Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – A (Gv 6,51-58)
51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.
54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.
57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
“Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6, 51)
Questa mattina, dopo aver ricevuto il benedetto Gesù, stavo dicendogli: “Vita mia, Gesù, qual fu il primo atto che facesti quando ricevesti te stesso sacramentalmente?”
E Gesù: “Figlia mia, il primo atto che feci fu quello di moltiplicare la mia vita in tante vite per quante creature ci possono essere nel mondo, affinché ognuno avesse una vita mia a sé solo che continuamente prega, ringrazia, soddisfa, ama per lei sola; come pure moltiplicavo le mie pene per ciascun’anima, come se per lei sola soffrissi, e non per altri.
In quel supremo momento di ricevere me stesso, io mi davo a tutti, ed a soffrire in ciascun cuore la mia passione, per poter soggiogare i cuori a via di pene e d’amore; e dandovi tutto il mio divino, ne venivo a prendere il dominio di tutti.
Ma, ahimè, il mio amore ne restò deluso per molti. Ed aspetto con ansia i cuori amanti, che ricevendomi si uniscano con me per moltiplicarsi in tutti, desiderando e volendo ciò che voglio io, per prendere almeno da loro ciò che non mi danno gli altri e per ricevere il contento d’averli conformi al mio desiderio ed alla mia Volontà.
Perciò, figlia mia, quando mi ricevi fa quello che feci io, ed io avrò il contento che almeno siamo due che vogliamo la stessa cosa.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 12; Ottobre 23, 1917)
“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6, 54)
Mentre ascoltavo il Divin Sacrifizio, Gesù mi faceva capire che nella Messa, considerata bene sino al fondo del mistero che si svolge, vi è racchiuso tutto il mistero della nostra sacrosanta religione.
Ah, sì, la Messa ci fa notare tutto e ci parla tacitamente al cuore di tutto l’infinito amore di Dio, con espansione inaudita, elargito a vantaggio degli uomini. Essa ci ricorda sempre la compiuta nostra redenzione; ci fa ricordare parte per parte le pene che Gesù patì per noi, ingrati al suo amore; ci fa comprendere che egli, non essendo ancor contento di morire una sola volta sulla croce per noi, vuole diffondersi sempre più nell’amore immenso, tutto sé stesso, mercé l’istituzione di questo perenne sacrifizio, per continuare il suo stato di vittima ancora, nella Santa Eucaristia.
Mi ha fatto capire, Gesù, che la Messa e la Santa Eucaristia sono perenne memoria della sua morte e della sua risurrezione, e che comunica non solo alla nostra anima, ma ancora al nostro corpo, quell’antidoto d’una vita immortale.
La Messa, quindi, e l’Eucaristia, ci dicono che i nostri corpi disfatti ed inceneriti mediante la morte, risorgeranno nel giorno finale a vita immortale, che per i buoni sarà gloriosa, e per i perversi ricolma di tormenti, giacché questi non essendo vissuti con Cristo, non risorgeranno in lui, mentre i buoni, essendo stati in vita nell’intimità con Cristo, risorgeranno quasi a pari dello stesso Gesù.
Mi fece, quindi, ben comprendere che la cosa più consolante che si racchiude nel sacrifizio della Messa – il più eccellente di tutti gli altri [misteri] della nostra santa religione – è Gesù in sacramento e la sua risurrezione; questa, in concomitanza con la passione e morte dello stesso Gesù, misticamente si rinnova sui nostri altari, tante volte per quante volte si celebra il Sacrosanto Sacrifizio della Messa; e Gesù in sacramento, velato sotto gli azzimi sacramentali, si dà realmente ai comunicanti per essere loro compagno e vita, lungo il pellegrinaggio di questa vita mortale, e gloria e vita sempiterna, mercé la sua grazia, nel seno della Santissima Trinità, a cui parteciperanno le nostre anime unite ai nostri corpi.
Questi misteri sono sì profondi, che soltanto nella vita immortale ci sarà dato comprenderli appieno. Ora, Gesù in sacramento ci dà una parvenza di quella comprensione che ci sarà data lassù nei cieli, e lo fa in più modi, e quasi toccare con mano.
