1Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce.
3Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».
5Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 6All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.
7Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
9Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

“Le sue vesti divennero candide come la luce” (Mt 17, 2)

… “Figlia mia, nel creare l’uomo la Divinità lo metteva nel sole della Divina Volontà, ed in lui tutte le creature. Questo sole gli serviva di veste, non solo all’anima, ma i suoi raggi erano tanto che coprivano anche il corpo, in modo che gli serviva più che veste, da renderlo tanto onorato e bello che né re né imperatori sono mai comparsi così ornati, come compariva Adamo con questa veste di luce fulgidissima.
Si sbagliano coloro che dicono che Adamo prima di peccare andava nudo. Falso, falso! Se tutte le cose create da noi sono tutte ornate e vestite, lui che era il nostro gioiello, lo scopo per cui tutte le cose furono create, non doveva avere la più bella veste ed il più bello ornamento fra tutti?
Perciò a lui conveniva la bella veste della luce del sole della nostra Volontà, e siccome possedeva questa veste di luce, non aveva bisogno di vesti materiali per coprirsi.
Come si sottrasse dal Fiat Divino, così si ritirò la luce dall’anima e dal corpo, e perdette la sua bella veste e, non vedendosi più circondato di luce, si sentì nudo e vergognoso nel vedersi lui solo nudo in mezzo a tutte le cose create, e sentì il bisogno di coprirsi e si servì delle cose superflue alle cose create per coprire la sua nudità.
Tanto vero ciò, che dopo il mio sommo dolore di vedere divise le mie vesti e giocare a sorte la mia tunica, nel risorgere, la mia umanità non prese altre vesti, ma si vestì con la veste fulgidissima del sole [del] mio Volere Supremo.
Era quella stessa veste che possedeva Adamo quando fu creato, perché per aprire il cielo la mia umanità doveva portare la veste della luce del sole del mio Supremo Volere, veste regale che, dandomi le divise di re ed il dominio nelle mie mani, aprì il cielo a tutti i redenti e, presentandomi al mio celeste Padre, gli offersi le vesti integre e belle della mia Volontà con cui era coperta la mia umanità per far riconoscere tutti i redenti per nostri figli.
Sicché la mia Volontà, mentre è vita, è nel medesimo tempo la vera veste della creazione della creatura, e perciò tiene tutti i diritti su di lei. Ma quanto non fanno esse per sfuggire da dentro questa luce?! Perciò tu sii ferma in questo sole dell’eterno Fiat, ed io ti aiuterò a tenerti in questa luce”.
Onde io nel sentire ciò gli ho detto: “Mio Gesù e mio tutto, com’è? Se Adamo nello stato di innocenza non aveva bisogno di vesti, perché la luce della tua Volontà era più che veste, eppure la Sovrana Regina possedeva integra la tua Volontà, tu stesso eri la stessa Volontà, eppure né la Mamma Celeste né tu portavi le vesti di luce, ed ambedue ve ne serviste di vesti materiali per coprirvi. Come va ciò?” E Gesù ha ripreso a dire:
“Figlia mia, tanto io quanto la Mamma mia venimmo ad affratellarci con le creature, venimmo ad innalzare l’umanità decaduta e quindi a prendere le loro miserie ed umiliazioni in cui era caduta, per coprirle a costo della [nostra] propria vita. Se ci fossimo vestiti di luce, chi avrebbe ardito di avvicinarci e trattare con noi?
E nel corso della mia passione, chi avrebbe ardito di toccarmi? La luce del sole del mio Volere li avrebbe accecati e stramazzati a terra. Quindi dovetti fare un miracolo più grande, nascondendo questa luce col velo della mia umanità, e comparire come uno di loro; perché essa rappresentava non Adamo innocente, ma Adamo caduto, e quindi dovevo assoggettarmi a tutti i suoi mali, prendendoli sopra di me, come se fossero miei, per coprirli innanzi alla divina giustizia.
