13Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. 14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

“Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo” (Gv 3,13-14)

Finalmente una mattina, nel giorno dell’esaltazione della croce, venne Gesù, e tutto frettoloso mi trasportò di nuovo nei luoghi santi di Gerusalemme, e dopo avermi fatto considerare tante cose concernenti il mistero e le virtù della croce, si fece affabilmente a dirmi:
“Vuoi tu, diletta mia, essere tutta bella? Contempla la croce, che essa ti darà i lineamenti più belli che si possono trovare e in cielo e in terra, tanto da far innamorare Iddio, che pure in sé contiene tutte le infinite bellezze. Vuoi tu essere ripiena di immense ricchezze, e non per breve tempo, ma bensì per tutta l’eternità?
Ebbene, se in te è entrata la brama di possedere il cielo con tutte le sue ricchezze, innamorati sempre più della croce, che essa ti somministrerà tutte le ricchezze, cominciando dai minutissimi centesimi, quali sono le più piccole sofferenze e di qualsiasi specie, sino alle più incalcolabili somme, quali le procurano le croci più pesanti.
Intanto gli uomini, poiché son divenuti tanto avidi nel procacciarsi il minimo guadagno d’un mero soldo temporale, che presto dovranno poi abbandonare, non si danno alcun pensiero di acquistare un centesimo di bene eterno; e quando io, avendo compassione di loro per la spensieratezza che hanno per tutto ciò che riguarda il bene eterno, benignamente porgo loro l’occasione di profittarne, questi, invece di essermi grati, si sdegnano verso di me e mi offendono con la loro ostinazione.
Vedi figlia mia, quanta cecità nella povera umanità? Nella croce invece vi sono racchiusi tutti i trionfi ed i più grandi acquisti e vittorie. Tu, intanto, non aver altra mira se non la croce, perché questa basterà e supplirà a tutto.
Voglio perciò quest’oggi contentarti, col crocifiggerti completamente su quella croce che finora non bastava a farti ben distendere. Questa croce, sappi, è quella che ha attirato su di te le dolci attrattive del mio amore e che m’induce a crocifiggerti completamente su di essa.
Quella croce, perciò, che hai tollerata sin ora, me la porterò in cielo, per averla come pegno del tuo amore e mostrarla a tutta la corte celeste come testimonianza del tuo amore per me; ed io, in luogo di questa, farò discendere dal cielo su di te un’altra più grave e dolorosa, affin di appagare le tue ardenti brame di patire, e per far sì che presto vengano a completarsi gli eterni miei disegni su di te.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 1; cap. 53)

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Continuando il mio povero stato ed il silenzio di Gesù benedetto, questa mattina trovandomi più che mai oppressa, nel venire mi ha detto:
“Figlia mia, non le opere né la predicazione né la stessa potenza dei miracoli mi fecero conoscere con chiarezza Dio qual sono, ma quando fui messo sulla croce ed innalzato su di essa come sul mio proprio trono, allora fui riconosciuto per Dio.
Sicché la sola croce mi rivelò al mondo ed a tutto l’inferno chi io veramente ero; onde tutti ne restarono scossi e riconobbero il loro Creatore. Quindi è, che la croce rivela Dio all’anima e fa conoscere se l’anima è veramente di Dio. Si può dire che la croce scovre tutte le intime parti dell’anima e rivela a Dio ed agli uomini chi essa sia.”
Poi ha soggiunto: “Sopra due croci io consumo le anime: una è di dolore, l’altra è di amore; e siccome in cielo i nove cori angelici tutti mi amano, però ognuno ha il suo uffizio distinto – come i serafini il loro uffizio speciale è l’amore ed il loro coro è messo più dirimpetto a ricevere i riverberi dell’amor mio, tanto che l’amor mio ed il loro saettandosi insieme si combaciano continuamente – così alle anime sulla terra do il loro uffizio distintamente, a chi le rendo martiri di dolore ed a chi di amore, essendo tutti e due abili maestri a sacrificare le anime e renderle degne delle mie compiacenze.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 4; Marzo 8, 1901)

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… E Gesù uscendo dal mio interno ha dato in un singhiozzo di pianto, ma quel singhiozzo lo sentivo ripercuotere in cielo ed in terra; ma mentre stava per finire il singhiozzo, è sottentrato un sorriso, che come il singhiozzo si ripercuoteva in cielo ed in terra. Io son restata incantata, ed il mio Gesù mi ha detto:
“Figlia diletta mia, a tanto dolore che le creature mi danno in questi tristi tempi, tanto da farmi piangere – ed essendo pianto d’un Dio perciò si ripercuote in cielo ed in terra – sottentrerà un sorriso che riempirà di allegrezza cielo e terra, e questo sorriso spunterà sul mio labbro quando vedrò le primizie, le figlie del mio Volere, vivere non nell’ambiente umano, ma nell’ambiente divino; le vedrò improntate tutte del Volere eterno, immenso, infinito.
Vedrò quel punto eterno, che ha vita solo nel cielo, scorrere sulla terra e modellare le anime coi suoi princìpi infiniti, con l’agire divino, con la moltiplicazione degli atti in un solo atto; e come la creazione uscì dal Fiat, così nel Fiat sarà completata.
Sicché solo le figlie del mio Volere nel Fiat completeranno tutto, e nel Fiat mio che prenderà vita in loro avrò amore, gloria, riparazione, ringraziamenti e lode completa, e per tutto e per tutti. Figlia mia, le cose da dove escono là ritornano; tutto uscì dal Fiat e nel Fiat verrà tutto a me.
Saranno poche [anime], ma nel Fiat tutto mi daranno.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 12; Gennaio 7, 1921)

“Perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,15)

Questa mattina il mio adorabile Gesù si faceva vedere crocifisso, e dopo d’avermi comunicato le sue pene mi ha detto:
“Molte sono le piaghe che mi fecero soffrire nella mia passione, ma una fu la croce; ciò significa che molte sono le strade con cui attiro le anime alla perfezione, ma uno è il cielo, in cui queste anime devono unirsi, sicché, sbagliato quel cielo, non c’è alcun altro che possa renderle beate per sempre.”
Poi ha soggiunto:
“Guarda un poco: una è la croce, ma di vari legni fu formata detta croce; ciò vuol dire che uno è il cielo, ma vari posti che questo cielo contiene, più o meno gloriosi, ed a misura delle sofferenze sofferte quaggiù, più o meno pesanti, saranno distribuiti i posti.
Oh! Se tutti conoscessero la preziosità del patire, farebbero a gara a chi più volesse patire, ma questa scienza, dal mondo, non viene conosciuta; perciò aborriscono ciò che può renderli più ricchi in eterno.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 2; Marzo 31, 1899)

“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito” (Gv 3,16)

Trovandomi nel solito mio stato, è venuto il mio adorabile Gesù crocifisso, ed avendomi partecipato le sue pene, mentre io soffrivo mi ha detto:
“Figlia mia, nella creazione io diedi all’anima la mia immagine, nell’Incarnazione diedi la mia Divinità, divinizzando l’umanità. E siccome nell’atto stesso che s’incarnò la Divinità nell’Umanità, in quel medesimo istante s’incarnò nella croce, sicché da che fui concepito concepii unito con la croce.
Sicché si può dire che siccome la croce fu unita con me nell’Incarnazione che feci nel seno di mia Madre, così la croce forma altrettante mie incarnazioni nel seno delle anime; e siccome forma la mia [incarnazione] nelle anime, così la croce è l’incarnazione dell’anima in Dio, distruggendole tutto ciò che dà di natura e riempiendosi [l’anima] tanto della Divinità, da formare una specie d’incarnazione: Dio nell’anima e l’anima in Dio.”
Io sono restata come incantata nel sentire che la croce è l’incarnazione dell’anima in Dio, e lui ha ripetuto:
“Non dico unione, ma incarnazione, perché la croce s’intromette tanto nella natura, da far diventare la stessa natura dolore, e dove c’è il dolore là vi è Dio, senza poter stare separato Dio e il dolore; e la croce formando questa specie d’incarnazione rende l’unione più stabile, e quasi difficile la separazione di Dio coll’anima, com’è difficile separare il dolore dalla natura, mentre coll’unione facilmente può avvenire la separazione.
S’intende sempre che non sono Incarnazione, ma similitudine d’incarnazione.”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 6; Dicembre 22, 1903)

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Trovandomi nel solito mio stato, il dolce Gesù mi faceva subire parte delle sue pene e delle sue morti che soffrì per ciascuna creatura. Dalle mie piccole pene comprendevo quanto atroci e mortali erano state le pene di Gesù.
Onde mi ha detto: “Figlia mia, le mie pene sono incomprensibili all’umana natura, e le stesse pene della mia passione furono ombre o similitudine delle mie pene interne.
Le mie pene interne mi erano inflitte da un Dio onnipotente, cui nessuna fibra poteva scansarne il colpo; quelle della mia passione mi erano inflitte dagli uomini, cui non avendo né l’onnipotenza né l’onniveggenza, non potevano fare ciò che essi stessi volevano, né penetrarvi in tutte le mie singole fibre.
Le mie pene interne erano incarnate e la mia stessa Umanità era trasmutata in chiodi, in spine, in flagelli, in piaghe, in martirio così crudeli, che mi davano morti continue; queste erano inseparabili da me, formavano la mia stessa vita.
Invece quelle della mia passione erano estranee a me, erano spine e chiodi che si potevano conficcare, e volendo si potevano anche togliere, ed il solo pensiero che una pena si può togliere è un sollievo; ma le mie pene interne, che erano formate della stessa carne, non c’era nessuna speranza che mi si potessero togliere, né scemare l’acutezza d’una spina, il trafiggermi dei chiodi.
Le mie pene interne furono tali e tante, che le pene della mia passione le potrei chiamare sollievi e baci che davano alle mie pene interne, che unendosi insieme davano l’ultimo attestato del mio grande ed eccessivo amore per salvare le anime.
Le mie pene esterne erano voci che chiamavano tutti ad entrare nel pelago delle mie pene interne, per far loro comprendere quanto mi costava la loro salvezza. E poi dalle tue stesse pene interne comunicate da me, puoi comprendere in qualche modo l’intensità continua delle mie.
Perciò fatti coraggio, è l’amore che a ciò mi spinge.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 14; Agosto 19, 1922)

