Sabato della II settimana di Avvento (Mt 17,10-13)
10Allora i discepoli gli domandarono: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». 11Ed egli rispose: «Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa.
12Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro». 13Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.
“Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; … Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro” (Mt 17,12)
… “Figlia mia, succederà di me come ad un povero padre, cui figli cattivi non solo l’offendono, ma vorrebbero ucciderlo, e se non lo fanno è perché non lo possono.
Ora questi figli volendo uccidere il proprio padre, non è meraviglia se si uccidono tra loro, se uno è contro l’altro, si ammiseriscono, giungono a tanto che stanno tutti in atto di perire, e quel che è peggio, neppure si ricordano che hanno il loro padre.
Ora questo padre che fa? Esiliato dai propri figli, mentre questi si dibattono, si feriscono, stanno per perire per la fame, il padre sta sudando per fare acquisto di nuove ricchezze, doni e rimedi per i suoi figli, e quando li vede quasi perduti, va in mezzo a loro per farli più ricchi, dona i rimedi alle loro ferite e porta a tutti la pace e la felicità.
Ora questi figli vinti da tanto amore, si vincoleranno al padre con pace duratura e lo ameranno. Così succederà di me; perciò nella mia Volontà ti voglio come fida figlia del mio Volere, ed insieme con me al lavoro dell’acquisto delle nuove ricchezze da dare alle creature. Siimi fedele e non ti occupare di altro.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 12; Aprile 26, 1921)
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Il mio abbandono nel Voler Divino continua. Oh, con quale tenerezza mi aspetta nel suo grembo materno per dirmi: “Figlia del mio Volere, non mi lasciare sola. La Mamma tua ti vuole insieme.
Voglio la tua compagnia nel lavoro incessante che faccio per tutte le creature; io faccio tutto per esse, non le lascio un istante, perché se le lasciassi perderebbero la vita.
Eppure vi è chi non mi riconosce; anzi mi offendono, mentre io son tutta per loro. Oh, come è dura la solitudine! Perciò ti sospiro, figlia mia. Oh, come mi è cara la tua compagnia negli atti miei!
La compagnia rende dolce il lavoro, ne svuota il peso ed è portatrice di nuove gioie”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 30; Novembre 9, 1931)
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Il mio abbandono nel Fiat Divino continua, la sua potenza s’impone su di me, e vuole che io lo riconosco in ogni mio atto come vita dell’atto mio, per poter stendere colla sua potenza i nuovi cieli di bellezza, d’amore, per poter riconoscere nell’atto mio l’atto suo, che non sa fare cose piccole ma grandi, che devono destare meraviglia a tutto il cielo e poter far gara con tutte le opere sue.
Invece se io non lo riconosco, il mio atto non si presta a ricevere la potenza dell’atto della Divina Volontà, ed il mio atto resta atto di creatura e la sua potenza resta da parte. Oh, Volontà Divina, fa che io ti riconosco sempre, per potere chiudere nell’atto mio la tua potenzialità operante e glorificante di opere della tua Volontà adorabile!
Onde mentre ciò pensavo, il mio amato Gesù ha fatto la sua breve visitina alla povera anima mia e mi ha detto:
“Figlia mia, il riconoscere ciò che può fare la mia Volontà nell’atto della creatura forma l’atto divino in essa, ed in quest’atto come fondo [la Divina Volontà] vi mette il principio divino, e come si va formando così l’investe della sua immutabilità, in modo che la creatura sentirà nel suo atto un principio divino che non accenna mai a finire ed una immutabilità che mai si cambia, sentirà in sé il suono del campanello del suo atto continuato che fa il suo corso continuo.
Questo è il segno se l’anima ha ricevuto negli atti suoi il principio divino: la continuazione; un atto prolisso dice Dio abitante in essa e negli atti suoi, dice confermazione del bene.
Perché è tanto il valore, la grazia, la potenza d’un atto continuato, che riempie i piccoli vuoti d’intensità d’amore, le piccole debolezze che la natura umana è soggetta.
Si può dire che un atto, una virtù continuata è come il giudice, l’ordine, la sentinella della creatura; perciò ci tengo tanto che i tuoi atti siano continui, perché c’è del mio dentro ed io mi sentirei disonorato l’atto mio nel tuo.
Vedi, figlia mia, è tanta la mia foga d’amore che voglio essere riconosciuto tutto ciò che ho fatto per amore delle creature, ma questo non per altro che per dare. Sento una smania di dare, voglio formare le depositarie della mia vita, delle mie opere, delle mie pene, delle mie lacrime, di tutto.
Ma queste non partono da me se non sono riconosciute; [con] il non riconoscerle [le creature] m’impediscono il passo di avvicinarmi per deporre in loro ciò che con tanto amore voglio dare, e poi resterebbero senza effetti, sarebbero come tanti ciechi che non vedono ciò che sta loro d’intorno.