Invece quando risorsi dalla morte, che rappresentavo Adamo innocente, il novello Adamo, feci cessare il miracolo di tenere nascoste nel velo della mia umanità le vesti del fulgido sole del mio Volere e restai vestito di luce purissima, e con questa veste regale ed abbagliante feci il mio ingresso nella patria mia, restando le porte aperte, che fino a quel punto erano state chiuse, per fare entrare tutti coloro che mi avevano seguito.
Perciò col non fare la nostra Volontà, non c’è bene che non si perde, non c’è male che non si acquista”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 20; Dicembre 12, 1926)

“Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento…” (Mt 17, 5)

Continuo a pensare sulle pene del mio appassionato Gesù, e giungendo all’ultimo anelito della sua vita mi son sentita risuonare nel fondo del mio cuore: “Nelle tue mani, Padre, raccomando lo spirito mio”.
Era la più sublime lezione per me, il richiamo di tutto l’essere mio nelle mani di Dio, il pieno abbandono nelle sue braccia paterne; e mentre la mia mente si perdeva in tante riflessioni, il mio penante Gesù visitando la mia piccola anima mi ha detto:
“Figlia mia benedetta, la mia vita quaggiù, come incominciò così finì; dal primo istante del mio concepimento fu un mio atto continuato, posso dire che in ogni istante mi mettevo nelle mani del mio Padre celeste; era l’omaggio più bello che gli dava il suo Figlio, l’adorazione più profonda, il sacrifizio più eroico e completo, l’amore più intenso di figliolanza che gli davo.
Il mio pieno abbandono nelle sue mani rendeva la mia Umanità parlante, e con voce imperativa, che chiedeva tutto, ed ottenevo tutto ciò che io volevo; ad un suo Figlio abbandonato nelle sue braccia non gli poteva negare nulla il mio Padre celeste; il mio abbandono d’ogni istante era l’atto più gradito, tanto che volli coronare l’ultimo anelito della mia vita colle parole: ‘Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito’.
La virtù dell’abbandono è la virtù più grande, è impegnare Dio che si prenda cure dell’abbandonata nelle sue braccia; l’abbandono dice a Dio: ‘Io non voglio saper nulla di me stesso, questa mia vita è tua, non mia, e la tua è mia’.
Perciò se vuoi tutto ottenere, se mi vuoi amare davvero, vivi abbandonata nelle mie braccia, fammi sentire l’eco della mia vita d’ogni istante: ‘Nelle tue mani tutta mi abbandono’; ed io ti porterò nelle mie braccia come la più cara delle mie figlie”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 32; Aprile 23, 1933)

“… Ascoltatelo” (Mt 17,5)

… “Figlia del mio Volere, se sapessi che amore che sento quando mi decido di parlarti del mio Fiat Divino! Ogni qualvolta che ti ho parlato di esso i cieli si sono abbassati, tanta era la stima e la venerazione che sentivano, e facendo omaggio a ciò che io dovevo dire ed abbassandosi mi sboccavano dalla patria celeste, e tutti si mettevano sull’attenti ad ascoltarmi; e mentre io parlavo, sentivano in loro nuove creazioni di vite divine, nuove gioie, nuove bellezze.
Perché quando si tratta di parlarti di altre conoscenze del mio Fiat Divino, tutto il cielo sentono la potenza di esso e fanno a gara ad ascoltare ed a ricevere i nuovi effetti di quelle conoscenze.
Sicché è stata la festa di tutto il cielo, [le] quante volte ti ho parlato del mio Volere Santissimo, perché si sentiva raddoppiare la felicità, e solo il cielo poteva contenere tutti i mirabili effetti, le pure gioie d’una sola conoscenza del mio Fiat. Così solo potevo parlarti di esso, col cielo abbassato, per ricevere i suoi atti riverenti e gli omaggi dovuti alla mia Divina Volontà.
È tanto l’amore ed il desiderio che sento di farla conoscere, che se fosse necessario io m’incarnerei di nuovo per ottenere che la mia Volontà fosse conosciuta e regnasse sulla terra; ma ciò non è necessario, perché essendomi incarnato una volta, la mia incarnazione sta sempre in atto e tiene virtù di riprodurre gli stessi effetti come se di nuovo m’incarnassi.
