9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

“Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore” (Gv 15, 10)

Avendo letto un libro che trattava delle virtù, guardando me stessa stavo impensierita ché non vedevo in me nessuna virtù; se non fosse solo che voglio amarlo, lo voglio, vi amo e voglio essere amata da Gesù benedetto, niente, niente esisteva in me di Dio.
Or trovandomi nel solito mio stato, il mio adorabile Gesù mi ha detto:
“Figlia mia, quanto più l’anima giunge al termine per avvicinarsi alla fonte d’ogni bene qual è il vero e perfetto amore di Dio, dove tutto resterà sommerso e solo l’amore galleggerà per essere il motore di tutto, così l’anima sperderà tutte le virtù che ha praticato per il viaggio, per rinchiudere tutto nell’amore e riposarsi di tutto per solo amare.
Non vi sperdono tutto i beati nel cielo per solo amore? Così l’anima, più cammina, meno sente il diverso lavorio delle virtù, perché l’amore investendole tutte, le converte tutte in sé, tenendole in sé stesso a riposo come tante nobili principesse, lavorando lui solo e dandole vita a tutte.
E mentre l’anima non le avverte, nell’amore le trova tutte, ma però più belle, più pure, più perfette, più nobilitate; e se l’anima lo avverte è segno che sono divise dall’amore.
Come per esempio: uno riceve un comando e l’anima esercita l’ubbidienza per ubbidire a quel tale, per acquistare la virtù, per sacrificare la volontà propria, e tant’altre ragioni che ci possono essere; ora facendo così già si avverte che si esercita l’ubbidienza, si sente la fatica, il sacrifizio che porta con sé questa virtù.
Un’altra ubbidisce, non per ubbidire a quel tale né per altre ragioni, ma conoscendo che Iddio si dispiacerebbe della sua disubbidienza, guarda Dio in quel che comanda e per amor suo sacrifica tutto ed ubbidisce.
L’anima non avverte, in questo, che obbedisce, ma solo che ama, perché solo per amore ha ubbidito; altrimenti avrebbe disubbidito lo stesso; e così di tutto il resto. Quindi coraggio al cammino, che quanto più si cammina, tanto più presto anche di qua pregusterai la beatitudine eterna del solo e vero amore.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 6; Ottobre 16, 1905)

“Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11)

Dopo vari giorni di privazione, questa mattina si è benignato di venire trasportandomi fuori di me stessa. Ora trovandomi innanzi a Gesù benedetto, vedevo molta gente ed i mali della generazione presente; il mio adorabile Gesù li guardava con compassione, e voltandosi a me mi ha detto:
“Figlia mia, vuoi sapere da dove incominciò il male nell’uomo? Il principio è che l’uomo appena conosce sé stesso, cioè incomincia ad acquistare la ragione, dice a sé stesso: ‘Io sono qualche cosa’, e credendosi qualche cosa si discostano da me, non si fidano di me che sono il Tutto, e tutta la fiducia e forza l’attingono da loro stessi.
E da questo avviene che perdono fino ogni buon principio; e perdendo il buon principio, che ne sarà la fine? Immaginalo tu stessa, figlia mia.
Poi scostandosi da me che contengo ogni bene, che può sperare di bene l’uomo essendo lui un pelago di male? Senza di me tutto è corruzione, miseria, e senza nessun’ombra di vero bene, e questa è la società presente.”
