1 Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturarlo con un inganno per farlo morire. 2Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo».
3Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. 4Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo?
5Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei. 6Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me.
7I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. 8Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura.
9In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto». 10Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù.
11Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno. 12Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
13Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. 14Là dove entrerà, dite al padrone di casa: «Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?».
15Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». 16I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
17Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. 18Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà».
19Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». 20Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto.
21Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». 22E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». 23Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti.
25In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». 26Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. 27Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: 28Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea».
29Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». 30Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai».
31Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri. 32Giunsero a un podere chiamato Getsèmani ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego».
33Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. 34Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate».
35Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. 36E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu».
37Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? 38Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole».
39Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. 40Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli.
41Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. 42Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». 43E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. 44Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta».
45Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. 46Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. 47Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. 48Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni.
49Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». 50Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. 51Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. 52Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo. 53Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. 54Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco.
55I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. 56Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi.
57Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: 58«Lo abbiamo udito mentre diceva: «Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo»».
59Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. 60Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?».
61Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». 62Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo». 63Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? 64Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte.
65Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano. 66Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote 67e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». 68Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. 69E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro».
70Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». 71Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». 72E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto.
1 E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. 2Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». 3I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. 4Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». 5Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito.
6A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. 7Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. 8La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. 9Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». 10Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia.
11Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. 12Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». 13Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». 14Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». 15Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
16Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. 17Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. 18Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». 19E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. 20Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.
21Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. 22Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», 23e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. 24Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. 25Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 26La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». 27Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra. [ 28]
29Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, 30salva te stesso scendendo dalla croce!». 31Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! 32Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.
33Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. 34Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». 35Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». 36Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». 37Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.
38Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. 39Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
40Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, 41le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.
42Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, 43Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. 44Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. 45Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. 46Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. 47Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.

“Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici” (Mc 14,17)

O Gesù, già arrivi al Cenacolo insieme con gli amati discepoli e ti metti a cena con loro. Quanta dolcezza, quanta affabilità non mostri in tutta la tua persona, nell’abbassarti a prendere l’ultima volta il cibo materiale! Tutto è amore in te.
Anche in questo tu non ripari solo i peccati di gola, ma impetri anche la santificazione del cibo, e come questo si converte in forza, così impetri per noi la santità anche nelle cose più basse e più comuni.
Gesù, mia Vita, il tuo sguardo dolce e penetrante pare che scruti tutti gli apostoli, ed anche in quell’atto di prendere il cibo, il tuo cuore rimane trafitto nel vedere i tuoi cari apostoli deboli e fiacchi ancora, specie il perfido Giuda, che già ha messo piede nell’inferno. E tu, dal fondo del cuore, amaramente dici:
“Qual è l’utilità del mio sangue? Ecco un’anima da me tanto beneficata, è perduta!”.
E con i tuoi occhi sfavillanti di luce e di amore lo guardi, come a volergli far comprendere il gran male che si accinge a fare. Ma la tua suprema carità ti fa sopportare questo dolore e non lo fai manifesto neppure ai tuoi amati discepoli.
E mentre ti addolori per Giuda, il tuo cuore si riempie di gioia nel vederti alla sinistra il tuo amato discepolo Giovanni, tanto che, non potendo più contenere l’amore, dolcemente attirandolo a te, fai a lui posare il capo sul tuo cuore, facendogli provare il paradiso anticipato.
Ed è in quest’ora solenne che nei due discepoli vengono raffigurati i due popoli, il reprobo e l’eletto: il reprobo in Giuda, che sente già l’inferno nel cuore; l’eletto in Giovanni, che in te riposa e gode.
O dolce mio Bene, anch’io mi metto a te vicino, e insieme al tuo amato discepolo voglio poggiare il mio capo stanco sul tuo cuore adorabile, e ti prego di far sentire a me, anche su questa terra, le delizie del cielo, onde la terra non sia per me più terra, ma cielo, rapita dalle dolci armonie del tuo cuore.
Ma in quelle armonie dolcissime e divine, sento che ti sfuggono dolorosi palpiti; sono per le anime perdute! O Gesù, deh, non permettere che nuove anime si perdano!
Fa che il tuo palpito, scorrendo nel loro, faccia sentire i palpiti della vita del cielo, come li sentì il tuo amato discepolo Giovanni e, attratte esse dalla soavità e dolcezza del tuo amore, possano tutte arrendersi a te.
O Gesù, mentre rimango nel tuo cuore, dà anche a me il cibo, come lo desti agli apostoli: il cibo dell’amore, il cibo della tua divina parola, il cibo della tua Divina Volontà. O mio Gesù, non mi negare mai questo cibo che tanto tu stesso desideri darmi, perché si formi in me la tua stessa vita. Dolce mio Bene, mentre me ne sto a te vicino, vedo che il cibo che tu prendi insieme ai tuoi cari discepoli, non è altro che un agnello.
È questo l’agnello figurativo; e come in questo agnello non rimane umore vitale per la forza del fuoco, così tu, Agnello mistico, che tutto devi consumarti per le creature per forza d’amore, neppure una goccia di sangue serberai per te, versandolo tutto per amore nostro.
Sicché, o Gesù, niente tu fai che non raffiguri al vivo la tua dolorosissima passione, che hai sempre presente nella mente, nel cuore, in tutto; e ciò m’insegna che, se anch’io avessi innanzi alla mente e nel cuore il pensiero della tua passione, mai mi negheresti il cibo dell’amor tuo. Quanto te ne ringrazio!
O mio Gesù, nessun atto ti sfugge che non abbia me presente e che non intenda farmi un bene speciale. Perciò ti prego che la tua passione sia sempre nella mia mente, nel mio cuore, nei miei sguardi, nei miei passi, nelle mie pene, affinché dovunque mi volga dentro e fuori di me, trovi te sempre a me presente; e tu fammi la grazia che mai io dimentichi ciò che hai fatto e patito per me.
Questa sia la mia calamita, che attirando tutto il mio essere in te, non mi faccia più allontanare da te. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – Le Ore della Passione; dalle 8 alle 9 della sera: La cena legale)

“Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti” (Mc 14,22-23)

Questa mattina dopo la comunione, sentivo che il mio amabile Gesù in modo speciale mi assorbiva tutta nel suo Volere, ed io nuotavo dentro di esso; ma chi può dire ciò che provavo? Non ho parole per esprimermi; e Gesù mi ha detto:
“Figlia mia, per quanto tempo l’anima sta nella mia Volontà, tanto di vita divina può dire che fa sulla terra. Come mi piace quando ve-do che l’anima entra nella mia Volontà per farvi vita divina!
Mi piace molto vedere le anime che ripetono nella mia Volontà ciò che faceva la mia Umanità in essa! Io feci la comunione, ricevetti me stesso nella Volontà del Padre, e con ciò non solo riparavo tutto, ma trovando nella Divina Volontà l’immensità, l’onniveggenza di tutto e di tutti, quindi abbracciavo tutti, comunicavo tutti, e vedendo che molti non avrebbero preso parte al Sacramento, ed il Padre offeso ché non volevano ricevere la vita, io davo al Padre la soddisfazione, la gloria come se tutti avessero fatto la comunione, dando al Padre per ciascuno la soddisfazione e la gloria d’una vita divina.
Anche tu fa’ la comunione nella mia Volontà, ripeti ciò che feci io, e così non solo riparerai tutto, [ma] darai me stesso a tutti com’io intendevo di darmi a tutti e mi darai la gloria come se tutti si fossero comunicati.
Il mio cuore si sente intenerito nel vedere che la creatura, non potendo darmi nulla da sé che sia degno di me, prende le cose mie, le fa sue, imita come le ho fatte io e per piacermi me le dà; ed io nel mio compiacimento vo ripetendo: ‘Bravo alla figlia mia, hai fatto proprio ciò che facevo io’.”
Poi ha soggiunto: “Gli atti nella mia Volontà sono gli atti più semplici, ma perché semplici si comunicano a tutti. La luce del sole perch’è semplice, è luce d’ogni occhio, ma il sole è uno; un atto solo nella mia Volontà, come luce semplicissima si diffonde in ogni cuore, in ogni opera, in tutti, ma l’atto è uno.
Il mio stesso Essere, perch’è semplicissimo è un atto solo, ma un atto che contiene tutto; non ha piedi ed è il passo di tutti, non occhio ed è occhio e luce di tutti, dà vita a tutto, ma senza sforzo, senza fatica, ma dà l’atto d’operare a tutti, onde l’anima nella mia Volontà si semplicifica ed insieme con me si moltiplica in tutti, fa bene a tutti.
Oh, se tutti comprendessero il valore immenso degli atti, anche i più piccoli, fatti nella mia Volontà, nessun atto si farebbero sfuggire!” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 11; Settembre 8, 1916)