In primo luogo, la messa ci mette nella considerazione della vita, passione e morte di Gesù, a cui tiene dietro la sua gloriosa risurrezione, con la differenza però che tutto ciò fu eseguito dall’Umanità di Cristo e si compì nel corso di 33 anni, realmente scorsi nelle diverse vicissitudini della vita, mentre nella messa, misticamente ed in breve spazio di tempo, si rinnova esso tutto, in stato di vero annientamento, in cui le specie sacramentali contengono Gesù vivo e vero, sino a tanto che non saranno consumate; ma poscia non esiste più la reale presenza di lui sacramentato nei nostri cuori, ma ritorna nel seno del suo Divin Padre, come quando risuscitò da morte.
E poi, consacrate di nuovo nella messa altre specie, discende di nuovo a prendere lo stato di vittima di pace e di amore propiziatorio, per cui si rinnova il suo stato sacramentale per vantaggio di noi viatori e per soddisfazione e gloria del suo eterno Padre.
Così, in sacramento, ci ricorda la risurrezione dei nostri corpi alla gloria, giacché, come egli, cessando lo stato sacramentale risiede nel seno di Dio Padre, così le anime umane, cessando lo stato della vita presente, passeranno a fare eterna dimora nel cielo, nel seno di Dio, mentre i nostri corpi resteranno consumati al pari delle specie sacramentali, quasi che non avessero più esistenza; ma poscia, con prodigio dell’onnipotenza [di Dio], acquisteranno nel dì dell’universale resurrezione la vita, [e] congiunti alla propria anima andranno assieme a godere, se buoni, l’eterna beatitudine di Dio; in caso contrario andranno lungi da Dio, a soffrire i più atroci ed eterni tormenti.
Se tutto ciò che si è detto è effetto meraviglioso che scaturisce come da fonte limpidissima dal sacrifizio della messa, come poi i cristiani non si avvezzano per farne profitto?
Si può avere cosa più consolante e salutare, dal nostro buon Dio, per un cuore che ama, giacché non solo nutrisce l’anima a fine di renderla degna del cielo, ma comunica al corpo quella prerogativa per cui potrà a suo tempo bearsi degli eterni contenti del suo Dio?
A me sembra che in quel gran giorno succederà [come] quel fenomeno naturale che si presenta alla vista di chi sta contemplando il cielo, che è tutto stellato, mentre s’appressa l’ora della comparsa del sole.
Che cosa avviene mai? Il sole, apparendo nella sua smagliante luce, assorbisce in sé la luce di tutte le stelle, e mentre queste scompaiono alla vista dell’osservatore, resta ognuna nella sua luce propria e al proprio posto, tanto che queste, al tramontar del sole, come se ricevessero novella vita, si fanno di nuovo a risplendere nel firmamento.
Così delle anime: investite, come stelle, della luce comunicata loro dal suddetto sacrifizio e sacramento di amore, allorché si troveranno al giudizio universale nella valle di Giosafat, prima che arrivi Gesù, sole eterno di giustizia, ognuna di esse sarà osservatrice di tutte le altre anime, ed in ciascuna si osserverà quella luce acquistata e comunicata da sì santo sacrifizio e da sì sacrosanto sacramento di amore, ma al comparire di Gesù giudice e sole eterno di giustizia, nella sua immensa luce assorbirà in sé tutte le anime beate che risplendono come stelle, e le farà sempre esistere in lui, facendole nuotare nel mare immenso di tutte le perfezioni di Dio.
E delle anime prive di questa divinissima luce, che ne sarà mai? Andrei troppo per le lunghe se volessi rispondere a questa domanda, però se il Signore lo vorrà lo farò in altra occasione, come mi riserbo di dire qualche altra cosa che Gesù mi ha fatto conoscere circa il suddetto oggetto d’amore.