Io nel sentir ciò provavo tale un’afflizione da non saperla esprimere; ma Gesù volendomi sollevare mi ha trasportato altrove, ed io trovandomi sola col mio diletto Gesù gli ho detto: “Dimmi, mi vuoi bene?” E lui: “Sì.”
Ed io: “Non son contenta del sì solo, ma vorrei essere spiegato meglio quanto mi vuoi bene.” E lui: “È tanto il mio amore per te, che non solo non ha principio, ma non avrà fine, ed in queste due parole puoi comprendere quanto è grande, forte, costante il mio amore per te.”
Per poco ho considerato tutto ciò, e vedevo un abisso di distanza tra il mio amore ed il suo, e tutta confusa ho detto: “Signore, che differenza tra il mio ed il vostro bene! Non solo [il mio] tiene il principio, ma per lo passato ci veggo dei vuoti nell’anima mia, di non averti amato.”
E Gesù tutto compatendomi mi ha detto:
“Diletta mia, non ci può stare conformità tra l’amore del Creatore e quello della creatura; ma però oggi ti voglio dire una cosa che ti sarà di consolazione e che tu non hai mai capito: sappi che ogni anima per tutto il corso della sua vita è obbligata ad amarmi costantemente, senza alcun intervallo, e non amandomi sempre, vi lascia nell’anima tanti vuoti per quanti giorni, ore e minuti che ha trascurato d’amarmi, e nessuno potrà entrare in cielo se non ha riempito questi vuoti, e solo potrà riempirli o con l’amarmi doppiamente nel resto della vita, e se non giunge, li riempirà a forza di fuoco nel purgatorio.
Ora tu, quando sei priva di me, la privazione dell’oggetto amato fa raddoppiare l’amore, e con questo vieni a riempire i vuoti che ci sono nell’anima tua.”
Dopo ciò gli ho detto: “Dolce mio Bene, lasciami venire insieme con te nel cielo, e se non vuoi per sempre, almeno per poco; deh, vi prego, contentatemi!”
E lui mi ha detto: “Non sai tu che per entrare in quel beato soggiorno l’anima deve essere tutta trasformata in me, in modo che deve comparire come un altro Cristo? Altrimenti qual figura faresti tu in mezzo agli altri beati? Tu stessa avresti vergogna di starci insieme con loro.”
Ed io: “È vero che sono molto dissimile da voi, ma se volete potete rendermi tale .”
Onde per contentarmi mi ha tutta rinchiusa in lui, in modo che non più vedevo me stessa, ma Gesù Cristo, ed in questo modo ci siamo innalzati verso il cielo. Giunti ad un punto, ci siamo trovati innanzi ad una luce indescrivibile; innanzi a quella luce si sperimentava nuova vita, gioia insolita non mai provata; come mi sentivo felice! Anzi mi pareva di trovarmi nella pienezza di tutte le felicità.
Ora mentre c’inoltrammo innanzi a quella luce, io mi sentivo tale un timore, avrei voluto lodarlo, ringraziarlo, ma non sapendo che dire, ho recitato tre Gloria Patri e Gesù rispondeva insieme; ma appena finiti, come lampo mi son trovata nella misera prigione del mio corpo.
Ah, Signore, come, così poco è durata la mia felicità? Pare che troppo dura è la creta di questo mio corpo, che tanto ci vuole per frantumarsi, ed impedisce all’anima mia di sloggiare da questa misera terra.
Ma spero che qualche urto veemente lo voglia non solo frantumare, ma polverizzare, ed allora, non avendo più casa dove poterci stare di qui, ne avrete di me compassione e mi accoglierete per sempre nel celeste soggiorno. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 4; Luglio 16, 1901)

