Lunedì della XI settimana del Tempo Ordinario (Mt 5,38-42)

38Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. 39Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, 40e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.
41E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. 42Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.

“Io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Mt 5, 39)

Gesù prontamente si diede nelle mani dei nemici, guardando nei suoi nemici la Volontà del Padre. Negli inganni delle creature, nei tradimenti, siamo noi pronti a perdonare come ha perdonato Gesù? Tutto il male che riceviamo dalle creature, lo prendiamo tutto dalle mani di Dio? Siamo noi pronti a fare tutto ciò che Gesù vuole da noi? Nelle croci, negli strapazzi, possiamo dire che la nostra pazienza imiti quella di Gesù? Incatenato mio Gesù, le tue catene leghino il mio cuore e me lo tengano fermo per farlo pronto a soffrire ciò che vuoi tu. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – Le Ore della Passione; dalle mezzanotte all’1 – La Cattura di Gesù)

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Gesù in quest’ora è in mezzo ai soldati con animo imperturbabile, con costanza ferrea. Da quel Dio che è, soffre tutti gli strapazzi che i soldati gli fanno, e li guarda con tanto amore, da sembrare che li inviti a dargli più pene. E noi, nelle ripetute sofferenze, siamo costanti, oppure ci lamentiamo, c’infastidiamo, perdiamo la pace, quella pace del cuore necessaria per fare che Gesù possa trovare in noi una felice dimora? La fermezza è quella virtù che fa conoscere se Dio regna veramente in noi. Se è vera virtù la nostra, saremo fermi nella prova con una fermezza, non a periodi, ma sempre eguale a sé stessa, ed è questa sola fermezza che ci dà la pace.
Come più ci rendiamo fermi nel bene, nel patire e nell’operare, così veniamo ad allargare il campo intorno a noi, dove Gesù allargherà le sue grazie. Sicché, se noi saremo incostanti, piccolo sarà il nostro campo, e Gesù poco o nulla potrà spaziarsi. Se invece noi saremo fermi e costanti, trovando Gesù il campo molto esteso, troverà in noi il suo appoggio e sostegno, e dove distendere le sue grazie. Se vogliamo che il nostro amato Gesù riposi in noi, circondiamolo della stessa fermezza con cui operava per la salvezza delle anime nostre. Egli così difeso starà nel nostro cuore in dolce riposo.
Gesù guardava con amore quelli che lo maltrattavano. E noi, guardiamo con lo stesso amore quelli che ci offendono? E l’amore che mostriamo loro è tanto, da far che sia voce così potente per i loro cuori da convertirli a Gesù? Mio Gesù, Amore senza confine, dammi questo amore e fa che ogni pena chiami anime a te. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – Le Ore della Passione; dalle 4 alle 5 del mattino – Gesù in mezzo ai soldati)

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Mentre stavo desiderando il mio adorabile Gesù, è venuto nell’aspetto quando i suoi nemici lo schiaffeggiavano, coprivano il volto di sputi e gli bendavano gli occhi. Lui con ammirabile pazienza tutto soffriva, anzi pareva che neppure li guardasse, tanto era intento nel suo interno a guardare il frutto che quei patimenti gli avrebbe[ro] prodotto. Io il tutto ammiravo con stupore e Gesù mi ha detto:
“Figlia mia, nel mio operare e patire non guardai mai al di fuori, ma sempre al di dentro, e vedendone il frutto, qualunque cosa fosse, non solo soffrivo, ma con desiderio ed avidità il tutto soffrivo.
L’uomo invece, tutto al contrario, nell’operare il bene non guarda al di dentro dell’opera, e non vedendo il frutto facilmente s’annoia, tutto s’infastidisce e molte volte tralascia di fare il bene; se patisce, facilmente s’impazientisce, e se fa il male, non guardando il di dentro di quel male, con facilità lo fa.”
Poi ha soggiunto: “Le creature non vogliono persuadersi che la vita va accompagnata da varie vicende, ora di sofferenze ed ora di consolazione; e [vi] sono le piante ed i fiori [che] gliene danno l’esempio con lo stare sottoposti ai venti, nevi, grandine e caldi.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 4; Novembre 9, 1902)