Ed è stato solo per il decoro del mio Fiat che ti ho scelta, ti ho purificata da ogni germe di corruzione, mi son rinchiuso nell’anima tua, non solo in modo spirituale ma anche naturale, in modo di servirmi di te come velo per coprirmi, quasi come me ne servii della mia Umanità come velo per nascondere la mia Divinità; e per averti a mia disposizione ti ho segregata da tutto, ti ho confinata dentro un letto, e per sì lunghi anni, per darti le sublimi lezioni sul mio eterno Fiat e farti bere a sorsi a sorsi le sue conoscenze e la sua vita.
La storia lunga di esso richiedeva tempo per narrartela e fartela comprendere. Io posso dire che ho fatto di più della creazione e redenzione, perché il mio Volere racchiude l’una e l’altra ed è principio e mezzo di esse e sarà fine e corona della creazione e redenzione, in modo che senza la mia Volontà non conosciuta né regnante e dominante sulla terra, le nostre opere saranno opere scoronate ed incompiute; ecco perciò tanto interesse di farla conoscere.
Le nostre stesse opere, fatte con tanto amore e magnificenza, stanno sotto l’incubo d’un gemito inenarrabile e quasi sotto una umiliazione profonda, perché la vita, la sostanza essenziale che nascondono non è conosciuta ancora; si conoscono i veli, l’esteriorità della creazione e redenzione, e la vita che nascondono è ignorata.
Come possono dare la vita che nascondono ed i beni che posseggono? Perciò le nostre opere sospirano, reclamano i loro giusti diritti, che sia conosciuta la mia Divina Volontà. Ah, sì, essa sola sarà la gloria, la corona imperitura ed il compimento delle opere nostre!
Or tu devi sapere che io mi trovo in te nascosto col dolore nel cuore, come mi trovavo negli ultimi anni quando la mia Umanità viveva quaggiù sulla terra ed io, Verbo del Padre, ero nascosto in essa.
Dopo tanti sacrifici, dopo tanto mio dire ed esempi dati, guardavo la terra, guardavo i popoli, ed anche quelli che mi circondavano, senza gli effetti della mia venuta sulla terra; i frutti, i beni della mia venuta sulla terra scarseggiavano tanto, che il mio cuore era torturato nel sentirmi respingere i tanti beni che volevo dar loro; ed accresceva il mio dolore che vedeva che, avendo compiuto nella mia Umanità ciò che dovevo fare per redimerli, stavo per ripartire per il cielo.
Com’è doloroso voler far del bene anche a costo della propria vita e non trovare a chi dare questi beni!
Ora così mi trovo in te; guardo i miei ed i tuoi sacrifici, guardo l’ordine che ho tenuto, le tante lezioni che ti ho dato, bastanti a far conoscere la mia Divina Volontà per formare il suo regno; e se non finisco di dire è perché la sua storia è eterna, e ciò che è eterno tiene il suo dire eterno che non finisce mai, e che il dire sul mio Fiat si eternerà nel cielo. Guardo quelli che ti circondano e che sanno ciò che riguarda il mio Volere senza vero interesse di far conoscere un tanto bene.
Guardo la tua stessa umanità che mi serve come cattedra dove impartisco le mie lezioni, e che tu stessa non puoi negare che mi senti in te sensibilmente muovere, parlare, soffrire, e che sto proprio in te per formare il mio regno e farlo conoscere; e mentre ti guardo, veggo che neppure la tua umanità deve stare a lungo sulla terra ed il mio cuore sente le strette del dolore che il gran bene che vuol fare la mia Divina Volontà neppure è conosciuto, le sue conoscenze sono come sepolte, e che mentre vogliono dar vita, felicità, luce, restano come carcerate tra me e te, e nelle carte che con tanta tenerezza d’amore ti ho fatto scrivere.
Perciò figlia mia compatisci al mio dolore, adora le mie disposizioni nel tenerti ancora sulla terra; lo so che ti è molto duro, ed io ti compatisco, e mentre ci compatiremo a vicenda facciamo quanto è da noi per far conoscere la mia Divina Volontà”.
