacrifizio è continuo, perpetuo è lo sforzo che faccio: al Padre che usi misericordia alle creature, ed alle anime per ottenere il loro amore, e mi trovo in continuo contrasto di morire continuamente, sebbene tutte morti d’amore”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 4 – Marzo 12, 1903)

“Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,17)

Mi sentivo tutta dubbiosa ed annichilita su tutto ciò che il mio Gesù dice del suo Divin Volere, e pensavo tra me: “Possibile che abbia fatto passare tanti secoli senza far conoscere questi prodigi del Divin Volere e che non abbia eletto fra tanti santi uno dove dar principio a questa santità tutta divina? Eppure ci furono gli apostoli, tanti altri grandi santi che hanno fatto stupire tutto il mondo.”
Ora mentre ciò pensavo, non dandomi tempo ed interrompendo il mio pensiero, è venuto e mi ha detto: “La piccola figlia del mio Volere non vuole persuadersi, perché ne dubiti ancora?” “Perché mi veggo cattiva, e quanto più dici tanto più mi sento annientare.”
E Gesù: “E questo io voglio, il tuo annientamento.
E quanto più ti parlo del mio Volere, essendo la mia parola creatrice, crea il mio Volere nel tuo, ed il tuo innanzi alla potenza del mio resta annientato e sperduto; ecco perciò il tuo annientamento. Sappi che il tuo volere deve disfarsi nel mio come viene disfatta la neve ai raggi d’un sole cocente.
Ora devi sapere che quanto più grande è l’opera che voglio fare, tanti più preparativi ci vogliono. Quante profezie, quanti preparativi, quanti secoli non precedettero la mia redenzione? Quanti simboli e figure non prevennero il concepimento della mia celeste Mamma?
Onde dopo compiuta la redenzione dovevo raffermare l’uomo nei beni della redenzione, ed in questo scelsi gli apostoli come raffermatori dei frutti della redenzione, dove coi sacramenti dovevano cercare l’uomo perduto e metterlo in salvo; sicché la redenzione è salvezza, è salvare l’uomo da qualunque precipizio.
Perciò ti dissi un’altra volta che il far vivere l’anima nel mio Volere è cosa più grande della stessa redenzione, perché salvarsi con [il] fare una vita di mezzo, ora cadere ed ora alzarsi, non è poi tanto difficile, e questo lo impetrò la mia redenzione, perché volevo salvare l’uomo a qualunque costo; e questo lo affidai ai miei apostoli come depositari dei frutti della redenzione.
Or dovendo fare il meno ancora, lasciai per allora il più, riservandomi altre epoche per compimento dei miei alti disegni. Ora il vivere nel mio Volere non è solo salvezza, ma è santità che si deve innalzare su tutte le altre santità, che deve portare l’impronta della santità del suo Creatore; perciò dovevano [sus]seguirsi prima le santità minori, come corteggio, forieri, messaggeri, preparativi di questa santità tutta divina.
E siccome nella redenzione scelsi la mia impareggiabile Madre come anello di congiunzione con me, dal quale dovevano discendere tutti i frutti della redenzione, così scelsi te come anello di congiunzione dal quale doveva aver principio la santità del vivere nel mio Volere.
Ed essendo uscito dalla mia Volontà, per portarmi gloria completa dello scopo per cui fu creato l’uomo, [egli] doveva ritornare sullo stesso passo del mio Volere per far ritorno al suo Creatore. Qual è dunque la tua meraviglia? Queste sono cose stabilite ab æterno, e nessuno me le potrà spostare.
E siccome la cosa è grande, è stabilire il mio regno nell’anima anche in terra, ho fatto come un re quando deve prendere possesso d’un regno: lui non va per primo, ma prima si fa preparare la reggia, poi manda i suoi soldati a preparare il regno e disporre i popoli alla sua sudditanza, onde seguono le guardie d’onore, i ministri, e l’ultimo è il re; ciò è decoroso per un re.
Così ho fatto io: ho fatto preparare la mia reggia, qual è la Chiesa; i soldati sono stati i santi, per farmi conoscere dai popoli; poi [mi] hanno preceduto i santi che hanno seminato miracoli, come più intimi ministri; ora come re vengo io per regnare, quindi dovevo scegliere un’anima dove fare la mia prima dimora e fondare questo Regno della mia Volontà. Perciò fammi regnare e dammi piena libertà.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 13; Dicembre 3, 1921)

