Sabato della IX settimana del Tempo Ordinario (Mc 12,38-44)

38Diceva loro nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, 39avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti.
40Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». 41Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte.
42Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 43Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.
44Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

“Pregano a lungo per farsi vedere” (Mc 12,40)

Trovandomi nel mio solito stato, stentatamente è venuto il benedetto Gesù e mi ha detto:
“Figlia mia, le opere che più mi piacciono sono le opere nascoste, perché scevre da ogni spirito umano; contengono tanta preziosità in esse, che io le tengo come cose più prelibate dentro del mio cuore, tanto che confrontate mille opere esterne e pubbliche con una opera interna e nascosta, le mille esterne restano al di sotto d’una sola opera interna, perché nelle opere esterne lo spirito umano prende sempre la sua parte”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 7; Ottobre 18, 1906)

“Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere” (Mc 12,44)

Avendo visto varie anime intorno a Gesù, specie una più sensibile, Gesù mi ha detto: “Figlia mia, le anime di temperamento sensibile, se si mettono al bene fanno più progresso delle altre, perché la loro sensibilità le porta ad imprese ardue e grandi.”
Io l’ho pregato che le togliesse quel resto di sensibilità umana che le restava, che la stringesse più a sé, che le dicesse che l’amava, ché a sentirsi dire che l’amava la conquiderebbe del tutto. “Vedrai che riuscirete; non hai vinto a me così, dicendomi che mi amavi tanto tanto?”
E Gesù: “Sì, sì, lo farò, ma ci voglio la sua cooperazione, che sfugga quanto più possa dalle persone che le eccitano la sensibilità.”
Onde io ho soggiunto: “Mio amore, dimmi, ed il mio temperamento qual è?”
E Gesù: “Chi vive nella mia Volontà perde il suo temperamento ed acquista il mio. Sicché nell’anima che fa la mia Volontà si scorge un temperamento piacevole, attraente, penetrante, dignitoso ed insieme semplice, d’una semplicità infantile; insomma mi rassomiglia in tutto.
Anzi di più ancora, tiene in suo potere il temperamento come lo vuole e come ci vuole; siccome vive nella mia Volontà prende parte alla mia potenza, quindi tiene le cose e sé stesso a sua disposizione, quindi a seconda le circostanze e le persone che tratta, prende il mio temperamento e lo svolge.”
Ed io: “Dimmi, mi dai un primo posto nel tuo Volere?”
Gesù ha sorriso: “Sì, sì, te lo prometto, dalla mia Volontà non ti farò uscire giammai, e prenderai e farai ciò che vuoi.”
Ed io: “Gesù, voglio essere povera povera e piccola piccola, delle stesse cose tue non voglio niente, meglio che le tieni tu stesso, solo te voglio; e come bisogne (1) le cose, tu me le darai, non è vero, o Gesù?”
E Gesù: “Brava, brava alla figlia mia! Finalmente ho trovato una che non vuole niente. Tutti vogliono qualche cosa da me, ma non il Tutto, cioè me solo, mentre tu col non voler niente hai voluto tutto; e qui sta tutta la finezza e l’astuzia del vero amore.”
Io ho sorriso e Gesù è scomparso. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 11; Febbraio 24, 1912)
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(1) mi bisognano