Dopo di ciò stavo facendo i miei atti nel Voler Divino, ed il mio dolce Gesù ha soggiunto: “Figlia mia, il mio Fiat tiene il suo atto primo nella nostra Divinità, il suo atto primo nella creazione e redenzione ed in tutte le cose, e perciò tiene il giusto diritto di dominare tutto e di coinvolgere tutti e di essere la prima ruota, che movendosi, tutto muove intorno a sé, e [tutte le cose] le girano intorno.
Sicché chi prende la mia Volontà come vita, prende tutto, e come la prima ruota si muove, così tutte le cose si danno all’anima, tanto che non ha bisogno di chiedere; tutte, come girano intorno al mio Volere, si danno a lei. Perciò la cosa più necessaria è prendere la mia Divina Volontà, e se ciò [l’anima] ha fatto, ha fatto tutto ed ha preso tutto, tutto è suo.
Succede come ad una macchina: se si muove la prima ruota del centro di essa, le ruote secondarie tutte girano, ma se non si muove la prima ruota, tutte restano ferme e non vi è potenza o artefice che tiene virtù di muovere le ruote secondarie; ma se muove la prima, da per sé stesse le altre girano e fanno i loro uffizi.
Perciò l’attenzione e l’arte dev’essere per la prima ruota, tutto il resto viene da sé. Tale è la mia Volontà, chi la possiede non ha bisogno di nulla”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 26; Maggio 28, 1929)

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… “Figlia del mio Volere, tu devi sapere che solo il tuo Gesù conosce tutti i segreti del mio Fiat, perché essendo io il Verbo del Padre, mi glorio di farmi narratore di ciò che ha fatto per la creatura.
Perciò il suo amore è esuberante, in ogni cosa che faceva ti chiamava, tanto nelle opere della creazione quanto nelle opere della mia redenzione, e se tu ascoltavi la sua chiamata col dirgli: ‘Son qui, che vuoi?’, lui ti faceva il dono delle opere sue; se tu non rispondevi restava a chiamarti sempre, fino a tanto che non lo avessi ascoltato.
Ora se [il mio Fiat] creava il cielo, ti chiamava in quella volta azzurra col dirti: ‘Figlia mia, vieni a vedere quanto è bello il cielo che ho creato per te: l’ho creato per fartene un dono, vieni a ricevere questo gran dono.
Se tu non mi ascolti io non posso dartelo, e mi fai restare col dono sospeso nelle mie mani ed a chiamarti sempre; né cesserò di chiamarti, fino a tanto che non ti vedo posseditrice del mio dono.
Il cielo contiene una estensione grandissima, tanto che la terra si può chiamare un piccolo buco paragonata ad esso, perciò tutti tengono il loro posto, ed un cielo per ciascuno, ed io li chiamo tutti per nome per farne il dono’. Ma quale non è il suo dolore: chiamare e richiamare e non essere ascoltato, e [le creature] guardano il cielo come se non fosse un dono che ha dato loro?
Questo mio Volere ama tanto, che come creava il sole così ti chiamava colle sue voci di luce ed andava in cerca di te e di tutti per fartene un dono. Sicché il tuo nome è scritto nel sole a caratteri di luce, né io lo posso dimenticare; e come la sua luce scende dalla sua sfera e giunge sino a te, così ti va sempre chiamando.
Sicché non si contenta di chiamarti dall’altezza della sua sfera, ma amandoti sempre più, vuol scendere fin nel basso, ed a via di luce e calore ti dice: ‘Ricevi il mio dono; questo sole per te l’ho creato’; e se viene ascoltato, come va in festa! Perché vede che la creatura possiede il sole come proprietà sua e dono che le ha fatto il suo Creatore.
Dovunque e da per tutto [il mio Volere] ti chiama: ti chiama nel vento, ora con impero, ora con gemiti, ora come se volesse piangere per muoverti ad ascoltarlo, affinché ricevessi il dono di questo elemento; ti chiama nel mare a via di mormorio per dirti: ‘Questo mare è tuo: prendilo come dono che io ti faccio’; fin nell’aria che respiri, nell’uccellino che canta ti chiama per dirti: ‘Di tutto ti faccio dono’. Ora se alla chiamata l’anima risponde, il dono viene confermato; se non risponde, i doni restano come sospesi tra il Cielo e la terra.