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… “Figlia mia, quante cose farà conoscere la mia Volontà di ciò che operò la mia Umanità in questa Volontà Divina! La mia Umanità, per operare la redenzione perfetta e completa, doveva farla nell’ambito dell’eternità: ecco la necessità d’una Volontà Eterna.
Se la mia Volontà umana non avesse con sé una [Volontà] Eterna, tutti i miei atti sarebbero atti determinati e finiti, invece con questa erano interminabili ed infiniti.
Perciò le mie pene, la mia croce, dovevano essere interminabili ed infinite, e la Volontà Divina faceva trovare alla mia Umanità tutte queste pene e croci, tanto che lei mi distendeva su tutta l’umana famiglia, dal primo all’ultimo uomo, ed io assorbivo tutte le specie di pene in me, ed ogni creatura formava la mia croce.
Sicché la mia croce fu tanto lunga quanto è e sarà la lunghezza di tutti i secoli, e larga quanto sono le umane generazioni; non fu la sola piccola croce del Calvario, dove mi crocifissero gli Ebrei; questa non era altro che una similitudine della lunga croce in cui mi teneva crocifisso la Suprema Volontà.
Sicché ogni creatura formava la lunghezza e la larghezza della croce, e come la formavano restavano innestate nella stessa croce, ed il Voler Divino distendendomi su di essa e crocifiggendomi, non solo faceva mia la croce, ma [anche] di tutti quelli che formavano detta croce.
Ecco, perciò avevo bisogno dell’ambito dell’eternità dove dovevo tenere questa croce; lo spazio terrestre non basterebbe per contenerla. Oh, quanto mi ameranno [le creature] quando conosceranno ciò che fece la mia Umanità nella Divina Volontà, ciò che [la Divina Volontà] mi fece soffrire per amor loro!
La mia croce non fu di legno, no, furono le anime; erano loro che me le sentivo palpitanti nella croce in cui mi distendeva la Divina Volontà, e nessuna mi faceva sfuggire, a tutte dava il posto; e per dare posto a tutte mi distendeva in modo sì straziante e con pene sì atroci, che le pene della passione potrei chiamarle piccole e sollievi. Perciò affrettati, affinché il mio Volere faccia conoscere tutto ciò che il Voler Eterno operò nella mia Umanità.
Questa conoscenza riscuoterà tanto amore, che [gli uomini] si piegheranno a farlo regnare in mezzo ad essi.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 15 – Febbraio 16, 1923)

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… “Figlia mia benedetta, la mia Santissima Umanità fu la depositaria della mia Divina Volontà; non ci fu atto piccolo e grande, fino il respiro, il moto, che la mia Umanità facendosi velo non nascondeva in tutto il mio Fiat Divino, anzi io non avrei saputo respirare né muovermi, se non lo racchiudessi in me.
Sicché la mia Umanità mi servì di velo per nascondere la mia Divinità ed il grande prodigio dell’operato del mio Volere in tutti gli atti miei. Se ciò non fosse, nessuno avrebbe potuto avvicinarsi a me; la mia maestà, la luce sfolgorante della mia Divinità li avrebbe ecclissati ed atterrati, e tutti sarebbero fuggiti da me.
Chi mai avrebbe ardito di darmi la più piccola pena? Ma io amavo la creatura, e non venni in terra per fare sfoggio della mia Divinità, ma del mio amore, e perciò volli nascondermi dentro il velo della mia Umanità, per affratellarmi coll’uomo, fare ciò che faceva lui, fino a farmi dare pene inaudite e la stessa morte.
Ora chi si unisce colla mia Umanità in tutti i suoi atti, nelle sue pene, col voler trovare la mia Volontà per farla sua, rompe il velo della mia Umanità e trova negli atti miei il frutto, la vita, i prodigi che essa fece in me, e riceve come vita sua ciò che feci in me; e la mia Umanità le servirà di aiuto, di guida, le farà da maestra come vivere in essa, in modo che io terrò in terra me stesso, che continuerà a farmi da velo per nascondere ciò che vuol fare la mia Volontà.
Invece se mi cercheranno senza del mio Volere, troveranno solo il mio velo, ma non troveranno la vita del mio Volere, il quale non potrà produrre i prodigi che operò nel nascondimento della mia Umanità.
È sempre la mia Volontà che sa nascondere nella creatura i prodigi più grandi, i soli più fulgidi, le meraviglie non mai viste. E quante mie umanità viventi avrei tenuto sulla terra! Ma ahimè, le cerco e non le trovo, perché non vi è chi cerca con tutta fermezza la mia Volontà”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 36 – Dicembre 8, 1938)

“Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio” (Gv 3,18)

Stavo pensando al gran bene che il benedetto Gesù ci ha fatto col redimerci, e lui tutto bontà mi ha detto:
“Figlia mia, io creai la creatura bella, nobile, di origine eterna e divina, piena di felicità e degna di me. Il peccato la rovinò da cima a fondo, la snobilitò, la deformò e la rese la creatura più infelice, senza poter crescere, perché il peccato le arrestava la crescenza e la copriva di piaghe, da mettere ribrezzo solo a vederla.
Ora la mia redenzione riscattò la creatura dalla colpa, e la mia Umanità non fece altro che come una tenera madre col suo neonato, che non potendo prendere altro cibo, per dare la vita al suo bimbo si apre il seno ed attacca al suo petto il suo bimbo, e dal suo sangue convertito in latte gli somministra l’alimento per dargli la vita.
Più che madre la mia Umanità si fece aprire in sé stessa a colpi di sferze tanti fori, quasi come tante mammelle che mandavano fuori fiumi di sangue, per fare che i miei figli attaccandosi potessero succhiare l’alimento per ricevere la vita e sviluppare la loro crescenza, e con le mie piaghe coprivo la loro deformità e li rendevo più belli di prima.
E se nel crearli li creai cieli tersissimi e nobili, nella redenzione li ornai tempestandoli di stelle fulgidissime delle mie piaghe, per coprire le loro bruttezze e renderli più belli; alle loro piaghe e deformità io attaccavo i diamanti, le perle, i brillanti delle mie pene, per nascondere tutti i loro mali e vestirli d’una magnificenza da superare lo stato della loro origine.
Perciò con ragione la Chiesa dice: ‘Felice colpa’, perché con la colpa venne la redenzione, e la mia Umanità non solo li alimentò col suo sangue, li vestì con la sua stessa Persona e li fregiò con la sua stessa bellezza, ma ora le mie mammelle sono sempre piene per alimentare i miei figli.
Quale non sarà la condanna di coloro che non vogliono attaccarsi per ricevere la vita e crescere ed essere coperti delle loro deformità?” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 14; Febbraio 26, 1922)