XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – C – (Lc 18,9-14)

9Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
11Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo».
13Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». 14Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

“Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri” (Lc 18,9)

… “Signore, mi accuso dinanzi alla tua maestà, di aver peccato di superbia.”
Gesù allora mi disse: “Avvicinati al mio amoroso cuore, tendi le orecchie e sentirai lo strazio crudele che hai fatto con questo peccato al mio generoso cuore”; ed io, tutta tremante, tesi l’orecchio sul suo cuore… Ma chi può dire ciò che sentii e compresi in pochi istanti?
Il mio cuore fremente d’amore cominciò a pulsare sì forte, che a parer mio mi sembrava come avesse voluto rompersi il petto; e difatti mi parve poi come se si spezzasse per il dolore, e facendosi a brani a brani restasse quasi distrutto. E dopo di aver provato tutto ciò, esclamai più volte: “Ahi, quanto è crudele la superbia umana, che se avesse potere giungerebbe a distruggere lo stesso Essere Divino!”
La superbia umana me la raffiguravo allora come un vermiciattolo che, avendo l’agio di essere ai piedi d’un gran re, si sollevasse e gonfiasse, in modo tale da credersi qualcosa di grande, e che preso quindi da somma audacia, cominciasse a poco a poco ad arrampicarsi, strisciando su per gli abiti del re, fino a giungere alla sua testa, [e] vedendola cinta da aurea corona, volesse toglierla dal suo capo per cingere il suo, ed indi, poi, spogliarlo delle sue vesti regali, detronizzarlo ed infine usare ogni mezzo per togliergli la vita.
Questo verme, che non conosce nemmeno il suo essere, tanto che nella sua superbia non giunge nemmeno a pensare che per essere disfatto basterebbe soltanto che il re si accorgesse dell’audace suo progetto per calpestarlo sotto uno dei suoi piedi, facendogli così crollare in un solo istante tutti i suoi sogni dorati, illudendosi troppo dei quali nella sua testa riscaldata dalla superbia, muoverebbe a sdegno e compassione insieme chi fosse meno orgoglioso di esso, il quale sarebbe tenuto non solo per l’essere più malvagio ed ingrato, ma ancora per il più temerario e presuntuoso.
Ero appunto io, che mi vedevo, quel misero vermiciattolo ai piedi del Re divino, per cui mi sentivo riempire l’anima da tale confusione e dispiacere dell’affronto arrecatogli, da provare nel mio cuore lo strazio atroce sofferto da Gesù a causa della mia superbia.
Dopo ciò, Gesù mi lasciò sola, ed io continuai a considerare la bruttezza del peccato di superbia, che mi cagionò tali pene e così al vivo, che mi è impossibile esprimere a parole… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 1; cap. 56)

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… “Figlia mia, ho guardato e riguardato, ho cercato e ricercato scorrendo per tutta la terra, ma in te ho fissato i miei sguardi ed ho trovato le mie compiacenze, e ti ho eletta tra mille.”
Poi volgendosi a certe persone che vedeva, li ha ripresi col dir loro: “La mancanza di stima della persona altrui è mancanza di vera umiltà cristiana e di dolcezza, perché uno spirito umile e dolce sa rispettare tutti ed interpreta sempre bene i fatti altrui.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 3; Giugno 2, 1900)

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… Gesù coronato di spine è trattato da re da burla e, sottoposto ad insulti e pene inaudite, ripara in modo speciale i peccati di superbia. E noi, evitiamo i sentimenti di orgoglio? Attribuiamo a Dio il bene che facciamo? Ci stimiamo inferiori agli altri? La nostra mente è sempre vuota d’altri pensieri per poter dar luogo alla grazia?
Molte volte non diamo luogo alla grazia col tenere la mente ripiena d’altri pensieri. Allora non essendo la nostra mente tutta piena di Dio, siamo noi stessi causa che il demonio ci molesti, e quasi quasi noi stessi fomentiamo le tentazioni.
Sicché, quando la nostra mente è piena di Dio, il demonio, avvicinandosi a noi, non trovando il posto dove dirigere le sue tentazioni, confuso si allontana, perché i pensieri santi hanno tanta forza contro il demonio, che, mentre questi si fa per avvicinare, quelli come tante spade lo feriscono e lo allontanano.
A torto quindi ci lamentiamo quando la nostra mente è molestata e tentata dal nemico; è la nostra poca vigilanza che spinge il nemico ad assalirci, il quale sta quasi spiando nella nostra mente per poter trovare i piccoli vuoti e darci l’assalto.
Allora invece di sollevare Gesù coi nostri santi pensieri, e togliergli le spine, ingrati gliele calchiamo sulla testa, e gliene facciamo sentire più acerbamente le punture. La grazia così resta frustrata e non può svolgere nella nostra mente il lavorio delle sante ispirazioni… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – Le Ore della Passione; dalle 9 alle 10 del mattino: Gesù è coronato di spine. Gesù è presentato come Ecce Homo. Gesù è condannato a morte)

“Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore»”(Lc 18,13)

… “Mio diletto Gesù, deh, dammi il vero dolore dei miei peccati, affinché consumati dal dolore e pentimento di averti offeso, possano essere cancellati dall’anima mia ed anche dalla tua memoria.
Sì, mio bene, dammi tanto dolore per quanta arditezza v’è stata in me nell’offenderti; anzi, fa che il dolore superi ogni affetto nutrito per il peccato, affinché eliminato, anzi distrutto dal dolore, possa io più intimamente stringermi a te.” E Gesù, mentre una volta gli chiedevo tale grazia, benignamente mi disse: “Giacché tanto ti dispiace d’avermi offeso, voglio io stesso disporti al dolore.
Così potrai comprendere la bruttezza del peccato e l’acerbità del dolore che reca al mio cuore. Perciò fa di dire insieme con me queste parole: ‘Se io trapasso il mare, nel mare sempre tu sei, sebbene non ti vedo; calpesto la terra e tu mi stai sotto i miei piedi; peccai’.”
E Gesù, sottovoce, quasi piangendo, soggiunse: “Eppure ti amai, e nello stesso tempo ti conservai.” Mentre Gesù mi suggeriva le dette parole, venivo a comprendere tante cose che mi è impossibile ridire tutto…
Dico solo che prima d’ogni altro compresi l’immensità, la grandezza e la presenza di Dio in ogni cosa, e che mercé questo suo attributo non sfugge a lui nemmeno l’ombra del nostro pensiero; e di più, [compresi] il mio nulla, che messo a confronto di una maestà sì grande e sì santa, si riduce [a] meno che ombra.
Nella parola ‘peccai’, compresi la bruttezza del peccato e la mia malizia e temerità, per l’enorme affronto fattogli col posporlo alla soddisfazione di un momento; quindi fui presa da sì veemente dolore nel sentirmi quelle parole: “Eppure ti amai e conservai”, che mi sentii morire, poiché mi fece egli comprendere l’immenso amore che mi portava, anche nell’atto stesso in cui lo mettevo al disotto di un lieve piacere, per cui l’offendevo e quasi uccidevo.
Ah, Signore, per quanto sei stato buono con me, altrettanto ingrata e cattiva sono stata io per te! Deh, muoviti a pietà di me, col farmi sempre sentire tanto dolore dei miei peccati, per quanto è stato, è e sarà sempre, il tuo amore verso di me!” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 1; cap. 50)