Perché se la mia Volontà chiama è perché vuol essere chiamata, per mantenere il commercio tra lui e le creature, per farsi conoscere e per far sorgere l’amore incessante tra lui e chi vive del suo Fiat; perché solo [per] chi vive nel suo Voler Divino è più facile sentire le sue tante chiamate, che mentre la chiama nelle sue opere, si fa sentire nel fondo della sua anima, e quindi si chiamano d’ambo le parti.
E poi, che dirti quante volte ti chiamai e chiamo in tutti gli atti della mia Umanità? Concepii e ti chiamai per farti il dono del mio concepimento; nacqui e ti chiamai più forte, e giunsi a piangere, a gemere e vagire, per muoverti a compassione, perché subito mi rispondessi, per farti il dono della mia nascita, lacrime, gemiti e vagiti. Se la mia Mamma celeste mi fasciava, ti chiamavo per fasciarti insieme con me.
Insomma ti chiamavo in ogni parola che dicevo, in ogni passo che facevo, in ogni pena che soffrivo, in ogni goccia del mio sangue; fin nell’ultimo mio respiro che diedi sulla croce ti chiamai, per farti dono di tutto, e per metterti al sicuro ti misi insieme con me nelle mani del mio Padre celeste.
Dove non ti ho chiamato, per farti dono di ciò che io facevo, per sfogare il mio amore, per farti sentire quanto ti amavo e farti scendere nel tuo cuore la dolcezza della mia voce rapitrice, che rapisce, crea e conquide, ed anche per sentire la tua voce che mi dicesse: ‘Eccomi a te; dimmi, Gesù, che vuoi?’, come ricambio del mio amore e come protesta che accettavi i miei doni, e così [io] potessi dire: ‘Sono stato ascoltato; la mia figlia mi ha riconosciuto e mi ama’?
È vero che questi sono eccessi del nostro amore, ma amare e non essere riconosciuto e non amato, non si può durare né poter continuare a vivere. Perciò continueremo le nostre follie d’amore, i nostri stratagemmi, per dare il corso alla nostra vita di amore”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 35; Gennaio 16, 1938)

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Sono sotto le onde eterne del Volere Divino, il quale vuole darsi sempre alla creatura, ma vuole che anch’essa lo deve volere, non vuol essere un intruso che si fa trovare dentro senza che [la creatura] lo sappia affatto; vuol essere cercato, vuole darle il suo bacio d’amore, e poi da trionfatore carico di doni entra in essa e la riempie dei suoi doni.
Ma mentre ciò pensavo, il mio dolce Gesù, che sente il bisogno di affidare i suoi segreti alla sua creatura, mi ha detto:“Figlia mia benedetta, il mio Volere vuol dare, ma vuol trovare la disposizione della creatura per deporre i suoi doni.
La disposizione è come la terra in mano all’agricoltore: per quanti semi avesse, e non tenesse una terra dove gettare i suoi semi, mai potrebbe seminare; e se la terra avesse ragione e non sarebbe disposta a ricevere i suoi semi, il povero agricoltore si sentirebbe gettare in faccia negli occhi i semi di cui vorrebbe arricchirla.
Tale è la mia Volontà: vuol dare, ma se non trova l’anima disposta non troverebbe il posto dove mettere i suoi doni, se li sentirebbe gettare in faccia con sommo suo dolore, e se le vuole parlare la troverebbe senza udito per farsi ascoltare.
Perciò la disposizione prepara l’anima, apre le porte divine, dà l’udito, si mette in comunicazione; se la sentono prima [su] ciò che il mio Volere vuol dare, in modo che [l’anima] ama, sospira ciò che deve ricevere; se non è disposta niente diamo, perché non vogliamo esporre i nostri doni alla inutilità.
Invece la disposizione serve come la terra all’agricoltore, che si arrende a ciò che lui vuol fare, si fa lavorare, zappare, formare i solchi per mettere al sicuro il seme di cui vuole riempirla.
