Lunedì della IV settimana di Pasqua – A (Gv 10,11-18)

11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

“Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore” (Gv 10,11)

Questa mattina trovandomi fuori di me stessa, mi son trovata sopra d’una persona che teneva l’aspetto come se fosse vestita come una pecora, ed io ero portata sopra le sue spalle, ma andava a lento passo; innanzi vi andava una specie di macchina più veloce, ed io nel mio interno ho detto: “Questa va lento, vorrei andare dentro di quella macchina che cammina più veloce.”
Non so il perché, appena pensato mi sono trovata dentro là con quelli; e questi mi hanno detto: “Che hai fatto, come hai lasciato il Pastore? E qual Pastore! che essendo la sua vita nei campi, sono sue tutte le erbe medicinali, nocive e salutari, e stando con lui si può stare sempre di buona salute, e se lo vedi vestito a modo di pecora, è per rendersi simile alle pecore facendole appressare a lui senza nessun timore, e sebbene va a lento passo, però è più sicuro.”
Io nel sentire ciò ho detto nel mio interno: “Una volta che è così, lo vorrei per dirgli qualche cosa della mia malattia.”
Mentre ciò pensavo me lo sono trovato vicino a me, ed io tutta contenta mi sono fatta vicina all’orecchio e gli ho detto: “Pastore buono, se siete tanto peritissimo datemi qualche rimedio ai miei mali, io mi trovo in questo stato di sofferenze.” E volendo dire di più, mi ha troncato la parola in bocca col dirmi: “La vera rassegnazione, non fantastica, non mette a scrutinio le cose, ma adora in silenzio le divine disposizioni.”
E mentre ciò diceva, pareva che si rompesse la pelle di lana e vedevo là il volto di Nostro Signore e la sua testa coronata di spine… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 6; Marzo 16, 1904)

“Do la mia vita per le pecore” (Gv 10, 15)

… Dopo ciò seguivo gli atti del Fiat Divino, giravo nelle opere della creazione, nell’Eden, nei punti e persone più notabili della storia del mondo, per chiedere a nome di tutti il Regno della Divina Volontà sulla terra. Ed il mio dolce Gesù movendosi nel mio interno mi ha detto:
“Figlia mia, l’uomo col sottrarsi dalla mia Divina Volontà diede la morte ai beni che il mio Fiat Divino avrebbe fatto risorgere in lui se non fosse stato respinto. Come esso uscì, così moriva l’atto continuo della vita divina nell’uomo, moriva la santità che sempre cresce, la luce che sempre sorge, la bellezza che mai si ferma per sempre abbellire, l’amore instancabile che non dice mai basta, che sempre, sempre vuol dare, molto più che respingendo la mia Divina Volontà moriva l’ordine, l’aria, il cibo che doveva nutrirlo continuamente.
Vedi dunque quanti beni divini fece morire in sé stesso, col sottrarsi l’uomo dalla mia Divina Volontà. Ora dove c’è stata la morte del bene, si richiede il sacrifizio della vita per far risorgere il bene distrutto.