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… “Figlia mia, se avessi tenuto conto [del]l’ingratitudine umana al tanto mio amore, avrei preso la via per andarmene al Cielo, quindi avrei contristato ed amareggiato il mio amore e cambiata la festa in lutto. Onde vuoi sapere che faccio nelle mie opere più grandi per farle più belle?
Con pompa e collo sfoggio più grande del mio amore metto tutto da parte, l’ingratitudine umana, i peccati, le miserie, le debolezze, e do il corso alle mie opere più grandi, come se queste [cose] non ci fossero.
Se io volessi badare ai mali dell’uomo, non avrei potuto fare opere grandi né mettere in campo tutto il mio amore, resterei inceppato, soffogato nel mio amore.
Invece per essere libero nelle mie opere e per farle quanto più belle posso farle, metto tutto da parte e se occorre copro tutto col mio amore, in modo che non vedo che amore e Volontà mia; e così vado avanti nelle mie opere più grandi e le faccio come se nessuno mi avesse offeso, perché per gloria nostra nulla deve mancare al decoro, al bello ed alla grandezza delle nostre opere.
Perciò vorrei che anche tu non ti occupassi delle tue debolezze e delle miserie e dei tuoi mali, perché quanto più si pensano, tanto più deboli [ci] si sente, tanto più i mali affogano la povera creatura e le miserie si stringono più forte intorno ad essa; col pensarle, la debolezza alimenta la debolezza, e la povera creatura va cadendo di più, i mali prendono più forza, le miserie la fanno morire di fame; invece con [il] non pensarli, da per sé stessi svaniscono.
Invece tutto al contrario [riferendosi] al bene: un bene alimenta l’altro bene, un atto d’amore chiama l’altro amore, un abbandono nel mio Volere fa sentire in sé la nuova vita divina; sicché il pensiero del bene forma l’alimento, la forza, per fare l’altro bene.
Perciò il tuo pensiero voglio che non si occupa [d’]altro che per amarmi e di vivere di Volontà mia. Il mio amore brucerà le tue miserie e tutti i tuoi mali, ed il mio Voler Divino si costituirà vita tua e delle tue miserie se ne servirà per formarsi lo sgabello dove erigere il suo trono”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 35; Dicembre 25, 1937)

“Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,17)

Continuando il mio solito stato, stavo pensando alla passione di Gesù benedetto; e facendosi vedere crocifisso mi partecipava un poco dei suoi dolori, dicendomi: “Figlia mia, volli essere crocifisso ed innalzato in croce per fare che le anime, a seconda che mi vogliano, mi trovino.
Sicché uno mi vuole maestro ché sente la necessità di essere ammaestrato, ed io mi abbasso ad insegnargli, tanto le cose piccole quanto le più alte e sublimi, da farlo il più dotto.
Un altro geme nell’abbandono, nell’oblio, vorrebbe trovare un padre, viene ai piedi della mia croce ed io mi faccio padre, dandogli l’abitazione nelle mie piaghe, per bevanda il mio sangue, per cibo le mie carni e per eredità il mio stesso regno.
Quell’altro è infermo e già mi trova medico, che non solo lo guarisco, ma gli do i rimedi sicuri per non più cadere nelle infermità. Quest’altro è oppresso da calunnie, da disprezzi: ai piedi della mia croce trova il suo difensore, fino a restituirgli le calunnie, i disprezzi, in onori divini; così di tutto il resto.
Sicché chi mi vuole giudice mi trova giudice; chi amico, chi sposo, chi avvocato, chi sacerdote, tale mi trovano. Perciò volli essere inchiodato mani e piedi, per non oppormi a nulla di ciò che vogliono, per farmi come mi vogliono; ma guai [a] chi vedendo che io non posso muovermi neppure un dito, ardiscono d’offendermi.”
Mentre ciò diceva, ho detto: “Signore, chi sono quelli che più vi offendono?”
E lui ha soggiunto: “Quelli che mi danno più da soffrire sono i religiosi, i quali vivendo nella mia Umanità mi tormentano e mi lacerano le mie carni nella mia stessa Umanità; mentre chi vive da fuori della mia Umanità, mi lacera da lontano.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 6; Dicembre 15, 1905)