Così il nostro Ente Supremo: se troviamo la disposizione facciamo i nostri lavori, la prepariamo, la purifichiamo colle nostre mani creatrici, prepariamo il posto dove mettere i nostri doni e formare le nostre opere più belle. Invece se [l’anima] non è disposta, con tutta la nostra potenza nulla possiamo fare, perché il suo interno è ingombrato da pietre, da spine, da vile passione, e siccome non è disposta non si presta a farcele togliere.
Quante santità vanno in fumo per mancanza di disposizione! molto più che se non è disposta non si adatta a vivere nel nostro Voler Divino, anzi pare che non è per essa: la sua santità l’atterra, la sua purezza le fa vergogna, la sua luce l’acceca. Invece se è disposta si slancia nelle sue braccia e si fa fare ciò che le vogliamo fare, anzi se ne sta come una piccola piccina, ricevendo i nostri lavori con tale amore da sentirci rapire.
Ed il nostro Volere che fa? Fa scorrere il suo moto divino. Con questo moto divino [l’anima] trova in atto tutte le opere nostre, se le bacia, le abbraccia, le investe col suo piccolo amore; trova il mio concepimento, la mia nascita in atto, e col suo amore vuole concepire e rinascere con me, ed io non solo la faccio fare, ma sento tale contento, che mi sento ricambiato che nacqui sulla terra, perché trovo chi rinasce insieme con me.
Ma [l’anima] va più avanti ancora; il moto divino che possiede la fa correre ovunque, e trova come un esercito agguerrito tutto ciò che fece la mia Umanità, le mie lacrime, le mie parole e preghiere, i miei passi, le mie pene; tutto prende, bacia, adora, non vi è cosa fatta da me che non investe col suo amore.
E poi che fa? Fa tutto suo, e con un modo e grazia infantile chiude tutto nel suo grembo, si eleva in alto, viene innanzi alla nostra Divinità, ce le schiera intorno e con enfasi d’amore ci dice: ‘Maestà adorabile, quante opere belle vi porto!
Tutto è mio e tutto vi porto, perché tutte ti amano, ti adorano, ti glorificano e ti ricambiano del tanto amore che hai per me e per tutti’. Questo moto divino che il mio Volere mette nella creatura che vive in esso, è la nuova vita che [la creatura] riceve; con questo moto tiene diritto su tutto, ciò che è nostro è suo, perciò tutto ci può dare; ed oh, quante sorprese ci fa! Tiene sempre da darci.
Con questo moto divino tiene virtù di correre ovunque, ed ora ci porta la creazione per amarci come l’abbiamo amata in tutte le cose create, ora ci porta tutte le creature per amarci per tutti e con tutti, ora ci porta tutto ciò che fec’io stando sulla terra, per dirci: ‘Vi amo come voi vi amaste’; non si arresta mai, pare che non sa stare se non ci fa nuove sorprese d’amore; vuole l’intento di poter dire: ‘L’amo, l’amo sempre’.
E noi la chiamiamo la gioia nostra, la nostra felicità perenne, perché non vi è gioia più bella per noi che l’amore continuo della creatura. Perché tu devi sapere che un atto fatto nel nostro Volere è più che sole che sorge, il quale con la sua luce investe tutta la terra, il mare, le fonti, anche il più piccolo filo di erba non vengono messo da parte, tutti sono investiti di luce.
Così un atto fatto in esso corre, fruga, investe tutto, forma il suo manto d’argento fulgidissimo dentro e fuori delle creature, e così imperlate ce le porta innanzi alla nostra Maestà adorabile e ci fa pregare dalla nostra stessa Volontà con voce di luce, d’amore parlante per tutti; e mettendo un dolce incanto alle nostre pupille divine, ci fa vedere tutte le creature ammantate nella nostra luce divina, e noi stessi esaltiamo la potenza del nostro Fiat, che colla potenza della sua luce sa nascondere le miserie umane e le converte anche in luce.
Ad un atto suo non si nega nulla, perché tiene potere di darci tutto e supplire per tutti”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 36; Novembre 26, 1938)