“La mia anima è triste fino alla morte” (Mc 14, 34)

Continuando il mio solito stato pieno di privazioni e d’amarezza, stavo pensando all’agonia di Nostro Signore, ed il Signore mi disse: “Figlia mia, volli soffrire in modo speciale l’agonia dell’Orto per dare aiuto a tutti i moribondi a ben morire.
Vedi bene come si combina la mia agonia con l’agonia dei cristiani: tedi, tristezze, angosce, sudore di sangue; sentivo la morte di tutti e di ciascuno, come se realmente morissi per ciascuno in particolare.
Quindi sentivo in me i tedi, le tristezze, le angosce di ciascuno, ed a tutti prestavo, con le mie, aiuto, conforto, speranza, per fare che come io sentivo le loro morti in me, così loro potessero avere grazia di morire tutti in me come dentro d’un solo fiato, col mio fiato, e subito beatificarli con la mia Divinità. Se l’agonia dell’Orto fu in modo speciale per i moribondi, l’agonia della croce fu per aiuto dell’ultimo punto, proprio per l’ultimo respiro.
Tutte e due sono agonie, ma una diversa dall’altra: l’agonia dell’Orto piena di tristezze, di timori, d’affanni, di spaventi; l’agonia della croce piena di pace, di calma imperturbabile, e se gridai ho sete, era sete insaziabile che tutti potessero spirare nel mio ultimo respiro; e vedendo che molti uscivano da dentro il mio ultimo respiro, per il dolore gridai: ‘Sitio’, e questo sitio continuo ancora a gridare a tutti ed a ciascuno, come campanello alla porta d’ogni cuore: ‘Ho sete di te, oh, anima!
Deh, non uscire da me, ma entra in me e spira con me!’ Sicché sono sei ore della mia passione che diedi agli uomini per bene morire: le tre dell’Orto furono per aiuto dell’agonia, le tre della croce per aiuto all’ultimo anelito della morte.
Dopo questo, chi non deve guardare la morte con sorriso? Molto più per chi mi ama, per chi cerca di sacrificarsi sulla mia stessa croce. Vedi com’è bella la morte e come le cose si cambiano?
In vita fui disprezzato, gli stessi miracoli non fecero gli effetti della mia morte; fin sulla croce ci furono insulti, ma non appena spirato, la morte ebbe la forza di cambiare le cose, tutti si percotevano il petto confessandomi per vero Figlio di Dio, gli stessi miei discepoli presero coraggio, ed anche quelli occulti si fecero arditi e domandarono il mio corpo dandomi onorevole sepoltura; cielo e terra a piena voce mi confessarono Figlio di Dio.
La morte è qualcosa di grande, di sublime; e questo succede anche per i miei stessi figli: in vita disprezzati, conculcati, quelle stesse virtù, che come luce dovrebbero guizzare chi li circondano, restano mezzo velate; i loro eroismi nel patire, le loro abnegazioni, il loro zelo per le anime, gettano chiarezze e dubbi nei circostanti; ed io stesso permetto questi veli per conservare con più sicurezza la virtù dei miei cari figli.
Ma non appena muoiono, questi veli non essendo più necessari, io li ritiro, e i dubbi si fanno certezze, la luce si fa chiara, e questa luce fa ap-prezzare il loro eroismo, si fanno stima di tutto ed anche delle cose più piccole.
Sicché [a] ciò che non si può fare in vita supplisce la morte. E questo per quello che succede di qua; e per quello che succede di là è proprio sorprendente ed invidiabile [d]a tutti i mortali.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 9; Luglio 4, 1910)

“Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14, 36)