Dico, ora, soltanto, che Gesù mi ha fatto comprendere che i corpi uniti alle anime che hanno luce risplendente, saranno in eterno uniti con Dio; quelli che invece saranno uniti alle anime nerissime e caliginose, per mancanza di luce non procacciata mercé la partecipazione dovuta e voluta a questo sacrifizio e sacramento di amore, saranno gettati e sprofondati, privi della luce della grazia, nelle più fitte tenebre, a seconda della loro ingratitudine commessa scientemente contro sì gran donatore; ivi, sotto la schiavitù del principe delle tenebre, Lucifero, saranno tormentate in eterno dal rimorso più terribile e straziante. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 1; cap. 36)
————–
… Onde dopo ciò ho seguito le altre Ore della Passione, e mentre seguivo la Cena Eucaristica, il mio dolce Gesù si è mosso nel mio interno e con la punta del suo dito ha bussato forte nel mio interno, tanto che l’ho sentito con le mie orecchie e ho detto tra me: “Che vorrà Gesù, che bussa?”
E lui chiamandomi mi ha detto: “Non bastava bussarti per sentirmi, ma anche chiamarti per essere ascoltato.
Senti figlia mia, mentre istituivo la Cena Eucaristica chiamai tutti intorno a me, guardai tutte le generazioni, dal primo all’ultimo uomo, per dare a tutti la mia vita sacramentale, e non una volta, ma tante volte per quante volte [l’uomo] ha bisogno del cibo corporale. Io volevo costituirmi come cibo dell’anima, ma mi trovai molto male vedendo che questa mia vita sacramentale restava circondata da disprezzi, da noncuranze, ed anche da morte spietata.
Mi sentii male, provai tutte le strette della morte della mia sacramentale vita, [morte] sì straziante e ripetuta; guardai meglio, feci uso della potenza del mio Volere e chiamai intorno a me le anime che sarebbero vissute in esso.
Oh, come mi sentivo felice! Mi sentivo circondato da queste anime, cui la potenza della mia Volontà le teneva come inabissate, e che come centro della loro vita era il mio Volere; vidi in loro la mia immensità e mi trovai ben difeso da tutti, ed a loro affidai la mia vita sacramentale. La depositai in loro, affinché non solo ne avessero cura, ma mi ricambiassero per ogni ostia consacrata con una vita loro.
E questo è connaturale, perché la mia vita sacramentale è animata dalla mia Volontà Eterna e la vita di queste anime ha come centro di vita il mio Volere; sicché quando si forma la mia vita sacramentale, il mio Volere agente in me agisce in loro, ed io sento la loro vita nella mia vita sacramentale; [esse] si moltiplicano con me in ciascuna ostia, ed io sento darmi vita per vita.
Oh, come esultai nel vedere te per prima, che in modo speciale ti chiamai a formar vita nel mio Volere! Feci [in te] il mio primo deposito di tutte le mie vite sacramentali, ti affidai alla mia potenza ed alla mia immensità del Volere Supremo, affinché ti rendessero capace di ricevere questo deposito.
E fin d’allora tu eri a me presente, e ti costituii depositrice della mia vita sacramentale, e in te a tutte le altre [anime] che avrebbero vissuto nel mio Volere. Ti diedi il primato su tutto, e con ragione, perché il mio Volere non è sottoposto a nessuno, e fin sugli apostoli, sui sacerdoti, perché se loro mi consacrano, ma non restano vita insieme con me, anzi mi lasciano solo, obliato, non curandosi di me, invece queste sarebbero state vita nella mia stessa vita, inseparabili da me.
Perciò ti amo tanto: è il mio stesso Volere che amo in te.” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 14; Luglio 6, 1922)
“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui” (Gv 6, 56)
Mi sentivo tutta assorbita nella Santissima Volontà di Dio, ed il benedetto Gesù mi faceva presenti, come in atto, tutti gli atti della sua vita sulla terra; e siccome lo avevo ricevuto sacramentato nel mio povero cuore, mi faceva vedere come in atto nel suo Santissimo Volere, quando il mio dolce Gesù istituendo il Santissimo Sacramento comunicò sé stesso.