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Stavo facendo il mio giro nella creazione per seguire gli atti della Divina Volontà fatti in essa, ed oh, quante sorprese! Ciascuna [cosa creata] conteneva tale felicità da poter rendere felici tutto e tutti; ed il mio sempre amabile Gesù, vedendomi sorpresa, tutto bontà mi ha detto:
“Figlia mia, il nostro Ente Supremo possiede la fonte della felicità, perciò da noi non potevano uscire cose o esseri che non fossero felici; sicché la creazione tutta possiede tale pienezza di felicità, da poter dare a tutta la terra la perfetta felicità terrestre.
Onde Adamo godeva la pienezza della felicità, tutte le cose gli piovevano addosso gioie e felicità, e poi nel suo interno possedendo il mio Volere conteneva mari di contenti, di beatitudini e gioie senza fine; per lui tutto era felicità, dentro e fuori.
Come peccò sottraendosi dalla mia Volontà, la gioia si partì da lui e tutte le cose create si ritirarono nel loro seno le gioie che possedevano, dando all’uomo i soli mezzi necessari, non come a padrone, ma come a servo ingrato. Vedi dunque, da noi non uscì l’infelicità né ne potevamo darla, perché non ne tenevamo; dare ciò che non si tiene è impossibile.
Quindi fu il peccato che gettò il seme nell’uomo dell’infelicità, del dolore e di tutti i mali che lo accerchiano dentro e fuori. Onde come venne sulla terra la celeste Signora e poi la mia Santissima Umanità, la creazione tutta si atteggiò a festa; ci sorridevano di gioia e ripresero il corso di pioverci addosso gioie e felicità, e come uscivamo all’aperto correvano, si inchinavano e sprigionavano sopra di noi gioie e felicità.
Il sole ci dava le gioie della sua luce, allietava la nostra vista colla varietà dei suoi colori, ci dava le gioie dei baci d’amore che possedeva e riverente si stendeva sotto dei nostri passi per adorarci. Il vento ci pioveva le gioie della freschezza e coi suoi soffi ci allontanava l’aria putrida di tante colpe.
Gli uccelli ci correvano intorno per darci le gioie dei loro trilli e canti; quante belle musiche ci facevano! tanto che io ero costretto a comandar loro che si allontanassero d’attorno a me, che prendessero il volo nell’aria per inneggiare al loro Creatore. La terra mi fioriva sotto i miei passi per darmi le gioie di tante fioriture, ed io le comandavo che non mi facessero tale dimostrazione, e mi ubbidiva.
L’aria mi portava le gioie del nostro alito onnipotente, quando alitando l’uomo gli davamo la vita colmandolo di gioie e felicità divine; e come io respiravo, così mi sentivo venire le nostre gioie e felicità che provammo nella creazione dell’uomo.
Sicché non vi era cosa creata che non voleva sprigionare le gioie che possedevano, non solo per felicitarmi, ma per darmi gli omaggi, gli onori come a loro Creatore. Ed io li offrivo al mio Padre celeste per dargli la gloria, l’onore, l’omaggio, l’amore per tante magnificenze ed opere meravigliose che facemmo nella creazione per amor dell’uomo.
Ora, figlia mia, queste gioie nelle cose create esistono ancora. La creazione come fu fatta da noi con tanto sfarzo e sontuosità e colla pienezza della felicità, nulla ha perduto, perché aspettiamo i figli nostri, i figli della nostra Volontà, che con diritto goderanno le gioie, la felicità terrestre, che possiede tutta la creazione; e posso dire che per amor di questi esiste ancora, e le creature [ne] fruiscono, se non la pienezza della felicità, ma almeno le cose necessarie per poter vivere.
Questo esistere ancora la creazione dopo tante ingratitudini umane, colpe che fanno inorridire, dice la certezza del Regno della mia Volontà sulla terra, perché la creatura possedendola si renderà capace di ricevere le gioie della creazione, di darci la gloria, l’amore, il contraccambio di quanto abbiamo fatto per essa, e [si renderà capace] di fare tutto il bene possibile ed immaginabile che può fare la creatura.
Perciò il tutto sta nel possedere il nostro Volere, perché così ebbe il principio la creazione tutta, compreso l’uomo: tutto era Volontà nostra, tutti vivevano racchiusi in essa ed in essa trovavano ciò che volevano, gioie, pace, ordine perfetto, tutto stava a loro disposizione. Spostato il principio, tutte le cose cambiarono aspetto: la felicità si cambiò in dolore, la forza in debolezza, l’ordine in disordine, la pace in guerra.
Povero uomo senza della mia Volontà! È il vero cieco, il povero paralizzato, che se qualche bene fa, tutto è stento ed amarezze. Tutte le cose se si guidano dal principio con cui hanno avuto l’esistenza trovano la via, il passo fermo e l’esito felice delle opere o bene che hanno intrapreso; se perdono il principio si capovolgono, vacillano, smarriscono la via e finiscono col non saper far nulla, e se pare che fanno qualche cosa, fanno pietà.
Anche nelle cose umane succede così: se il maestro vorrebbe insegnare al fanciullo le consonanti e non le vocali, siccome le vocali corrono in ogni parola, in ogni lettera della scienza più bassa fino alla più alta, povero fanciullo, non imparerebbe mai a leggere, e se il volesse, potrebbe impazzire.
Tutto questo male chi l’ha prodotto? Lo spostamento dal principio della scienza, quali sono le vocali. Ah, figlia mia! Fino a tanto che l’uomo non ritorna nel suo principio, non rientra nella mia Divina Volontà, la mia opera creatrice sarà un’opera spezzata, spostata. Povero uomo senza le prime vocali della mia Divina Volontà!
Per quanto gli possa dar luce, gli potessi parlare, non mi capirà, perché gli manca il principio, gli mancano le prime vocali per poter leggere le mie lezioni sul mio Fiat; quindi senza base, senza fondamento, senza maestro, senza difesa, è tanto il suo cretinismo, che non conosce il suo povero stato, e quindi non implora di rientrare nel mio Volere per imparare le prime vocali con cui fu creato da Dio, per poter seguire ad impararsi la vera scienza celeste e così formarsi tutta la sua fortuna, tanto in terra come in Cielo.
Perciò io gli sussurro sempre all’orecchio del cuore: ‘Figlio mio, rientra nella mia Volontà, vieni nel tuo principio se vuoi rassomigliarmi, se vuoi che ti riconosco per figlio mio’. Oh, come è doloroso aver dei figli che non mi somigliano, snobilitati, poveri, degradati, infelici; e perché tutto questo?
Perché respinsero la grande eredità del Padre celeste, e mi costringono a piangere sulla sorte loro. Figlia, prega che tutti riconoscono la mia Volontà, e tu riconoscila ed apprezzala, amala più che la tua stessa vita e non te la fare sfuggire neppure un istante”.
Deo gratias. Tutto per la gloria di Dio e per compimento della sua Volontà. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 34; Agosto 2, 1937)