Venerdì della III settimana di Pasqua (Gv 6,52-59)
52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.
54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». 59Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.
“Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita” (Gv 6, 53)
Standomi tutta afflitta ed oppressa, e vedendo il buon Gesù che gocciolava sangue, ho detto: “Signore benedetto, ed a me non volete darmi almeno una goccia di sangue per rimedio di tutti i miei mali?” E lui mi ha detto:
“Figlia mia, per donare ci vuole la volontà di chi deve dare e la volontà di chi deve ricevere, altrimenti se una persona vuol dare e l’altra non vuol ricevere, ad onta che la prima vuol dare non può dare, e viceversa se la prima non vuol dare l’altra non può ricevere; ci vuole l’unione dei voleri. Ahi, quante volte la mia grazia viene soffocata, il mio sangue respinto e calpestato!”
E mentre ciò diceva, vedevo che nel sangue del dolce Gesù vermicolavano tutte le genti, e molti se ne uscivano fuori, non volendo stare dentro di quel sangue dove stavano racchiusi tutti i nostri beni e qualunque rimedio ai nostri mali. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 6 Novembre 24, 1904)
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Stavo preparandomi a ricevere il mio dolce Gesù in sacramento e lo pregavo che coprisse lui la mia grande miseria, e Gesù mi ha detto: “Figlia mia, per fare che la creatura potesse avere tutti i mezzi necessari per ricevermi, volli istituire questo sacramento l’ultimo della mia vita, per poter schierare intorno a ciascuna ostia tutta la mia vita, come preparativo per ciascuna creatura che mi avesse ricevuto.
Mai la creatura poteva ricevermi se non avesse un Dio preparatore preso solo da eccesso d’amore di volersi dare alla creatura; e non potendo essa ricevermi, lo stesso eccesso mi portava a dare tutta la mia vita per prepararla.
Sicché ci mettevo i passi miei, le opere mie, il mio amore avanti ai suoi; e siccome in me c’era anche la mia passione, ci mettevo anche le mie pene per prepararla. Sicché investiti di me, copriti di ciascun’atto mio e vieni.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 12; Ottobre 24, 1918)
“Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda” (Gv 6,55)
Stavo accompagnando il mio penante Gesù nelle ore della sua amarissima passione, specie quando Gesù fu presentato dai Giudei a Pilato ed accusato; e Pilato non contento delle semplici accuse che gli facevano, ritornava alle interrogazioni per trovare o causa sufficiente per condannarlo o per liberarlo.
E Gesù prendendo il suo dire, nel mio interno mi ha detto: “Figlia mia, tutto è mistero profondo nella mia vita ed insegnamenti sublimi in cui l’uomo deve specchiarsi per imitarmi.
Tu devi sapere che era tanta la superbia dei Giudei, specie per la finta santità che professavano per cui erano tenuti per uomini retti e coscienziosi, che credevano che solo col presentarmi loro e dire che mi avevano trovato colpevole e reo di morte, Pilato doveva creder loro e senza far loro subire nessun interrogatorio doveva condannarmi, molto più che dovevano [avere a che] fare con un giudice gentile che non aveva né conoscenza di Dio né coscienza.
Ma Iddio dispose diversamente, per confonderli e per insegnare ai superiori che per quanto buone e sante compariscano le persone che accusano un povero reo, [di] non credere loro facilmente, ma quasi impacciarle con tante interrogazioni, per vedere se c’è la verità oppure sotto quell’abito di bontà c’è qualche gelosia, rancore, o per strappare dai superiori, facendosi strada nei loro cuori, qualche posto o dignità ambita.
Lo scrutinio fa conoscere le persone, le confonde e si mostra che non si ha fiducia di loro; e [questi] non vedendosi apprezzati si tolgono il pensiero di ambire posti o di accusare altri. Quanto male fanno quei superiori quando ad occhi chiusi, fidandosi d’una finta bontà, non di una virtù provata, li mettono in [un particolare] posto o danno ascolto a chi accusa di qualche reità!