Ecco perciò giustamente e sapientemente, quando ho voluto rinnovare il mondo e dare un bene alle creature, ho richiesto il sacrifizio di vita, come chiesi il sacrifizio ad Abramo che mi sacrificasse l’unico suo figlio, come di fatto eseguì, ed impedito da me si arrestò; ed in quel sacrifizio che gli costava ad Abramo più della sua stessa vita, risorgeva la nuova generazione dove doveva scendere il divino liberatore e Redentore, che doveva far risorgere il bene morto nella creatura.
Coll’andar del tempo permisi il sacrifizio ed il gran dolore della morte del suo amato figlio Giuseppe, a Giacobbe, e sebbene non morì, ma per lui fu come se in realtà fosse morto. Era la nuova chiamata, che risorgeva in quel sacrifizio il celeste liberatore, che chiamava a far risorgere il bene perduto.
Oltre di ciò, io stesso col venire sulla terra volli morire, ma col sacrifizio della mia morte chiamavo il risorgimento di tante vite ed il bene che la creatura aveva fatto morire, e volli risorgere per confermare la vita al bene e la risurrezione all’umana famiglia.
Che gran delitto è far morire il bene, tanto che si richiede il sacrifizio di altre vite per farlo risorgere!
Ora con tutta la mia redenzione e col sacrifizio della mia morte, non regnando la mia Divina Volontà, tutto il bene non è risorto nella creatura, essa è repressa e non può svolgere la santità che vuole; il bene soffre d’intermettente, ora sorge, ora muore, ed il mio Fiat resta col dolore continuo di non poter far sorgere tutto il bene che vuole nella creatura.
Ecco perciò che mi restai nella piccola ostia, sacramentato; partii per il cielo, ma vi restai sulla terra, in mezzo alle creature, per nascere, vivere e morire, sebbene misticamente, per far risorgere tutto il bene in esse, che l’uomo respinse col sottrarsi dalla mia Divina Volontà.
Ed al mio sacrifizio chiesi unito il sacrifizio della tua vita, per far risorgere il suo regno in mezzo alle umane generazioni; e da ogni tabernacolo me ne sto come alla vedetta per fare opera compiuta, redenzione e Fiat Voluntas Tua come in cielo così in terra, contentandomi di sacrificarmi e di morire in ogni ostia per far risorgere il sole del mio Fiat Divino, la nuova era ed il suo pieno trionfo.
Io nel partir dalla terra dissi: ‘Vado al cielo e resto sulla terra nel sacramento; mi contenterò d’aspettare secoli, so che mi costerà molto, oltraggi inauditi non mi mancheranno, forse più della mia stessa passione, ma mi armerò di pazienza divina e dalla piccola ostia farò opera compiuta, farò regnare il mio Volere nei cuori e continuerò a starmi in mezzo a loro per godermi i frutti di tanti sacrifizi che ho subìto’.
Perciò insieme con me sii unita al sacrifizio per una causa sì santa e per il giusto trionfo che la mia Volontà regna e domina”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 28; Febbraio 22, 1930)