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Trovandomi nel solito mio stato, l’amabile mio Gesù è venuto in uno stato compassionevole. Teneva le mani legate strettamente ed il volto coperto di sputi, e parecchie persone che lo schiaffeggiavano orribilmente.
E lui se ne stava quieto, placido, senza fare un motto e muovere un lamento; neppure un muovere di ciglia, per far vedere che lui voleva soffrire quegli oltraggi, e questo non solo esternamente, ma anche internamente.
Che spettacolo commovente, da fare spezzare i cuori più duri! Quante cose diceva quel volto con quegli sputi pendenti, imbrattato di fango! Io mi sentivo inorridire, tremavo, mi vedevo tutta superbia innanzi a Gesù. Mentre stava in quest’aspetto lui mi ha detto:
“Figlia mia, i soli piccolini si lasciano maneggiare come si vuole; non quelli che sono piccoli di ragione umana, ma quelli che sono piccoli di ragione divina. Io posso dire che sono umile, che nell’uomo ciò che si dice umiltà, piuttosto si deve dire conoscenza di sé stesso, e chi non conosce sé stesso cammina già nella falsità.”
Per qualche minuto Gesù ha fatto silenzio ed io me ne stavo a contemplarlo. Mentre ciò io facevo ho visto una mano che portava una luce, che frugando nel mio interno, nei più intimi nascondigli, voleva vedere se fosse in me la conoscenza di me stessa e l’amore alle umiliazioni e alle confusioni ed agli obbrobri.
Quella luce trovava un vuoto nel mio interno ed io pur lo vedevo che doveva essere riempito di umiliazioni e confusioni, ad esempio del benedetto Gesù. Oh, quante cose mi faceva comprendere quella luce e quel volto santo che mi stava innanzi! Dicevo tra me:
“Un Dio per amor mio umiliato e confuso, ed io peccatrice senza di queste divise! Un Dio stabile, fermo nel sopportare tante ingiurie, tanto che non si muove un tantino per scuotersi da quegli sputi fetenti!
Ah, mi si fa manifesto il suo interno innanzi a Dio, il suo esterno innanzi agli uomini, e vedo che se egli volesse respingere ogni patire, ogni oltraggio, di tutto resterebbe libero. Ma vedo che non le catene lo legano, ma la sua stabile Volontà che a qualunque costo vuol salvare il genere umano.
Ed io, ed io? Dove sono le mie umiliazioni? Dove la fermezza, la costanza nell’operare il bene per amor del mio Gesù e del mio prossimo? Ahi, che vittime differenti siamo io e Gesù! Ahi, che non ci conformiamo affatto!” Mentre il mio piccolo cervello si perdeva in queste considerazioni, il mio adorabile Gesù mi ha detto:
“Solo la mia umanità fu ripiena di obbrobri e di umiliazioni, tanto da traboccarne fuori; ecco perciò innanzi alle mie virtù trema il cielo e la terra, e le anime che mi amano si servono della mia umanità come scala per salire e lambire qualche gocciolina delle mie virtù.
Dimmi un po’: dinnanzi alla mia umiltà dove è la tua? Solo io posso gloriarmi di possedere la vera umiltà. La mia Divinità unita alla mia umanità poteva operare prodigi in ogni passo, con le parole ed opere, ed invece volontariamente mi restringevo nel cerchio della mia umanità e mi mostravo il più povero e giungevo a confondermi cogli stessi peccatori.
L’opera della Redenzione in pochissimo tempo potevo operarla ed anche per una sola parola; ma volli per il corso di tanti anni, con tanti stenti e patimenti, fare mie le miserie dell’uomo; volli esercitarmi in tante diverse azioni per fare che l’uomo fosse tutto rinnovato, divinizzato anche nelle minime opere, perché esercitate da me che ero Dio ed uomo, ricevevano uno splendore nuovo e restavano con l’impronta di opere divine.
La mia Divinità nascosta nella mia umanità, [volle] scendere a tante bassezze, assoggettarsi al corso delle azioni umane, mentre con un solo atto di Volontà avrei potuto creare infiniti mondi, [volle] sentire le miserie, le debolezze altrui, come fossero di essa mia umanità, e [volle] vedere questa, coperta di tutti i peccati degli uomini innanzi alla divina giustizia e che ne dovevo pagare il fio col prezzo di pene inaudite e con lo sborso di tutto il mio sangue.
Così esercitavo continui atti di profonda umiltà, ed eroica. Eccoti o figlia la diversità grandissima della mia umiltà con l’umiltà delle creature che innanzi alla mia appena è un’ombra; anche quella di tutti i miei santi, perché la creatura è sempre creatura e non conosce quanto pesa la colpa come lo conosco io; sia pure che anime eroiche, sul mio esempio si sono offerte a soffrire le pene altrui, ma queste non son diverse da quelle delle altre creature; non son cose nuove per loro perché son formate dalla stessa creta. Poi il solo pensare che quelle pene sono causa di nuovi acquisti e che glorificano Iddio è un grande onore per loro.
