22Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, notò che c’era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma soltanto i suoi discepoli erano partiti. 23Altre barche erano giunte nel frattempo da Tiberìade, presso il luogo dove avevano mangiato il pane dopo che il Signore aveva reso grazie.
24Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù. 25Trovatolo di là dal mare, gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
26Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
28Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?». 29Gesù rispose: «Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato».

“Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna…»” (Gv 6,26-27)

Continuando il mio solito stato, mi sentivo più che mai amareggiata per la sua privazione. In un momento mi son sentita come assorbita nella Volontà di Dio, e mi sentivo tutto il mio interno tutto acquietato, in modo da non sentire più me stessa, ma in tutto il Volere Divino; anche della sua stessa privazione.
Io stessa dicevo fra me stessa: “Che forza, che incanto, che calamita contiene questa Divina Volontà, da far scordare me stessa e fare scorrere in tutto il Volere Divino”.
In questo mentre [Gesù] si è mosso nel mio interno e mi ha detto: “Figlia mia, siccome la Volontà Divina è il solo cibo sostanzioso e che contiene tutti i sapori e gusti insieme, adatti all’anima, l’anima trova il suo cibo prelibato e s’acquieta; il desiderio trova il suo cibo e pensa a pascolarsi lentamente e si ferma senza desiderare altro; l’inclinazione non ha dove più tendere perché ha trovato il cibo che la soddisfa; la volontà propria non ha più che volere, perché ha lasciato la volontà propria che formava il suo tormento ed ha trovato la Volontà Divina che forma la sua felicità; ha lasciato la povertà ed ha trovato la ricchezza, non umana ma divina.
Insomma tutto l’interno dell’anima trova il suo cibo, ossia il suo lavorio in cui resta occupata ed assorbita, da non poter andare più oltre, perché in questo cibo e lavorio mentre trova tutti i contenti, trova tanto da fare ed imparare, e gustare sempre nuove cose, che l’anima da una scienza minore impara scienze maggiori, e sempre resta da imparare; da cose piccole passa a cose grandi, da un gusto passa ad altri gusti, e sempre resta altro di nuovo a gustare in questo ambiente della Volontà Divina”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 7; Dicembre 15, 1906)

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Dopo due giorni di privazioni amarissime del mio sommo bene Gesù, me lo sono sentito muovere nel mio interno. Mi pareva di vederlo nel mio interno, che stava seduto con la testa poggiata ad una parte della mia spalla, con la bocca rivolta nella mia in atto di somministrarmi le parole. Io me lo sono stretto e mi son messa ad ascoltarlo, tutta abbandonandomi in lui. Onde pareva che mi diceva:
“Figlia mia, la mia Volontà è più che cibo; il cibo dà la forza al corpo, lo riscalda, aumenta il sangue, ravviva l’intelligenza se sta affievolita, mette il brio in tutte le membra e spinge la creatura a nuove opere e sacrifizi.
Invece una che sta digiuna, non dando il cibo necessario al suo corpo è debole, fredda, povera di sangue, l’intelligenza affievolita, spossata in tutte le membra, che la porta alla mestizia e la spinge a non far nulla, senza voglia di sacrificarsi in nulla.
Poveretta, si sente mancare la vita in tutta la sua persona, tanto vero che quando una malattia è mortale per una creatura, [essa] abbandona il cibo e abbandonando il cibo si dispone alla morte.
Onde, avendo stabilito l’Eterna Sapienza che anche l’anima avesse il cibo, le fu assegnato come cibo prelibato la Volontà Suprema; sicché chi prende questo cibo è forte nell’operare il bene, è come inzuppato nell’amore verso il suo Dio, questo cibo aumenta il sangue divino per formare la crescenza della vita di Dio in essa, come sole riflette nella sua intelligenza per farle conoscere il suo Creatore e formarsi a sua somiglianza, mette il brio in tutta l’anima per mettere in vigore tutte le virtù, e la spinge a nuovi lavori e a sacrifizi inauditi.
Il cibo della mia Volontà si dà ad ogni istante, ad ogni respiro, di notte, di giorno, in ogni cosa e quante volte si vuole, né c’è da temere, come con il cibo corporale, che prendendone molto fa danno e produce anche le malattie, no, no; quanto più si prende più fortifica ed eleva l’anima alla somiglianza del suo Creatore, si può stare sempre con la bocca aperta in atto di prendere questo cibo celeste.
Tutto al contrario per chi non prende questo cibo della mia Volontà: per chi non lo prende affatto, si può dire che si dispone a morire eternamente; per chi si ciba di rado, è debole ed incostante nel bene, è freddo nell’amore, è povero di sangue divino, in modo che cresce come anemica, in esso, la vita divina; la luce nella sua intelligenza è tanto scarsa, che poco o nulla conosce del suo Creatore, e non conoscendolo, la sua somiglianza è lontana da lui per quanto è lontano dal cibo della sua Volontà; è senza brio nell’operare il bene, perché non ha cibo sufficiente, e ora gli scappa la pazienza, ora la carità, ora il distacco di tutto, sicché le povere virtù vivono come strangolate senza il cibo sufficiente della mia Volontà.
Ah, se si potesse vedere un’anima priva di questo cibo celeste, ci sarebbe da piangere, tante sono le miserie e le schifezze di cui è coperta! Ma però c’è più da compatire se si vede una creatura digiuna del cibo corporale, perché molte volte le mancano i mezzi per comprarlo; invece il cibo della mia Volontà si dà gratuitamente, quindi chi non lo prende merita la condanna, e la condanna se la forma lei stessa, perché ha rigettato il cibo che le dava la vita”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 18; Ottobre 17, 1925)

“Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” (Gv 6, 29)

… Dopo di ciò stavo pensando a tante cose che il benedetto Gesù mi aveva detto sulla sua Divina Volontà, ai tanti desideri ardenti di lui di farla conoscere, e che ad onta dei tanti desideri di Gesù nulla spuntava per ottenere il suo intento.
E dicevo tra me: “Che sapienza di Dio! Che misteri profondi! Chi mai li può comprendere?
Lo vuole, è dolente perché manca chi le fa la via per farla conoscere; mostra il suo cuore che brama, sospira che la sua Divina Volontà si faccia via per farsi conoscere, per formare il suo regno in mezzo alle creature, e poi come se fosse un Dio impotente si sbarrano le vie, si chiudono le porte; e Gesù tollera e con pazienza invincibile ed indicibile aspetta che si aprano le porte e le vie, bussa ai cuori per trovare chi saranno coloro che si occuperanno per far conoscere la sua Divina Volontà”.
Ma mentre ciò pensavo, il mio dolce Gesù facendosi vedere tutto bontà e tenerezza, da spezzare i cuori più duri, mi ha detto:
“Figlia mia, se sapessi quanto soffro quando voglio formare le mie opere e farle conoscere alle creature per dar loro il bene che contengono, e non trovo chi abbia vero slancio, desiderio verace e volontà di far vita sua l’opera mia per farla conoscere, per dare agli altri la vita del bene dell’opera mia che sente in se stesso!
Ed io quando veggo queste disposizioni in chi deve occuparsi, che io con tanto amore chiamo e scelgo per le opere che mi appartengono, io mi sento tanto tirato verso di lui, che per fare che facesse bene ciò che io voglio, mi abbasso, scendo in esso e gli do la mia mente, la mia bocca, le mie mani e fin i miei piedi, affinché in tutto sentisse la vita dell’opera mia, e come vita sentita, non come cosa a lui estranea, potesse sentire il bisogno di darla agli altri.
Figlia mia, quando un bene non si sente in se stesso come vita, tutto finisce in parole, non in opere, ed io resto fuori di loro, non dentro, e perciò restano come poveri storpiati, senza intelligenza, ciechi, muti, senza mani e senza piedi; ed io nelle opere mie non voglio servirmi di poveri storpiati, li metto da parte, e non badando al tempo continuo a girare per trovare i disposti che devono servire all’opera mia.
E come non mi stancai di girare i secoli e tutta la terra per trovare la più piccola, per deporre nella sua piccolezza il gran deposito delle conoscenze della mia Divina Volontà, così non mi stancherò di girare e rigirare la terra per trovare i veri disposti che apprezzeranno come vita ciò che ho manifestato sul Fiat Divino, e questi faranno qualunque sacrificio per farlo conoscere.
Perciò non sono il Dio impotente, ma piuttosto quel Dio paziente, che voglio che le mie opere si facciano con decoro e da persone volonterose, non forzate perché la cosa che più aborro nelle opere mie è lo sforzo della creatura, come se io non meritassi i loro piccoli sacrifici e che per decoro di un’opera sì grande, qual è di far conoscere la mia Divina Volontà, non voglio servirmi di poveri storpi, perché chi non ha volontà verace di fare un bene, è sempre una storpiatura che fa all’anima sua; ma voglio servirmi di persone che, somministrandole (1) le mie membra divine, lo facciano con decoro, come merita un’opera che tanto bene deve apportare alle creature e grande gloria alla mia maestà”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 27; Ottobre 2, 1929)
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(1) somministrando io a loro