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Stavo pensando al Voler Divino e mille pensieri si affollavano nella mia mente, e dicevo tra me:
“Ma perché Gesù ama tanto di volere la mia volontà? Se ama di darmi la sua io vado in guadagno; avere una Volontà Divina in mio potere, posseggo tutto, racchiudo tutto, anche lo stesso Dio, ma voler lui la mia, niente meno per scambio della sua, c’è più da stupire; [a] che cosa gli potrà giovare, essergli di utile una volontà così debole ed insignificante che sa produrre più male che bene?
Si vede che Gesù non se ne intende di conti, né sa dare, o meglio non vuol dare il giusto valore a quello che dà, al ricambio che riceve; purché ottiene il suo intento non ci bada se ottiene poco o nulla al confronto del molto che ha dato, però qui si vede che l’amore suo è vero amore, perché disinteressato”.
Ma mentre la mia mente spropositava, il mio dolcissimo Gesù si faceva vedere che stava tutto attento ad ascoltare i miei spropositi, e tutto compiacendosi ha detto: “Figlia mia benedetta, se io volessi fare i conti, alla creatura non avrei mai nulla da dare, perché prima che ciò che essa mi può dare, tutto è stato dato da me, quindi dandomi non mi dà altro che il mio, e perciò il mio amore mi fa mettere sempre da parte i conti; fare i conti con le creature sarebbe inceppare il mio amore e fargli perdere la libertà di fargli dare ciò che vuol dare alla creatura, e si troverebbe a disagio.
Oltre di ciò per darti la mia Divina Volontà è necessario che [tu mi] dia la tua, perché due volontà non possono regnare dentro d’un cuore, si farebbero guerra a vicenda e la tua sarebbe d’ostacolo alla mia, e quindi non sarebbe libera di fare ciò che vuole; ed io per rendere libera la mia, con tante insistenze ti chiedo la tua.
Ma ciò non è tutto ancora; tu devi sapere che la tua volontà stando in te è debole, insignificante, ma come giunge nelle mie mani creatrici e trasformatrici cambia aspetto, io la rendo potente, la vivifico e racchiudo in essa il valore produttore del bene ed io me ne servo per non stare in ozio; e facendomi celeste giardiniere lavoro in questo campo della tua volontà e ne faccio un bel prato fiorito ed un giardino di mie delizie.
Sicché ciò che nelle tue mani è insignificante e forse anche dannoso, nelle mie cambia natura e mi serve per divertirmi e tenere un po’ di terra a mia disposizione per formare le più belle fioriture.
E poi per poter dare, io voglio il piccolo, l’insignificante, anche come pretesto per poter dare il grande e così dire: ‘Mi ha dato ed ho dato’; è vero che mi ha dato il piccolo, ma quello teneva, e spogliandosi anche del piccolo per me è il dono più grande, ed affido all’esuberanza del mio amore [e] supplisco a ciò che manca alla creatura”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 31; Gennaio 22, 1933)