Invece il conoscere è vista all’anima, che fa sorgere il desiderio e l’amore e quindi la gratitudine verso di me che tanto voglio dare, e con gelosia [le anime] custodiscono il mio tesoro depositato in loro e nelle circostanze se ne servono della mia vita per guida, delle mie opere per confermare le opere loro, delle mie pene per sostegno delle pene di esse e delle mie lacrime per lavarsi se sono macchiate.
Ed oh, come ne sono contento che se ne servono di me e delle opere mie per aiutarsi! Fu questo il mio scopo di venire sulla terra, per restare come fratellino in mezzo a loro e dentro di loro per aiuto nei loro bisogni.
Come mi riconoscono, io non faccio altro che riflettere in loro per suggellare il bene che hanno conosciuto, quasi come sole che col riflettere colla sua luce sulle piante e sui fiori, comunica la sostanza della dolcezza e dei colori, non apparente[mente], ma in realtà.
Onde se vuoi molto ricevere, cerca di conoscere ciò che fece e fa la mia Volontà nella creazione e ciò che fece nella redenzione, ed io ti sarò largo e nulla ti negherò di ciò che ti faccio conoscere.
Anzi sappi [che] se non mi arresto ancora a farti da maestro per farti conoscere tante altre cose che mi appartengono, è perché voglio darti ancora ciò che ti faccio conoscere; non resterei contento se non avessi che dare, e sempre cose nuove da dare alla figlia mia.
Perciò aspetto con ansia che metti a posto nell’anima tua ciò che hai conosciuto, affinché la ritenessi come cosa tua, e mentre la metti a posto, per darti aiuto a metterla ti vado carezzando, plasmando, fortificandoti, allargo la tua capacità, insomma rinnovo ciò che feci nella creazione della prima creatura.
Molto più che essendo cose mie che tu hai conosciuto e che voglio deporre in te, non voglio fidarmi di nessuno, neppure di te; voglio io proprio colle mie stesse mani creatrici preparare il posto e deporle in te, e per tenerle [al] sicuro lo circondo col mio amore, colla mia fortezza, e per guardia la mia luce.
Quindi sii attenta, non ti far sfuggire nulla, e così mi darai il campo di poterti fare le più belle sorprese”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 30; Dicembre 21, 1931)
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… “Figlia mia buona, non solo la mia Umanità in modo più speciale nascondeva la mia Divinità e Volontà, ma tutte le cose create, e la stessa creatura è velo che nasconde la nostra Divinità e Volontà adorabile.
Il cielo è velo che nasconde la nostra Divinità immensa, fermezza ed immutabilità, e la molteplicità delle stelle [nasconde] i molteplici effetti che possiede la nostra immensità, fermezza ed immutabilità.
Oh, se l’uomo sotto a quella volta azzurra potesse vedere la nostra Divinità svelata, senza i veli di quel’azzurro che ci copre e ci nasconde!
Dalla nostra Maestà resterebbe schiacciata la sua piccolezza, e camminerebbe tremebonda sentendosi lo sguardo continuo d’un Dio puro, santo, forte e potente. Ma siccome noi amiamo l’uomo, ci veliamo prestandoci a ciò che gli occorre, ma di nascosto.
Il sole è velo che nasconde la nostra luce inaccessibile, la nostra maestà sfolgorante; anzi dobbiamo fare un miracolo per restringere la nostra luce increata per non incutergli spavento, e velata da questa luce da noi creata, ci avviciniamo, lo baciamo, lo riscaldiamo, stendiamo questo velo di luce fin sotto i suoi passi, a destra, a sinistra, sopra del suo capo; giungiamo a riempirgli l’occhio di luce, chi sa la delicatezza della sua pupilla ci riconosce!
Macché, invano! Si prende il velo di luce che ci nasconde, e noi rimaniamo il Dio sconosciuto in mezzo alle creature. Qual dolore! Sicché il vento è velo che nasconde il nostro impero, l’aria è velo che nasconde la nostra vita continua che diamo alle creature, il mare è velo che nasconde la nostra purezza, i nostri refrigeri e freschezza divina; il suo mormorio nasconde il nostro amore continuo, e quando vediamo che [la creatura] non ci ascolta, giungiamo a formare le onde altissime, come a tumultuare che ci riconoscano e che vogliamo essere amati.
Qualunque bene riceve l’uomo, c’è dentro velata la nostra vita che glielo porge. La nostra Divinità, che ama tanto l’uomo, giunge a velarsi fin di terra per renderla ferma e stabile sotto i suoi passi, per non farlo vacillare; fin nell’uccello che canta, nei prati fioriti, nelle svariate dolcezze dei frutti, la nostra Divinità si vela per porgergli le nostre gioie e fargli gustare le delizie innocenti del nostro Essere Divino.