Quante meraviglie, quanti prodigi, quanti eccessi d’amore in questo comunicare sé stesso! La mia mente si sperdeva in tanti prodigi divini; ed il mio sempre amabile Gesù mi ha detto: “Figlia diletta del mio Supremo Volere, la mia Volontà contiene tutto, conserva tutte le opere divine come in atto e niente si fa sfuggire, e a chi in essa vive vuol far conoscere i beni che contiene.
Onde voglio farti conoscere la causa perché volli ricevere me stesso nell’istituire il Santissimo Sacramento. Il prodigio era grande ed incomprensibile a mente umana: la creatura ricevere un Uomo e Dio, racchiudere nell’essere finito l’Infinito, ed a questo Essere infinito dargli gli onori divini, il decoro, l’abitazione degna di lui.
Era tanto astruso ed incomprensibile questo mistero, che gli stessi apostoli, mentre credettero con facilità all’Incarnazione ed a tant’altri misteri, dinanzi a questo rimasero turbati ed il loro intelletto ricalcitrava alla credenza, e ci volle il mio dire ripetuto per arrenderli.
Quindi come fare? Io che lo istituivo dovevo pensarci a tutto, che mentre la creatura doveva ricevermi, alla Divinità non dovevano mancare gli onori, il decoro divino, l’abitazione degna di Dio.
Perciò figlia mia, mentre istituivo il Santissimo Sacramento, la mia Volontà Eterna unita alla mia Volontà umana fece presenti tutte le ostie che fino alla fine dei secoli dovevano subire la consacrazione sacramentale, ed io una per una le guardai e le consumai, e vidi la mia vita sacramentale in ogni Ostia, palpitante, che voleva darsi alle creature.
La mia Umanità a nome di tutta l’umana famiglia prese l’impegno per tutti e diede l’abitazione in sé stessa a ciascun’Ostia, e la mia Divinità che era inseparabile da me circondò ogni Ostia sacramentale con onori, lodi e benedizioni divine per fare degno decoro alla mia Maestà.
Sicché ogni Ostia sacramentale fu deposta in me e contiene l’abitazione della mia Umanità ed il corteggio degli onori della mia Divinità; altrimenti come potevo discendere nella creatura?
E fu solo per questo che tollerai i sacrilegi, le freddezze, le irriverenze, le ingratitudini, essendo che ricevendo me stesso misi in salvo il mio decoro, gli onori, l’abitazione che ci voleva alla mia stessa Persona.
Se non avessi ricevuto me stesso, io non avrei potuto scendere in loro, ed a loro sarebbe mancata la via, la porta, i mezzi per ricevermi. Così è mio solito in tutte le opere mie: le faccio una volta per dare vita a tutte le altre volte che si ripetono, unendole al primo atto come se fosse un atto solo.
Cosicché la potenza, l’immensità, l’onniveggenza della mia Volontà mi fece abbracciare tutti i secoli, mi fece presenti i comunicandi e tutte le Ostie sacramentali, e ricevetti tante volte me stesso per far passare da me, me stesso in ogni creatura.
Chi mai ha pensato a tanto mio amore, che per scendere nei cuori delle creature io dovevo ricevere me stesso per mettere in salvo i diritti divini e poter dare a loro non solo me stesso, ma gli stessi atti che io feci nel ricevermi, per disporle e dar loro quasi il diritto di potermi ricevere?” (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 15; Giugno 18, 1923)
—————–
… “Mi sembra impossibile che possa venire il Regno della Divina Volontà; come può venire se i mali abbondano in modo raccapricciante? Ed il mio dolce Gesù dispiacendosi mi ha detto: “Figlia mia benedetta, se tu dubiti di ciò, non credi e riconosci la mia potenza che non ha limiti, e quando voglio tutto posso.
Tu devi sapere che nel creare l’uomo fu messa la nostra vita in lui, e lui era la nostra abitazione; ora se non mettiamo in salvo questa nostra vita col suo decoro, col suo dominio, col pieno nostro trionfo, facendoci conoscere che stiamo in questa abitazione e [facendo] che essa si sente onorata d’essere dominata ed abitata da un Dio, se ciò non facciamo significa che la nostra potenza è limitata, non è il suo potere infinito.