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Questa mattina stavo pensando quando il benedetto Gesù restò tutto slogato sulla croce, e dicevo tra me: “Ah, Signore, quanto potesti restare compenetrato da queste sì atroci sofferenze, e come la vostra anima potette restare afflitta!” In questo mentre, quasi ad ombra è venuto e mi ha detto:
“Figlia mia, io non mi occupavo delle mie sofferenze, ma mi occupavo dello scopo delle mie pene, e siccome nelle mie pene vedevo compita la Volontà del Padre, soffrivo e nel mio stesso soffrire trovavo il più dolce riposo; perché il fare la Volontà Divina contiene questo bene, che mentre si soffre vi si trova il più bel riposo; e se si gode, e questo godere non è voluto da Dio, nello stesso godere vi si trova il più atroce tormento.
Anzi quanto più mi avvicinavo al termine delle pene, agognando di compire in tutto la Volontà del Padre, così mi sentivo più alleggerito ed il mio riposo si faceva più bello.
Oh, quanto è diverso il modo che tengono le anime! Se soffrono o operano non hanno né la mira al frutto che possono ricavare né l’adempimento della Volontà Divina, si concentrano tutte nella cosa che fanno, e non vedendo i beni che possono guadagnare né al dolce riposo che porta la Volontà di Dio, vivono infastidite e tormentate e fuggono quanto più possono il patire e l’operare credendo di trovare riposo, e vi restano più tormentate di prima.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 6; Maggio 20, 1905)

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Il mio volo continua nel Voler Divino. Mi sento che vuol respirare, palpitare, muoversi e pensare in me; mi pare che mette da parte la sua immensità, la sua altezza e profondità, la sua potenza, e [si] impicciolisce in me per fare come faccio io; pare che si diletta di scendere dalle sue altezze per abbassarsi in me e respirare come respiro io, palpitare e muoversi nel mio moto, mentre fuori di me resta sempre quello che è, immenso e potente, che tutto investe e circonda.
Onde la mia mente, mentre volevo goderlo dentro di me per dar la mia vita e ricevere la sua, voleva pure uscire fuori di me per percorrere la sua immensità, potenza, altezza e profondità che non si trovano i confini.
Che abisso di luce in cui non si può trovare né il fondo né l’altezza né i confini! E mentre la mia mente si perdeva, il mio dolce Gesù visitando la piccola anima mia, tutto bontà mi ha detto:
“Mia piccola figlia del mio Volere, la mia Volontà investe ed involge tutto e tutti nel suo grembo di luce, possiede tutto né vi è chi le possa sfuggire; tutti vivono in essa, solo che non la riconoscono chi è che dà loro la vita, il moto, il passo, il calore e porge loro fin il respiro.
Possiamo dire che [la creatura] vive nel nostro Volere come se vivesse in casa nostra, le porgiamo ciò che le occorre, la alimentiamo con tenerezza più che paterna, e non ci riconosce, e molte volte attribuisce a sé ciò che fa, mentre lo facciamo noi, e giunge fino ad offendere colui che le dà la vita e [la] conserva.
Possiamo dire che teniamo in casa nostra tanti nostri nemici, che vivono a spese nostre come tanti ladri dei nostri beni, ed il nostro amore è tanto che ci costringe a dar loro la vita, ad alimentarli, come se ci fossero amici.
Com’è doloroso che la nostra Volontà serve per abitazione a chi non ci riconosce e ci offende! Stanno in essa per ragione di creazione, d’immensità nostra, che se non ci volessero stare nel nostro Volere, non ci sarebbe posto per loro, perché non vi è punto in Cielo ed in terra [in] cui essa non si trova.
Ora la creatura per dire che vive nel nostro Volere lo deve volere, lo deve riconoscere; col volerlo sente che tutto è Volontà di Dio per essa, e col riconoscerla sente il nostro atto operante sopra di sé.
E questo è il vivere nel mio Voler Divino: sentire la nostra potenza operante dentro e fuori di sé; e come sente che essa opera, essa opera insieme; se sente che amiamo, ama insieme; se vogliamo farci più conoscere, essa è tutta attenzione ad ascoltarci e riceve con amore la nuova vita della nostra conoscenza.
Insomma sente la nostra vita operante e vuol fare e fa ciò che facciamo noi, ci segue in tutto. Questo è il vivere nel nostro Volere: sentire la vita nostra che dà vita ad essa, sentire il nostro atto operante che si muove, respira, opera nell’essere suo.
Questi sono i nostri abitatori celesti, la nostra gloria nella nostra abitazione; stiamo come figli e padre, ciò ch’è nostro è di loro, ma lo riconoscono, non sono ciechi e ladri che non hanno occhi per guardare la nostra luce né orecchie per ascoltare le nostre premure paterne, né sentono il nostro atto operante sopra di loro.
Mentre chi vive nel nostro Volere sente la virtù del nostro atto operante, e questo è il più gran dono che possiamo fare alla creatura. Perciò sii attenta, riconosci che la tua vita viene da noi che ti diamo tutto: il respiro, il moto, per far vita insieme con te”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 36; Giugno 5, 1938)