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Il mio abbandono nel Voler Divino continua, e mentre facevo i miei atti pensavo tra me: “Ma sarà vero che il mio dolce Gesù gradisce la continuità dei miei piccoli atti?” E Gesù facendosi sentire mi ha detto:
“Figlia mia, un amore spezzato non può dare mai d’eroismo, perché col non essere continuo forma tanti vuoti nella creatura, i quali producono debolezza, freddezza e quasi stanno in atto di smorzare la fiammella accesa, e perciò le toglie la fortezza dell’amore, che colla sua luce fa comprendere chi è che ama e col suo calore mantiene accesa la fiamma che produce l’eroismo del vero amore, tanto che si sente felice di dar la vita per colui che ama.
Un amore continuo ha virtù di generare nell’anima della creatura colui che sempre ama, e questa generazione viene formata nel centro del suo amore continuo. Vedi dunque che significa un amore incessante? Formarsi il rogo dove consumare e bruciare sé stessa, per poter formare in quel rogo la vita del tuo amato Gesù.
Si può dire: ‘Nell’amore continuo consumo la mia vita per far vivere colui che incessantemente amo’. Oh, se io non avessi sempre amato la creatura e non l’amassi d’un amore che non dice mai basta, mai sarei sceso dal Cielo in terra per darle la mia vita con tante pene ed eroismo per amor suo!
Fu il mio amore continuo che come dolce catena mi tirò e mi fece fare l’atto eroico di mettere la mia vita per acquistare la sua. Un amore continuo a tutto può giungere, tutto può fare, facilita tutto e sa convertire tutto in amore.
Invece un amore spezzato si può chiamare amore di circostanze, amore interessato, amore vile, che può giungere, se le circostanze cambiano, a disconoscere e forse anche a disprezzare colui che amava.
Molto più che solo gli atti continui formano vita nella creatura, essa come forma il suo atto, sorge nel suo stesso atto la luce, l’amore, la santità, la grazia, a secondo l’atto che fa. Perciò un amore ed un bene interrotto non si può chiamare né vero amore né vera vita né vero bene”.
Poi ha soggiunto con un accento più tenero: “Figlia mia, se vuoi che il tuo Gesù compia in te i suoi amorosi disegni, fa che il tuo amore ed i tuoi atti siano continui nel mio Volere, perché esso quando trova la continuità trova il suo modo d’agire divino e resta compromesso nell’atto perenne della creatura, ed affretta di fare ciò che ha stabilito per essa, trovando in virtù dei suoi atti incessanti lo spazio, i preparativi necessari e la stessa vita dove poter formare i suoi mirabili disegni e compiere le sue opere più belle, molto più [che] ogni atto fatto nella mia Volontà è un rannodamento di più che viene formato tra la Volontà Divina coll’umana, è un passo in più che fa nel mare del Fiat, è un diritto maggiore che l’anima acquista”.
Dopo di ciò seguivo a pregare avanti al tabernacolo d’amore, e nel mio interno dicevo tra me: “Che fai, amor mio, in questa prigione d’amore?” E Gesù tutto bontà mi ha detto: “Figlia mia, vuoi sapere che faccio? Faccio la mia giornata. Tu devi sapere che tutta la mia vita passata quaggiù la racchiudo dentro d’un giorno.
Incomincia la mia giornata col concepire e nascere, i veli degli accidenti sacramentali mi servono di fasce per la mia infantile età; e quando [per] l’ingratitudine umana mi lasciano solo e cercano d’offendermi, faccio il mio esilio, lasciandomi solo la compagnia di qualche anima amante, che come seconda madre non si sa distaccare da me e mi tiene fedele compagnia.
Dall’esilio passo a Nazareth, facendo la mia vita nascosta in compagnia di quei pochi buoni che mi circondano. E seguendo la mia giornata, come le creature si avvicinano a ricevermi, così faccio la mia vita pubblica, ripetendo le mie scene evangeliche, porgendo a ciascuno i miei insegnamenti, gli aiuti, i conforti che gli sono necessari: faccio da Padre, da maestro, da medico, e se occorre anche da giudice.
Quindi passo la mia giornata aspettando tutti e facendo bene a tutti. Ed oh, quante volte mi tocca restare solo, senza un cuore che palpita a me vicino! Sento un deserto intorno a me, e resto solo, solo a pregare; sento la solitudine dei miei giorni che passai nel deserto quaggiù, ed oh, quanto mi è doloroso!
Io che sono per tutti palpito in ogni cuore, geloso sto a guardia di tutti, sentirmi isolato ed abbandonato! Ma la mia giornata non finisce col solo abbandono; non vi è giorno che anime ingrate non mi offendano e mi ricevano sacrilegamente, e mi fanno compire la mia giornata colla mia passione e colla mia morte di croce.
Ahi, è il sacrilegio la morte più spietata che ricevo in questo sacramento d’amore! Sicché in questo tabernacolo faccio la mia giornata col compire tutto ciò che compii nei trentatré anni della mia vita mortale.
E siccome [in] tutto ciò che io feci e faccio, il primo scopo, il primo atto di vita è la Volontà del Padre mio, che si faccia come in Cielo così in terra, così in questa piccola ostia non faccio altro che implorare che una sia la mia Volontà coi figli miei, e chiamo te in questa Divina Volontà nella quale trovi tutta la mia vita in atto, e tu seguendola, ruminandola ed offrendola ti unisci con me nella mia giornata eucaristica, per ottenere che la mia Volontà si conosce e regna sulla terra.
E così anche tu potrai dire: ‘Faccio la mia giornata insieme con Gesù’”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 29; Settembre 12, 1931)

