18Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 19E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». 20Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.
21Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. 22Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.

“E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini»” (Mt 4,19)

Stavo lamentandomi col mio sempre amabile Gesù delle sue solite privazioni, e gli dicevo: “Amor mio, che morte continua! Ogni tua privazione è una morte che sento, ma morte tanto crudele e spietata, che mentre fa sentire gli effetti della morte non fa morire.
Io non so capirlo come la bontà del tuo cuore può resistere a vedermi subire tante morti continue e poi farmi vivere ancora.” Ed il benedetto Gesù per poco è venuto e stringendomi al suo cuore mi ha detto:
“Figlia mia, stringiti al mio cuore e prendi vita, ma sappi però che pena più soddisfacente, più gradita, più potente, che più mi pareggia e può farmi fronte, è la pena della mia privazione, perché è pena divina.
Tu devi sapere che le anime sono tanto congiunte con me da formare tanti anelli concatenati insieme nella mia umanità; e come vanno perdute, rompono questi anelli, ed io ne sento il dolore come se si distaccasse un membro dall’altro.
Ora chi mi può congiungere questi anelli? chi rinsaldarli in modo da far scomparire la rottura? chi farli entrare di nuovo in me per dar loro vita? Le pene della mia privazione, perché [pena] divina.
La mia pena della perdita delle anime è divina; la pena dell’anima che non vede, non sente me, è divina; e siccome sono pene tutte e due divine, possono baciarsi insieme, congiungersi, farsi fronte ed aver tal potere da prendere le anime svincolate e congiungerle nella mia umanità.
Figlia mia, ti costa assai la mia privazione? E se ti costa, non tenere inutile una pena di tanto costo, com’io te ne faccio dono non la tenere per te, ma falla volare in mezzo ai combattenti e strappa le anime da mezzo le palle e rinchiudile in me, e come rinsaldamento e suggello metti la tua pena.
E poi la tua pena falla girare per tutto il mondo per farle pescare anime e ricondurle tutte in me; e come senti le pene delle mie privazioni, così andrai mettendo il suggello di ricongiunzione.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 12; Aprile 2, 1917)

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Continuavo il mio vivere nel Fiat Divino, e mentre facevo i miei atti in esso assorbivo luce, la quale facendo i riflessi, uscivano altrettanti fili di luce che formavano una rete di luce che si distendeva sulla terra per prendere le creature; e Gesù, muovendosi nel mio interno, mi ha detto:
“Figlia mia, ogni qual volta giri nel mio Volere, tanta più luce prendi per formare la rete per prendere le creature. E sai tu qual è questa rete?
Sono le mie conoscenze; quante più verità ti manifesto sul Fiat eterno, tanto più dispongo ed allargo la rete per prendere le anime che devono vivere nel regno mio, e questo dispone il Signore a dartele: quando giri nella nostra Volontà, i tuoi atti in virtù di essa diventano luce e si allargano tanto da toccare la Divinità, ed attiri altra luce di verità in mezzo alle creature”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 20; Novembre 2, 1926)

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… “Tu devi sapere che il nostro amore è tanto che tutte le creature nuotano e sono dentro di questo mare immenso del nostro amore; e come se non fossimo contenti di tanta immensità di questo nostro amore, il nostro Ente Supremo si fa pescatore e va pescando le piccole goccioline d’amore delle creature, i loro piccoli atti, i loro piccoli sacrifici, le pene sofferte per amore nostro, un ti amo di cuore che ci ha detto.
Tutto peschiamo da dentro lo stesso mare nostro per prenderci il contento, la felicità del contraccambio dell’amore della creatura, e l’agogniamo tanto che ne facciamo la nostra pesca giornaliera ed imbandiamo la nostra mensa celeste.
L’amore vero ha virtù di trasformare le cose, mette il dolce incanto alle nostre pupille divine e ci rende belli, graziosi, simpatici, i piccoli atti amorosi delle creature, in modo che [la creatura] ci rapisce, ci ferisce, ci felicita; in noi ci facciamo rapitori, facendone la nostra più gradita conquista.
Perciò se vuoi renderci felici ed essere portatrice al tuo Dio di gioie e di felicità, ama, ama sempre, né cessare mai di amarci; e per essere più sicura chiudi tutta te stessa nel Fiat Divino, il quale nulla ti farà sfuggire che non sia amore per il tuo Creatore”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 31; Febbraio 12, 1933)

“Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono” (Mt 4,20)

Continuando nel mio solito stato, quando appena ho visto il benedetto Gesù che mi diceva: “Figlia mia, il vero amore dimentica sé stesso e vive agli interessi, alle pene ed a tutto ciò che appartiene alla persona amata.”
Ed io: “Signore, come si può dimenticare sé stesso mentre lo sentiamo tanto? Non è che sia una cosa da noi lontana oppure divisa, che facilmente si può dimenticare.”
E di nuovo [Gesù] ha soggiunto che:
“Là c’è il sacrifizio del vero amore, che mentre tiene sé stesso deve vivere a tutto ciò che appartiene alla persona amata, anzi se si ricorda di sé stesso, questo ricordo deve servire ad industriarsi maggiormente come potersi consumare per l’oggetto amato; e l’amato se vede che l’anima si dà tutta per lui, la saprà bene ricompensare dandole tutto sé stesso e facendola vivere della sua vita divina.
Sicché chi tutto dimentica, tutto trova. Oltre di ciò è necessario vedere la differenza che passa tra ciò che si dimentica e ciò che si trova: si dimentica il brutto e si trova il bello, si dimentica la natura e si trova la grazia, si dimenticano le passioni e si trovano le virtù, si dimentica la povertà e si trova la ricchezza, si dimentica la stoltezza e si trova la sapienza, si dimentica il mondo e si trova il cielo.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 6; Novembre 10, 1903)