Stavo pensando alle parole di Gesù nell’Orto quando disse: “Pater, se è possibile passi da me questo calice, ma però non mea Volun-tas, sed tua Fiat.” Ed il mio dolce Gesù muovendosi nel mio interno mi ha detto: “Figlia mia, credi tu che fu il calice della mia passione per cui dicevo al Padre: ‘Padre, se è possibile passi da me questo calice?’
No, non affatto; era il calice della volontà umana che conteneva tale amarezza e pienezza di vizi, che la mia Volontà umana unita alla Divina provò tale ribrezzo, terrore e spavento che gridai: ‘Padre, se è possibile passi da me questo calice’.
Com’è brutta la volontà umana senza della Volontà Divina, che quasi come dentro di un calice si rinchiuse dentro di ciascuna creatura! Non c’è male nelle generazioni di cui essa non sia l’origine, il seme, la fonte; ed io vedendomi coperto di tutti questi mali che ha prodotto l’umana volontà, innanzi alla santità della mia mi sentivo morire, e sarei morto difatti se la Divinità non mi avesse sostenuto.
Ma sai tu perché soggiunsi, e per ben tre volte: ‘Non mea Voluntas, sed tua Fiat?’ Io sentivo sopra di me tutte le volontà delle creature unite insieme, tutti i loro mali, e a nome di tutti gridai al Padre: ‘Non più la volontà umana sia fatta sulla terra, ma la Divina; la volontà umana sia sbandita e la tua vi regni’.
Sicché fin d’allora, e lo volli fare sin dal principio della mia passione, perché era la cosa che più m’interessava e la più importante, di chiamare sulla terra il Fiat Voluntas tua come in Cielo così in terra, io ero a nome di tutti che dicevo: ‘Non mea Voluntas, sed tua Fiat’.
Fin d’allora io costituivo l’epoca del Fiat Voluntas tua sulla terra; e col dirlo per ben tre volte, nella prima lo impetravo, nella seconda lo facevo scendere, nella terza lo costituivo regnante e dominatrice. E come dicevo: ‘Non mea Voluntas, sed tua Fiat’, io intendevo di svuotare le creature della loro volontà e riempirle della Divina.
Prima di morire, perché non mi lasciavano che ore, io volli contrattare col mio Celeste Padre il mio primo scopo per cui venni sulla terra: che la Volontà Divina prendesse il suo primo posto d’onore nella creatura.
Era stato questo il primo atto dell’uomo, cioè sottrarsi dalla Volontà Suprema, e quindi la nostra prima offesa; tutti gli altri mali di lui entrano nell’ordine secondario. Ed io dovetti prima realizzare lo scopo del Fiat Voluntas tua come in Cielo così in terra, e poi formare con le mie pene la redenzione, perché la stessa redenzione entra nell’ordine secondario.
È sempre la mia Volontà che tiene il primato in tutte le cose; e sebbene [de]i frutti della redenzione si videro gli effetti, ma fu in virtù di questo contratto che io feci col mio Divin Padre che il suo Fiat doveva venire a regnare sulla terra, realizzando il vero scopo della creazione dell’uomo ed il mio primo scopo per cui venni sulla terra che [l’uomo] potette ricevere i frutti della redenzione; altrimenti sarebbe mancato l’ordine alla mia sapienza.
Se il principio del male fu la sua volontà, io questa dovevo ordinare e ristabilire [e] riunire Volontà Divina e umana. E sebbene si videro prima i frutti della redenzione, questo dice nulla; la mia Volontà è qual re, che sebbene è il primo fra tutti, arriva l’ultimo, precedendolo per suo onore e decoro i suoi popoli, eserciti, ministri, principi e tutta la corte regale.
Sicché prima erano necessari i frutti della mia redenzione per far trovare la corte regale, i popoli, gli eserciti, i ministri, all’Altezza della Maestà della mia Volontà.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 16; Gennaio 4, 1924)

“Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso” (Mc 15, 24)