“E a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello” (Mt 5,40)

Stavo accompagnando il mistero della flagellazione, compatendo il mio dolce Gesù quando si vide così confuso in mezzo a nemici, spogliato delle sue vesti, sotto una tempesta di colpi; ed il mio amabile Gesù, uscendo dal mio interno nello stato in cui si trovava quando fu flagellato, mi ha detto:
“Figlia mia, vuoi tu sapere la causa perché fui spogliato quando fui flagellato? In ogni mistero della mia passione, prima mi occupavo di rinsaldare la rottura tra la volontà umana e la Divina, e poi alle offese che produsse questa rottura.
Onde l’uomo, quando nell’Eden spezzò i vincoli dell’unione tra la Volontà Suprema e la sua, si spogliò della veste regale della mia Volontà e si vestì dei miseri cenci della sua, debole, incostante, impotente a far nulla di bene.
La mia Volontà gli era un dolce incanto, in cui lo teneva assorbito in una luce purissima che non gli faceva conoscere altro che il suo Dio da cui era uscito, il quale non gli dava altro che felicità senza numero; ed era tanto assorbito dal tanto dare che gli faceva il suo Dio, che non si dava nessun pensiero di sé stesso.
Oh, come era felice l’uomo, e come la Divinità si dilettava nel dare a lui tante particelle del suo Essere per quanto la creatura ne può ricevere, per farlo simile a sé!
Onde non appena spezzò l’unione della nostra Volontà con la sua, perdette la veste regale, perdette l’incanto, la luce, la felicità; guardò sé stesso senza la luce della mia Volontà, e guardandosi senza l’incanto che lo teneva assorbito, si conobbe, ebbe vergogna, ebbe paura di Dio, tanto che la stessa natura sentì i suoi tristi effetti, sentì il freddo e la nudità, e sentì il vivo bisogno di coprirsi.
E come la nostra Volontà lo teneva al porto di felicità immense, così la sua lo mise al porto delle miserie. La nostra Volontà era tutto per l’uomo, ed in essa trovava tutto; era giusto che essendo uscito da noi e vivendo come un nostro tenero figlio nel nostro Volere, vivesse del nostro, e questo Volere doveva sostituirsi a tutto ciò che a lui occorreva.
Quindi come volle vivere del suo volere ebbe bisogno di tutto, perché il volere umano non tiene potere di potersi sostituire a tutti i bisogni, né tiene in sé la fonte del bene; perciò fu costretto a procurarsi con stento le cose necessarie alla vita.
Vedi dunque che significa non stare unito con la mia Volontà? Oh, se tutti la conoscessero, come avrebbero un solo sospiro: che il mio Volere venga a regnare sulla terra!
Sicché se Adamo non si fosse sottratto dalla Volontà Divina, anche la sua natura non avrebbe avuto bisogno di vesti, non avrebbe sentito la vergogna della sua nudità, né sarebbe stato soggetto a soffrire il freddo, il caldo, la fame, la debolezza.
Ma queste cose naturali erano quasi nulla, erano piuttosto simboli del gran bene che aveva perduto la sua anima. Onde figlia mia, prima d’essere legato alla colonna per essere flagellato, volli essere spogliato per soffrire e riparare la nudità dell’uomo quando si spogliò della veste regale della mia Volontà.
Sentii in me tale confusione e pena nel vedermi così denudato in mezzo a nemici che si facevano beffe di me, che piansi per la nudità dell’uomo e offrii al mio Celeste Padre la mia nudità, per fare che l’uomo fosse rivestito di nuovo della veste regale della mia Volontà.
E per sborso, affinché ciò non mi fosse negato, offrii il mio sangue, le mie carni strappate a brani; mi feci spogliare non solo delle vesti, ma anche della mia pelle, per poter pagare il prezzo e soddisfare al delitto di questa nudità dell’uomo.
Versai tanto sangue in questo mistero, che in nessun altro ne versai tanto; tanto che bastava a coprirlo come d’una seconda veste, e veste di sangue, per coprirlo di nuovo [e] così riscaldarlo, lavarlo, per disporlo a ricevere la veste regale della mia Volontà.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 16; Gennaio 14, 1924)