Oltre di ciò la creatura è ristretta nel cerchio dove Iddio l’ha messa né può uscire da quei limiti ond’è stata circuita da Dio. Oh, se stesse in loro potere il fare e il disfare, quant’altre cose non farebbero! Ognuno giungerebbe alle stelle.
Ma la mia umanità divinizzata non aveva limiti, ma volontariamente si restringeva in sé stessa e questo era un intrecciare tutte le mie opere di eroica umiltà. Era stata questa la causa di tutti i mali che inondano la terra, cioè la mancanza di umiltà; ed io con l’esercizio di questa virtù dovevo attirare dalla divina giustizia tutti i beni.
Ah, ché non si partono dal mio trono rescritti di grazia se non per mezzo dell’umiltà! Né alcun biglietto può essere da me ricevuto se non contiene la firma dell’umiltà. Nessuna preghiera ascoltano le mie orecchie e muove a compassione il mio cuore, se non è profumata dall’olezzo dell’umiltà.
Se la creatura non giunge a distruggere quel germe d’onore, di stima, e questo si distrugge col giungere ad amare di essere disprezzata, umiliata, confusa, sentirà un intreccio di spine intorno al cuore, avvertirà un vuoto nel suo cuore che le darà sempre fastidio e la renderà molto dissimile dalla mia santissima umanità.
E se non giunge ad amare le umiliazioni, al più potrà qualche poco conoscere se stessa, ma non risplenderà innanzi a me vestita della bella e simpatica veste dell’umiltà.”
Chi può dire quante cose comprendevo su questa virtù e la differenza tra il conoscere sé stessa e l’umiltà? Mi pareva di toccare con mano la distinzione di queste due virtù, ma non ho parola come spiegarmi.
Per dire qualche cosa mi avvalgo di un’idea, per esempio: un povero conosce che è povero, ed anche a persone che non lo conoscono e che forse possono credere che possiede qualche cosa manifesta schiettamente la sua povertà.
Si può dire che conosce sé stesso e dice la verità, e per questo viene più amato, muove gli altri a compassione del suo misero stato e tutti l’aiutano. Tale è il conoscere sé stesso.
Se poi quel povero, vergognandosi di manifestare la sua povertà menasse vanto che lui è ricco, mentre tutti sanno che lui non tiene neppure le vesti come coprirsi e si muore di fame, che avviene?
Tutti lo disprezzano, nessuno l’aiuta ed addiviene soggetto di burla e di ridicolaggine a chiunque lo conosce; ed il misero, andando di male in peggio, finisce col perire. Tale è la superbia innanzi a Dio ed anche innanzi agli uomini.
Ed ecco che chi non conosce sé stesso già esce dalla verità e precipita nella via della falsità. Or, la differenza dell’umiltà, sebbene mi pare che siano sorelle nate ad un parto e non può mai essere umile se non conosce sé stesso.
Per esempio un ricco che spogliandosi, per amore delle umiliazioni, delle sue nobili vesti, si copre di miseri cenci, vive sconosciuto, a nessun manifesta chi egli sia, si confonde coi più poveri, vive coi poveri come se fosse loro pari, fa sue delizie i disprezzi e le confusioni ed ecco la bella sorella della conoscenza di sé stesso, cioè l’umiltà.
Ah! si, l’umiltà chiama la grazia, l’umiltà spezza le catene più forti, qual è il peccato. L’umiltà supera qualunque muro di divisione tra l’anima e Dio ed a Lui la ritorna. L’umiltà è la piccola pianta, ma sempre verde e fiorita, non soggetta ad essere rosa dai vermi, né i venti, la grandine, il caldo potranno portarle nocumento, né farla menomamente appassire.
L’umiltà, sebbene è la più piccola pianta, ma manda fuori rami altissimi, che penetrano fin nel cielo e s’intrecciano intorno al cuore di Nostro Signore e solo i rami che escono da questa piccola pianta hanno libera l’entrata in quel cuore adorabile.
L’umiltà è l’ancora della pace nelle tempeste delle onde del mare di questa vita. L’umiltà è sale che condisce tutte le virtù e preserva l’anima dalla corruzione del peccato.
L’umiltà è l’erbetta che spunta sulla via battuta dai viandanti, che mentre è calpestata scomparisce, ma subito si vede spuntare di nuovo più bella di prima. L’umiltà è qual innesto gentile, che ingentilisce la pianta selvatica.
L’umiltà è il tramonto della colpa. L’umiltà è la neonata della grazia. L’umiltà è qual luna che ci guida nelle tenebre della notte di questa vita. L’umiltà è come quell’avaro negoziante che sa ben trafficare le sue ricchezze, non ne fa sciupio neppure di un centesimo della grazia che gli vien data.
L’umiltà è la chiave della porta del Cielo, sicché nessuno può entrarvi, se non si tiene ben custodita questa chiave. Finalmente, altrimenti non la finisco più ed andrei troppo per le lunghe, l’umiltà è il sorriso di Dio e di tutto l’Empireo ed il pianto di tutto l’inferno. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 3; Gennaio 12, 1900)

“Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato” (Lc 18,14)

Trovandomi molto afflitta per la privazione del mio sommo ed unico Bene, dopo molto aspettare e riaspettare finalmente l’ho visto uscire da dentro il mio cuore che piangeva e mi faceva comprendere quanto patì e si umiliò nella circoncisione.
Oh, quanto mi faceva pena! Mi sentivo assorbita in quell’amarezza, e il benedetto bambinello compatendo il mio miserabile stato mi ha detto:
“Quanto più l’anima si umilia e conosce sé stessa, tanto più si accosta alla verità e, trovandosi nella verità, cerca di spingersi nella via delle virtù da cui si vede molto lontana; e se si vede che si trova nella via delle virtù, scorge subito il molto che le resta da fare, perché le virtù non hanno termine, sono infinite come sono io.
Onde l’anima, trovandosi nella verità, cerca sempre di perfezionarsi, ma mai giungerà a vedersi perfetta. E questo le serve e farà che l’anima stia continuamente lavorando, sforzandosi per maggiormente perfezionarsi, senza perdere il tempo in oziosità; ed io compiacendomi di questo lavoro, man mano la vado ritoccando per dipingere in lei la mia rassomiglianza.
Ecco perciò volli essere circonciso, per dare un esempio di grandissima umiltà che fece stordire gli stessi angeli del cielo.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 3; Gennaio 1, 1900)

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… “Figlia mia, la perfezione è luce, e chi dice di voler raggiungerla non fa altro che come chi volesse stringere in pugno un corpo di luce, che mentre lo fa per stringere, la stessa luce gli scorre fuori dalle proprie dita, solo che la mano resta nella stessa luce sommersa.
Ora la luce è Dio, e solo Dio è perfetto, e l’anima che vuole essere perfetta non fa altro che afferrare le ombre, le goccioline di Dio, e delle volte non fa altro che vivere nella sola luce, cioè nella verità.
E siccome la luce, quanto più vuoto trova e quanto più profondo è il luogo, tanto più addentro vi s’intromette così più spazio vi prende, così la luce divina, quanto più l’anima è vuota ed umile, tanto più la luce la riempie e le comunica le sue grazie e perfezioni.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 6; Dicembre 22, 1904)

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Stando nel mio solito stato, quando appena è venuto il mio dolce Gesù e mi ha detto:
“Figlia mia, chi prende la croce secondo le vedute umane la trova infangata, e quindi più pesante e amara, invece chi prende la croce secondo le vedute divine la trova piena di luce, leggera e dolce; perché le vedute umane sono prive di grazia, di forza e di luce, e quindi [l’anima] sente la baldanza di dire:
‘Perché quello mi ha fatto quel torto? Perché questo mi ha recato questo dispiacere, questa calunnia?’ E l’anima si riempie di sdegno, di ira, di vendetta, e quindi la croce s’infanga, s’ottenebra e diventa pesante ed amara.
Invece le vedute divine sono piene di grazie, di forza e di luce, e quindi [l’anima] non si sente la baldanza di dire: ‘Signore, perché mi hai fatto questo?’ Anzi si umilia, si rassegna, e la croce si fa leggera e le porta luce e dolcezza.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 9; Novembre 20, 1909)