Stavo facendo i miei soliti atti nel Fiat Supremo, ed il mio adorato Gesù è uscito da dentro il mio interno e mi ha detto: “Figlia mia, nella mia passione c’è un mio lamento, uscitomi con immenso dolore dal fondo del mio cuore straziato, cioè: ‘Divisero le mie vesti e la mia tunica tirarono a sorte’.
Come mi fu doloroso nel veder divise le mie vesti in mezzo ai miei stessi carnefici e messa a gioco la mia tunica! Era il solo oggetto che io possedevo, datomi con tanto amore dalla mia Mamma dolente, ed ora non solo mi spogliarono di essa, ma se ne fecero un gioco.
Ma non sai tu chi mi trafisse maggiormente? In quelle vesti mi si fece Adamo presente, vestito con la veste dell’innocenza e coperto con la tunica non divisibile della mia Suprema Volontà.
L’Increata Sapienza, nel crearlo, si fece più che madre amorosissima; lo vestì più che tunica con la luce interminabile della mia Volontà, veste non soggetta né a scomporsi né a dividersi né a corrompersi; veste che doveva servire all’uomo come conoscere l’immagine del suo Creatore, le sue doti ricevute, e che doveva renderlo mirabile e santo in tutte le cose sue, non solo, ma lo ricoprì con la sopraveste dell’innocenza.
E Adamo divise nell’Eden, con le sue passioni, le vesti dell’innocenza e si giocò la tunica della mia Volontà, veste impareggiabile e di luce smagliante. Ciò che fece Adamo nell’Eden, mi si ripeté sotto i miei occhi sul monte Calvario. Nel vedere divise le mie vesti e giocata la mia tunica, simbolo della veste regale data all’uomo, il mio dolore fu intenso, tanto che ne feci un lamento.
Mi si fecero presenti le creature quando, facendo la loro volontà, ne fanno un gioco della mia, quante volte dividono con le loro passioni la veste dell’innocenza. Tutti i beni vengono racchiusi nell’uomo in virtù di questa veste regale della Divina Volontà.
Messa a gioco questa, lui restò scoperto e perdette tutti i beni, perché gli mancava la veste che lo teneva racchiuso in lei. Sicché fra tanti mali che fanno le creature col fare la loro volontà, aggiungono il male irreparabile del giocarsi la veste regale della mia Volontà, veste che non potrà essere sostituita da nessun’altra veste”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 20; Dicembre 12, 1926)

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Sento la vita del Fiat Divino nell’anima mia, la quale vuole essere il mio moto, il mio respiro e palpito; vuole tale unione colla volontà umana, che [questa] in nulla si deve opporre a ciò che [la Volontà Divina] vuol fare, altrimenti si lamenta, si dispiace e si sente messa in croce dall’umano volere.
Ed il mio amato ripetendomi la sua breve visitina mi ha detto: “Figlia mia benedetta, quanto soffre la mia Volontà nella creatura! Basta dirti che ogni qual volta fa la sua volontà mette in croce la mia.
Sicché la croce della mia Volontà è l’umano volere, ma non con tre chiodi come io fui crocifisso sulla croce, ma con tanti chiodi per quante volte si oppone alla mia, [per] quante volte [la mia] non è riconosciuta, e mentre vuol fare il bene viene respinta coi chiodi dell’ingratitudine.
Com’è straziante questa crocifissione della mia Volontà nella creatura! Quante volte si sente mettere chiodi al suo respiro, palpito e moto, perché non essendo conosciuta ch’è vita del respiro, palpito e moto, il respiro, il moto e palpito umano le serve di chiodi che le impediscono di svolgere in esso il bene che vuole!
Oh, come si sente in croce nell’umano volere! Essa col suo moto divino vuol fare spuntare il giorno nel moto umano, e la creatura mette in croce il moto divino e col suo moto fa spuntare la notte e mette in croce la luce. Come si duole la mia luce nel vedersi repressa, crocifissa, messa in stato d’inabilità dal voler umano!
Col suo respiro vuol fare respirare la sua [Volontà alla creatura], per darle la vita della sua santità, della sua fortezza; e la creatura col non riceverla le mette il chiodo del peccato, delle sue passioni e debolezze; povera mia Volontà, in quale stato di dolore e di continua crocifissione si trova nell’umano volere! [Esso] non fa altro che mettere in croce il nostro amore, e tutti [i] beni che vogliamo darle sono riempiti dai suoi chiodi.
Solo chi vive nella mia non mette in croce la mia Volontà, anzi posso dire che formo io la sua croce, ma è ben differente la sua croce colla mia: il mio Volere sa mettere chiodi di luce, chiodi di luce, di santità, d’amore, da renderla forte colla nostra stessa fortezza divina, i quali [chiodi] non danno dolori, anzi la rendono felice, bella d’una beltà incantevole e sono portatori di grandi conquiste; e chi ha provato, è tanta la felicità che sente, che ci prega, ci supplica che la teniamo sempre in croce coi nostri chiodi divini.
Da qui non si può sfuggire: se le due volontà, umana e Divina, non sono unite, la sua formerà la nostra croce e la nostra la sua; anzi è tanto il nostro amore e gelosia, che non le lasciamo libero neppure un respiro senza il nostro chiodo di luce e d’amore, per averla sempre con noi per poter dire: ciò che facciamo noi fa essa, e vuole ciò che noi vogliamo”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 36; Settembre 5, 1938)