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Il Voler Divino mi sta sempre d’intorno, ed ora mi chiama, or mi stringe al suo seno di luce; e se rispondo alla sua chiamata, se lo scambio col mio amplesso, mi ama tanto e mi vuol dar tanto, che io non so dove mettere quello che mi vuol dare.
Ed in mezzo a tanto amore e liberalità io resto confusa, ed amo quel Santo Volere che tanto mi ama. Ora il mio dolce Gesù, visitando la piccola anima mia, con tenerezza indicibile mi ha detto:
“Figlia del mio Volere, tu devi sapere che solo il tuo Gesù conosce tutti i segreti del mio Fiat, perché essendo io il Verbo del Padre, mi glorio di farmi narratore di ciò che ha fatto per la creatura.
Perciò il suo amore è esuberante, in ogni cosa che faceva ti chiamava, tanto nelle opere della creazione quanto nelle opere della mia redenzione, e se tu ascoltavi la sua chiamata col dirgli: ‘Son qui, che vuoi?’, lui ti faceva il dono delle opere sue; se tu non rispondevi restava a chiamarti sempre, fino a tanto che non lo avessi ascoltato.
Ora se [il mio Fiat] creava il cielo, ti chiamava in quella volta azzurra col dirti: ‘Figlia mia, vieni a vedere quanto è bello il cielo che ho creato per te: l’ho creato per fartene un dono, vieni a ricevere questo gran dono.
Se tu non mi ascolti io non posso dartelo, e mi fai restare col dono sospeso nelle mie mani ed a chiamarti sempre; né cesserò di chiamarti, fino a tanto che non ti vedo posseditrice del mio dono.
Il cielo contiene una estensione grandissima, tanto che la terra si può chiamare un piccolo buco paragonata ad esso, perciò tutti tengono il loro posto, ed un cielo per ciascuno, ed io li chiamo tutti per nome per farne il dono’.
Ma quale non è il suo dolore: chiamare e richiamare e non essere ascoltato, e [le creature] guardano il cielo come se non fosse un dono che ha dato loro? Questo mio Volere ama tanto, che come creava il sole così ti chiamava colle sue voci di luce ed andava in cerca di te e di tutti per fartene un dono.
Sicché il tuo nome è scritto nel sole a caratteri di luce, né io lo posso dimenticare; e come la sua luce scende dalla sua sfera e giunge sino a te, così ti va sempre chiamando.
Sicché non si contenta di chiamarti dall’altezza della sua sfera, ma amandoti sempre più, vuol scendere fin nel basso, ed a via di luce e calore ti dice: ‘Ricevi il mio dono; questo sole per te l’ho creato’; e se viene ascoltato, come va in festa! Perché vede che la creatura possiede il sole come proprietà sua e dono che le ha fatto il suo Creatore.
Dovunque e da per tutto [il mio Volere] ti chiama: ti chiama nel vento, ora con impero, ora con gemiti, ora come se volesse piangere per muoverti ad ascoltarlo, affinché ricevessi il dono di questo elemento; ti chiama nel mare a via di mormorio per dirti: ‘Questo mare è tuo: prendilo come dono che io ti faccio’; fin nell’aria che respiri, nell’uccellino che canta ti chiama per dirti: ‘Di tutto ti faccio dono’.
Ora se alla chiamata l’anima risponde, il dono viene confermato; se non risponde, i doni restano come sospesi tra il Cielo e la terra. Perché se la mia Volontà chiama è perché vuol essere chiamata, per mantenere il commercio tra lui e le creature, per farsi conoscere e per far sorgere l’amore incessante tra lui e chi vive del suo Fiat; perché solo [per] chi vive nel suo Voler Divino è più facile sentire le sue tante chiamate, che mentre la chiama nelle sue opere, si fa sentire nel fondo della sua anima, e quindi si chiamano d’ambo le parti.
E poi, che dirti quante volte ti chiamai e chiamo in tutti gli atti della mia Umanità? Concepii e ti chiamai per farti il dono del mio concepimento; nacqui e ti chiamai più forte, e giunsi a piangere, a gemere e vagire, per muoverti a compassione, perché subito mi rispondessi, per farti il dono della mia nascita, lacrime, gemiti e vagiti.
Se la mia Mamma celeste mi fasciava, ti chiamavo per fasciarti insieme con me. Insomma ti chiamavo in ogni parola che dicevo, in ogni passo che facevo, in ogni pena che soffrivo, in ogni goccia del mio sangue; fin nell’ultimo mio respiro che diedi sulla croce ti chiamai, per farti dono di tutto, e per metterti al sicuro ti misi insieme con me nelle mani del mio Padre celeste.
Dove non ti ho chiamato, per farti dono di ciò che io facevo, per sfogare il mio amore, per farti sentire quanto ti amavo e farti scendere nel tuo cuore la dolcezza della mia voce rapitrice, che rapisce, crea e conquide, ed anche per sentire la tua voce che mi dicesse: ‘Eccomi a te; dimmi, Gesù, che vuoi?’, come ricambio del mio amore e come protesta che accettavi i miei doni, e così [io] potessi dire: ‘Sono stato ascoltato; la mia figlia mi ha riconosciuto e mi ama’?
È vero che questi sono eccessi del nostro amore, ma amare e non essere riconosciuto e non amato, non si può durare né poter continuare a vivere. Perciò continueremo le nostre follie d’amore, i nostri stratagemmi, per dare il corso alla nostra vita di amore”.
Poi ha soggiunto con un’enfasi ancor più intensa d’amore:
“Figlia mia, sono tanti i nostri sospiri, le nostre ansie che vogliamo che la creatura stia sempre con noi, che vogliamo darle sempre del nostro. Ma sai che vogliamo darle? La nostra Volontà; dandole questa, non vi è bene che non le diamo.
Quindi avendola come affogata del nostro amore, della nostra bellezza, santità e così di seguito, le diciamo: ‘Noi ti abbiamo dato tanto, e tu niente ci dai?’ E la creatura, come confusa perché non ha nulla che darci, e se ha qualche cosa è nostra, quindi guarda la sua volontà e ce la dà come il più bell’omaggio al suo Creatore.
E noi sai che facciamo? Se la sua volontà ce la desse in ogni istante, tante volte le diamo il merito, come se tenesse tante volontà per quante volte ce l’ha data; e tante volte le diamo la nostra per quante volte ci ha dato la sua, raddoppiando tante volte in essa la nostra santità, il nostro amore, eccetera”.
Io nel sentir ciò ho detto: “Mio caro Gesù, io guadagno molto nel ricevere tante volte il merito per quante volte ti do la mia volontà, e avere per scambio la tua è il guadagno più grande per me; ed il tuo guadagno qual è?” E lui atteggiandosi a sorriso:
“A te il merito ed a me il guadagno di ricevere tutta la gloria della mia Divina Volontà, e quante volte te la do, tante volte si duplica, si moltiplica, si centuplica la mia gloria divina che ricevo per mezzo della creatura. Sicché posso dire: ‘Mi dà tutto e le do tutto’”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 35; Gennaio 16, 1938)