“Io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso.” (Gv 10, 17-18)

Sono sempre in via nel Fiat Divino, la mia piccola intelligenza non sta mai ferma, corre, corre sempre per potermi trovare, per quanto mi è possibile, insieme alla corsa degli atti incessanti che fa la Divina Volontà per amore delle creature. Pensare che essa mi ama sempre né cessa mai d’amarmi, ed io non correre nel suo amore per amarla, non lo posso, mi sento che le faccio un torto; anzi mi sento nel labirinto del suo amore, e senza sforzo l’amo e voglio investigare il suo amore per vedere quanto mi ama di più.
E resto sorpresa nel vedere i suoi mari immensi d’amore, ed il mio amore goccioline appena, e quel che è più, attinte dal suo stesso mare. Quindi mi conviene stare nel suo stesso mare e dirle: “Il tuo amore è mio, perciò amiamoci con un solo amore”.
Così mi quieto, ed il Volere Divino è contento; è necessario prendere il suo [amore], essere ardita, altrimenti si resta senza dare nulla, con un amore così piccino che muore sulle labbra. Ma mentre la mia mente spropositava, il mio dolce Gesù, la cara mia vita, facendo la sua breve visitina, che pareva che prendeva gusto ad ascoltarmi, mi ha detto:
“Mia piccola figlia, l’amore, gli atti, i sacrifici spontanei, senza sforzo, che mi fa la creatura, mi sono così graditi, che per più godermeli me li chiudo nel mio cuore; ed è tanto il mio contento, che vado sempre ripetendo: ‘Come son belli, com’è dolce il suo amore! Ahi, trovo in essi il mio modo divino, le mie pene spontanee, il mio amore che sempre amo, senza che nessuno mi obbliga, mi prega’.
Tu devi sapere che una delle caratteristiche più belle, e come sua legittima proprietà e virtù in natura che possiede la mia Divina Volontà, è la spontaneità. Tutto è spontaneo in essa: se ama, se opera, se con un solo atto dà vita e conserva tutto, non mette nessuno sforzo né si fa pregare da nessuno; il suo motto è: ‘Voglio e faccio’, perché lo sforzo dice necessità e noi non abbiamo né di nulla bisogno né di nessuno.
Lo sforzo dice mancanza di potenza, mentre siamo potenti per natura e tutti pendono dalla nostra potenza, ed in un istante possiamo far tutto, ed in un altro istante se vogliamo possiamo tutto atterrare. Lo sforzo dice mancanza d’amore, mentre è tale e tanto il nostro amore, che dà dell’incredibile.
Ecco perciò che tutto creammo senza che nessuno ci pregò o ci disse nulla; e nella stessa redenzione nessuna legge c’era su di me, nessuno poteva obbligarmi a soffrire tanto fino a morire, ma la mia legge fu l’amore e la virtù operativa della mia spontaneità divina, tanto che le pene prima si formavano in me, davo loro la vita, e poi investendo le creature me le ridavano, ed io con quell’amore spontaneo con cui avevo dato loro la vita, così le ricevevo; nessuno avrebbe potuto toccarmi, se io non lo volessi.
Sicché tutto il bello, il buono, il santo, il grande sta nell’operare con modi spontanei, mentre chi opera ed ama sforzato perde il più bello, e si possono chiamare e sono opere ed amore senza vita, e di conseguenza soggette a modo mutabile, mentre la spontaneità produce la fermezza nel bene. Ora, figlia mia, il segno che l’anima vive nella mia Volontà Divina è amare, operare ed anche patire spontaneamente; lo sforzo non esiste.
La mia Volontà che la tiene con sé le comunica la sua spontaneità per averla con sé nel suo amore che corre, nelle sue opere che mai cessano, altrimenti le sarebbe di fastidio tenerla nel suo grembo di luce senza la caratteristica del suo modo spontaneo; anzi la creatura è tutt’occhio a guardare il mio Fiat Divino, che non vuole restare dietro, ma vuol correre insieme per amare col suo amore e per trovarsi nelle sue opere, per contraccambiarle ed a decantarle la sua potenza e magnificenza creatrice.
Quindi corri, corri sempre e fa che l’anima tua senza sforzo si tuffa nel mio Voler Divino, per percorrere insieme le sue vie amorose e piene di stratagemmi per amore delle creature”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 33; Ottobre 21, 1934)