Lunedì della XVI settimana del Tempo Ordinario (Mt 12,38-42)
38Allora alcuni scribi e farisei gli dissero: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno». 39Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta.
40Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. 41Nel giorno del giudizio, quelli di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona!
42Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!
“Maestro, da te vogliamo vedere un segno” (Mt 12,38)
Trovandomi nel solito mio stato, per poco tempo si è fatto vedere il mio dolcissimo Gesù tutto trasfuso in me, e mi ha detto: “Figlia mia, vuoi sapere quali sono i segni per conoscere se l’anima possiede la mia grazia?”
Ed io: “Signore, come piace alla vostra santissima bontà.”
Onde ha replicato: “Il primo segno per vedere se l’anima possiede la mia grazia è che [in] tutto ciò che può sentire o vedere nell’esterno, che appartiene a Dio, nell’interno sente una dolcezza, una soavità tutta divina, non paragonabile a nessuna cosa umana e terrena.
Succede come a quella madre, che anche al respiro, alla voce, conosce il parto delle sue viscere nella persona d’un figlio e ne gongola di gioia; come [a] due intime amiche che conversando insieme si manifestano a vicenda gli stessi sentimenti, inclinazioni, gioie, afflizioni, e trovando una nell’altra le sue stesse cose scolpite, ne sentono un piacere, un gaudio e ne prendono tanto amore da non sapersene distaccare.
Così la grazia interna che risiede nell’anima, nel vedere esternamente il parto delle sue stesse viscere, ossia nel riscontrarsi in quelle stesse cose che forma[no] la sua essenza, si combacia insieme e fa provare nell’anima tale una gioia e dolcezza da non sapersi esprimere.
Il secondo segno è che il parlare dell’anima che possiede la grazia è pacifico e tiene virtù di gettare negli altri la pace, tanto che le stesse cose dette da chi non possiede la grazia non hanno recato nessuna impressione e nessuna pace, mentre dette da chi possiede la grazia hanno operato meravigliosamente ed hanno restituito la pace negli animi.
Poi, figlia mia, la grazia spoglia l’anima di tutto, e dell’umanità ne fa un velo per starsene coperta, dimodoché squarciato quel velo, si trova il paradiso nell’anima di chi la possiede.
Onde non è meraviglia se in quell’anima si trova la vera umiltà, ubbidienza ed altro, perché di sé non resta altro che un semplice velo, e vedono con chiarezza che dentro di sé è tutta la grazia che agisce e che le tiene in ordine tutte le virtù, e la fa stare in continua attitudine per Dio.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 4; Giugno 30, 1901)
“Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno!…” (Mt 12,39)
… “Figlia mia, è mio solito scegliere le anime più abbiette, inabili e povere, per le mie opere più grandi. La mia stessa Mamma nulla aveva di straordinario nella sua vita esteriore, nessun miracolo, nessun segno teneva che la facesse distinguere dalle altre donne, il suo solo distintivo era la perfetta virtù, cui quasi nessuno faceva attenzione.
E se agli altri santi ho dato il distintivo dei miracoli, ad altri li ho fregiati con le mie piaghe, alla mia Mamma nulla, nulla, eppure era il portento dei portenti, il miracolo dei miracoli, la vera e perfetta crocifissa, nessun’altra simile a lei.
Io son solito fare come un padrone che tiene due servitori: uno sembra gigante, erculeo, abile a tutto; l’altro piccolo, basso, inabile, sembra che non sa far nulla, nessun servizio importante; il padrone, se lo tiene, è più per carità ed anche per farsene giuoco.
Ora dovendo mandare un milione, un miliardo ad un paese, che fa? Chiama il piccolo, l’inabile, ed affida la grande somma e dice fra sé: ‘Se l’affido al gigante, tutti gli faranno attenzione, i ladri lo assaliranno, lo possono [de]rubare, e se con la sua forza erculea si difenderà, può restare ferito.
So che lui è bravo, ma voglio risparmiarlo, non voglio esporlo ad evidente pericolo; invece questo piccolo, sapendolo inabile, nessuno gli farà attenzione, nessuno potrà pensare che [io] possa affidargli una somma così importante, e sano e salvo ritornerà’.
Il povero inabile si meraviglia che il padrone si fidi di lui mentre poteva servirsi del gigante, e tutto tremante ed umile va a deporre la grande somma senza che nessuno si sia benignato di guardarlo, e sano e salvo ritorna al suo padrone, più tremante ed umile di prima.
Così faccio io, quanto più grande è l’opera che voglio fare, tanto più scelgo anime abbiette, povere, ignoranti, senza nessuna esteriorità che le additi; il suo stato abbietto servirà come sicura custodia dell’opera mia; i ladri della propria stima, dell’amor proprio, non le faranno attenzione conoscendo la sua inabilità, e lei umile e tremante disimpegnerà l’ufficio da me affidato conoscendo che non essa, ma io ho fatto tutto in lei.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 12; Gennaio 17, 1921)
“Essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona!” (Mt 12, 41)
Mi sentivo tutta immersa nel Volere Divino, ed il mio amabile Gesù nel venire mi ha detto: “Figlia del mio Volere, guarda nel tuo interno come scorre pacifico il mare immenso della mia Volontà, ma non ti credere che questo mare scorra in te da poco tempo perché mi senti parlare spesso della mia Volontà, ma da molto e molto, essendo mio solito prima fare e poi parlare.
È vero che il tuo principio fu il mare della mia passione, perché non c’è santità che non passi per il porto della mia umanità, anzi ci sono santi che restano nel porto della mia umanità, altri vi passano più oltre; ma poi innestai subito il mare della mia Volontà, e quando ti vidi disposta e mi cedesti il tuo volere, il mio prese vita in te ed il mare scorreva e cresceva sempre, ogni tuo atto in più nel mio Volere era una crescenza maggiore.
Io poco ti parlai al riguardo, i nostri voleri erano congiunti insieme e s’intendevano senza parlarsi, e poi col solo vederci ci comprendevamo. Io mi felicitavo in te, sentivo le delizie del cielo niente dissimili da quelle che mi danno i santi, che mentre felicito loro, loro felicitano me; essendo immersi nel mio Volere non possono fare a meno di darmi gioie e delizie.
Ma la mia felicità non era completa, volevo gli altri miei figli a parte di sì gran bene. Perciò incominciai a parlarti del mio Volere in modo sorprendente, e quante verità, quanti effetti e valori ti dicevo, tanti canali aprivo dal mare a pro degli altri, affinché questi canali dessero acqua abbondante a tutta la terra.
Il mio operato è comunicativo e sempre in atto senza mai fermarsi, ma questi canali dalle creature molte volte vengono infangati, altre [volte] vi gettano le pietre e l’acqua non scorre, scorre a stento; non è il mare che non vuol dare l’acqua, né perché non limpida non può penetrarvi ovunque, ma è la parte delle creature che si oppone a sì gran bene.
Perciò se leggeranno queste verità, se sono indisposti non ne capiranno un’acca, resteranno confusi ed abbagliati dalla luce delle mie verità; per i disposti sarà luce che li rischiara e acqua che dissetandoli, non vorranno distaccarsi giammai da questi canali per il gran bene che sentono e per la nuova vita che scorre in loro.
Perciò anche tu dovresti essere contenta d’aprire questi canali a pro dei tuoi fratelli, nulla trascurando delle mie verità, anche la più piccola, perché per quanto piccola può servire ad un tuo fratello per attingere acqua. Onde sii attenta ad aprire questi canali ed a contentare il tuo Gesù, che tanto ha fatto per te.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 13; Ottobre 23, 1921)