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Continuando il mio solito stato, appena si è fatto vedere il mio sempre amabile Gesù e mi ha detto:
“Figlia mia, per chi lascia tutto ed opera per me ed ama tutto divinamente, tutte le cose sono a sua disposizione. Ed il segno se uno ha lasciato tutto per me ed è giunto ad operare e ad amare tutto divinamente, è se nell’operare, nel parlare, nel pregare, in tutto, non trova più intoppi, dispiaceri, contrasti, opposizioni, perché innanzi a questa potenza di operare ed amare tutto divinamente, tutti piegano la testa e non osano neppure fiatare.
Perché io, padre benevolo, sto sempre a guardia del cuore umano, e vedendolo scivolare da me, cioè operare ed amare umanamente, ci metto le spine, i dispiaceri, le amarezze, le quali pungono ed amareggiano quell’opera e quell’amore umano, e l’anima vedendosi punta scorge che quel suo modo non è divino, entra in sé stessa ed agisce diversamente; perché le punture sono le sentinelle del cuore umano e gli somministrano gli occhi per fargli vedere chi è che la muove, Dio o la creatura.
Invece quando l’anima lascia tutto, opera ed ama tutto divinamente, gode la mia pace, ed invece di avere le sentinelle e gli occhi delle punture, ha la sentinella della pace che le allontana tutto ciò che la può turbare, e gli occhi dell’amore, i quali occhi mettono in fuga e scottano coloro che vogliano turbarla, perciò [questi] se ne stanno in pace a riguardo di quell’anima e le danno pace e si mettono a sua disposizione.
Pare che l’anima può dire: ‘Nessuno mi tocca, perché sono divina e sono tutta del mio dolce amore Gesù. Nessuno ardisca di turbare il mio dolce riposo col mio sommo Bene, e se ardite, con la potenza di Gesù che è mia vi metterò in fuga’.”
Pare che ho detto tanti spropositi, ma Gesù mi perdonerà certo, perché l’ho fatto per obbedire. Pare che mi dà il tema a parole, ed io essendo ignorantella e bambina non ho la capacità di svolgerlo. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 10; Febbraio 10, 1912)

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… E quando il nostro Gesù ci chiama, siamo pronti a rispondere? La chiamata di Dio si può far sentire in tanti modi: con le ispirazioni, con la lettura dei libri buoni, con l’esempio; si può far sentire sensibilmente con le attrattive della grazia, ed anche con le stesse intemperie dell’aria.
Mio dolce Gesù, la tua voce risuoni sempre nel mio cuore; e tutto ciò che mi circonda, dentro e fuori, sia la voce continua che mi chiami sempre ad amarti, e l’armonia della tua voce divina mi impedisca di sentire qualunque altra voce umana dissipatrice. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – Le Ore della Passione; dalle 2 alle 3 di notte: Gesù è presentato ad Anna)

“Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono” (Mt 4, 22)

Trovandomi nella stessa confusione, come un lampo [Gesù] si è fatto vedere, e mi ha fatto capire che non avevo scritto tutto ciò che lui mi aveva detto il giorno innanzi, cioè che l’anima non solo deve vivere per Dio.
Onde il benedetto Gesù mi ha ripetuto la differenza che passa tra il vivere per Dio e il vivere in Dio, col dirmi: “Nel vivere per Dio, l’anima può star soggetta alle turbazioni, alle amarezze, essere incostante, a sentire il peso delle passioni, a mischiarsi nelle cose terrene.
Ma il vivere in Dio, no, è tutto diverso, perché la cosa principale per potersi dire che una persona vivesse in un’altra persona, dovrebbe avvenire che avesse lasciato i propri pensieri ed avesse pure quelli dell’altra, così del suo stile, dei suoi gusti, e ancor più che avesse lasciato la sua volontà per prendere la volontà dell’altra.
Così, perché un’anima viva nella Divinità e vi abiti, deve lasciare tutto ciò che è suo, cioè spogliarsi di tutto, lasciare le proprie passioni; in una parola lasciare tutto per trovare tutto in Dio.
Or quando l’anima si è non solo spogliata, ma assottigliata ben bene, allora potrà entrare per la porta stretta del mio cuore a vivere in me, a mio modo e della mia stessa vita; perché sebbene il mio cuore è larghissimo, tanto che non c’è termine ai suoi confini, ma la porta è strettissima e solo può entrarvi chi è denudato del tutto.
E questo con ragione, perché essendo io Santissimo, non ammetterei giammai a vivere in me alcunché che fosse estraneo alla mia santità. Perciò, figlia mia, cerca di vivere in me e possederai il paradiso anticipato.”
Chi può dire quanto io comprendevo di questo vivere in Dio? Ma dopo è scomparso e sono rimasta nel mio stesso stato. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 3; Luglio 10, 1900)