E poi che dirti con quanti prodigi d’amore siamo velati e nascosti nell’uomo?
Ci veliamo nel respiro, nel palpito, nel moto, nella memoria, intelletto e volontà; ci veliamo nella sua pupilla, nella sua parola, nel suo amore. Ed oh, come ci duole il non essere riconosciuti né amati!
Possiamo dire: viviamo in lui, lo portiamo e ci facciamo portare da lui, né potrebbe far nulla senza di noi, eppure viviamo insieme senza conoscerci. Qual dolore!
Se ci conoscesse, la vita dell’uomo dovea essere il più grande prodigio del nostro amore ed onnipotenza; da dentro i suoi veli non dovevamo fare altro che porgergli la nostra santità, il nostro amore, coprirlo colla nostra bellezza, fargli godere le nostre delizie; ma siccome non ci riconosce, ci tiene come il Dio lontano da lui, noi se non siamo riconosciuti non possiamo dare, sarebbe come dare ai ciechi i nostri beni; ed è costretto a vivere sotto l’incubo delle sue miserie e passioni.
Povero uomo che non ci conosce, né nei veli che ci nascondono in lui né nei veli di tutte le cose create, non fa altro che sfuggire dalla nostra vita e dallo scopo con cui fu creato!
E molte volte non potendo sopportare la sua ingratitudine, i beni che contengono i nostri veli si cambiano per lui in castigo. Perciò riconosci in te stessa che non sei altro che un velo che nascondi il tuo Creatore, affinché ricevi e possiamo somministrarti in tutti gli atti tuoi la nostra vita divina; riconoscila nei veli di tutte le cose create, affinché tutti ti aiutano a ricevere un tanto bene”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 36; Dicembre 8, 1938)
“… Non l’hanno riconosciuto” (Mt 17, 12)
… “Figlia mia, vuoi sapere perché io non scrissi? Perché dovevo scrivere per mezzo tuo. Sono io che animo la tua intelligenza, che ti imbocco le parole, che do moto con la mia mano alla tua per farti tenere la penna e farti vergare le parole sulla carta; sicché sono io che scrivo, non tu.
Tu non fai altro che prestare attenzione a quello che voglio scrivere; perciò tutto il tuo lavoro è l’attenzione, il resto faccio tutto da me. E tu stessa non vedi molte volte che non hai forza di scrivere e ti decidi a non farlo, ed io, per farti toccare con mano che sono io che scrivo, ti investo e, animandoti della mia stessa vita, scrivo quello che voglio? Quante volte non l’hai provato?
Ora dovendo passare un’epoca per far conoscere il Regno del Fiat Supremo, per dare il tempo di far conoscere il Regno della Redenzione prima, e poi l’altro del Fiat Divino, decretai di non scrivere allora, ma di scrivere insieme con te, per mezzo tuo, quando questo regno fosse più prossimo, ed anche per dare una nuova sorpresa alle creature dell’eccesso dell’amore di questa mia Volontà, [di ciò] che ha fatto, che ha sofferto, che vuol fare per amor loro.
Molte volte, figlia mia, le novità portano nuova vita, nuovi beni, e le creature son portate tanto alle novità e si lasciano come trasportare dalla novità.
Molto più che le novità delle nuove manifestazioni sul mio Divin Volere, che hanno una forza divina ed un dolce incanto, che pioveranno come celeste rugiada sulle anime arse dalla volontà umana, saranno portatrici di felicità, di luce e di beni infiniti.
Non ci sono minacce in queste manifestazioni, né spavento; e se qualche cosa di timore c’è, è per chi vuole restare nel labirinto dell’umana volontà. Ma poi in tutto il resto non si vede altro che l’eco, il linguaggio della patria celeste, il balsamo di lassù che santifica, divinizza e dà la caparra della felicità che solo regna nella patria beata.
Perciò mi diletto tanto nello scrivere ciò che riguarda il Fiat Divino, perché scrivo cose che appartengono alla patria mia. Sarà troppo perfido ed ingrato chi non riconoscerà in queste mie manifestazioni l’eco del cielo, la lunga catena d’amore del Volere Supremo, la comunanza dei beni del nostro Padre celeste, che [egli] vuol dare alle creature e come, volendo mettere tutto da banda ciò che è passato nella storia del mondo, vuole incominciare un’era nuova, una nuova creazione, come se ora cominciasse la nuova storia della creazione. Perciò lasciami fare, che ciò che faccio è di somma importanza”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 20; Gennaio 30, 1927)

GianMariaCosta, CC BY-SA 4.0
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