Quanto non restarono umiliati i Giudei nel non essere creduti facilmente da Pilato, nel subire tante interrogazioni! E se [Pilato] cedette a condannarmi, non fu perché credette loro, ma forzato e per non perdere il posto.
Questo li confuse, in modo che restò come marchio sulla loro fronte una estrema confusione ed una umiliazione profonda; molto più che scorgevano in un giudice gentile più rettitudine e più coscienza che in loro. Quanto è necessario e giusto lo scrutinio! Getta luce, calma nei veri buoni e confusione nei cattivi.
E quando volendo scrutinare anche me, mi domandò Pilato: ‘Re sei tu? E dov’è il tuo regno?’, io volli dare un’altra sublime lezione col dire: ‘Re io sono’. E volevo dire: ‘Ma sai tu qual è il mio regno? Il mio regno sono i miei dolori, il mio sangue, le mie virtù; questo è il vero regno, che non fuori di me, ma dentro di me posseggo.
Ciò che si possiede di fuori non è vero regno né sicuro dominio, perché ciò che non sta dentro dell’uomo può essere tolto, usurpato, e sarà costretto a lasciarlo; invece ciò che c’è dentro, nessuno potrà toglierlo, il dominio sarà eterno dentro di lui.
Le caratteristiche del mio regno sono le mie piaghe, le spine, la croce, dove non faccio come gli altri re che fanno vivere i popoli fuori di loro, mal sicuri, se occorre digiuni; io no: chiamo i miei popoli ad abitare nelle stanze delle mie piaghe, fortificati e difesi dai miei dolori, dissetati dal mio sangue, sfamati dalle mie carni, e solo questo è il vero regnare. Tutti gli altri regni sono regni di schiavitù, di pericoli e di morte; nel mio regno c’è la vera vita’. Quanti insegnamenti sublimi, quanti misteri profondi nelle mie parole!
Ogni anima dovrebbe dire a sé stessa, nelle pene e dolori, nelle umiliazioni ed abbandoni da tutti, nel praticare le vere virtù: ‘Questo è il mio regno, non soggetto a perire; nessuno me lo può togliere né toccare, anzi il mio regno è eterno e divino, simile a quello del mio dolce Gesù; i miei dolori e pene me lo certificano e rendono il regno più fortificato ed agguerrito, che nessuno potrà muovermi battaglia in vista della mia grande fortezza’. Questo è regno di pace, che dovrebbero ambire tutti i figli miei.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 15; Luglio 5, 1923)
“Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me” (Gv 6,57)
… “Il tuo amore non si arresti; percorri tutti i tabernacoli, ciascun’Ostia sacramentale, ed in ogni Ostia sentirai gemere lo Spirito Santo con dolore inenarrabile.
Il sacramento dell’Eucaristia, non è la sola vita loro che ricevono le anime, ma è la mia stessa vita che si dà a loro, sicché il frutto di questo sacramento è formare la mia vita in loro e ogni comunione serve a far crescere la mia vita, a svilupparla in modo da poter dire: ‘Io sono un altro Cristo’.
Ma, ahimè, che pochi profittano; anzi quante volte scendo nei cuori e mi fanno trovare le armi per ferirmi, e mi ripetono la tragedia della mia passione! E come si consumano le specie sacramentali, invece di pressarmi a restare con loro sono costretto ad uscire bagnato di lacrime, piangendo la mia sorte sacramentale, e non trovo chi quieti il mio pianto ed i miei gemiti dolenti.
Se tu potessi rompere quei veli dell’Ostia che mi coprono, mi troveresti bagnato di pianto conoscendo la sorte che mi aspetta nello scendere nei cuori. Perciò il tuo ricambio d’amore per ogni Ostia sia continuo, per quietarmi il pianto e rendere meno dolorosi i gemiti dello Spirito Santo”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 18; Novembre 5, 1925)