Chi non ha potenza di salvare se stesso, molto meno può salvare gli altri; anzi il vero bene, la potenza che non ha limiti, prima serve e mette in salvo se stesso e poi si riversa negli altri.
Ora col venire sulla terra, patire e morire, venni a mettere in salvo l’uomo, cioè la mia abitazione. Non ti parrebbe strano anche a te, se mentre mettevo in salvo l’abitazione [restavo] il padrone, l’abitatore di essa, senza i suoi diritti, senza dominio e senza potere di mettersi in salvo?
Ah, no, no, figlia mia, sarebbe stato assurdo e senza l’ordine della nostra sapienza infinita. La redenzione ed il Regno della mia Volontà sono tutt’uno, inseparabili tra loro.
La mia venuta sulla terra venne a formare la redenzione dell’uomo e nel medesimo tempo venne a formare il Regno della mia Volontà per salvare me stesso, per riprendermi i miei diritti che di giustizia mi son dovuti come Creatore.
E come nella redenzione mi esibii a tante umiliazioni, a pene inaudite, fino a morire crocifisso, mi sottoposi a tutto per mettere in salvo la mia abitazione e restituirle tutta la sontuosità, la bellezza, la magnificenza con cui l’avevo formata, perché di nuovo fosse degna di me, ora quando parve che tutto fosse finito ed i miei nemici soddisfatti che mi avevano tolto la vita, la mia potenza che non ha limiti richiamò a vita la mia Umanità, e col risorgere, tutto risorgeva insieme con me: le creature, le mie pene, i beni per loro acquistati.
E come la [mia] Umanità trionfò sulla morte, così la mia Volontà risorgeva e trionfava nelle creature, aspettando il suo regno. Se la mia Umanità non fosse risorta, se non avesse avuto questa potenza, la redenzione sarebbe fallita e si potrebbe dubitare che non fosse opera d’un Dio; fu la mia risurrezione che fece conoscere chi io ero e mise il suggello a tutti i beni che venni a portare sulla terra.
Così la mia Divina Volontà sarà il doppio suggello, la trasmissione nelle creature del suo regno, che possedeva la mia Umanità. Molto più che per le creature formai questo Regno della mia Volontà Divina nella mia Umanità, perché dunque non devo darlo?
Al più sarà questione di tempo, e per noi i tempi sono un punto solo; la nostra potenza farà tali prodigi, abbonderà l’uomo di nuove grazie, nuovo amore, nuova luce, che le nostre abitazioni ci riconosceranno e loro stessi di volontà spontanea ci daranno il dominio, e la nostra vita sarà al sicuro coi suoi pieni diritti nella creatura.
Col tempo vedrai ciò che sa fare e può fare la mia potenza, come sa conquistare tutto ed atterrare i più ostinati ribelli; chi mai può resistere alla mia potenza, che con un sol fiato atterro, distruggo e rifaccio tutto come più mi piace?
Perciò tu prega, e sia il tuo continuo grido: ‘Venga il Regno del tuo Fiat e la tua Volontà si faccia come in Cielo così in terra’”. (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 33; Maggio 31, 1935)
—————–
… “Figlia mia, come è bella la Mamma mia! Il suo impero si stende ovunque, la sua bellezza rapisce ed incatena tutti, non vi è essere che non piega le sue ginocchia per venerarla. Tale me la fece la mia Divina Volontà; me la fece inseparabile da me, in modo che non ci fu atto che io feci che la Sovrana Regina non lo fece insieme con me.
La potenza di quel Fiat Divino pronunciato da me e da lei, che mi fece concepire nel suo seno verginale dandomi la vita alla mia Umanità; quel Fiat [pronunciato] sempre ed ogni qualvolta io operavo; il Fiat Divino della mia Madre, teneva il diritto nel mio Fiat Divino di fare ciò che facevo io.
Ora tu devi sapere che quando istituii il sacramento dell’Eucaristia, il suo Fiat divino era insieme col mio, ed insieme pronunziammo il Fiat che il pane ed il vino fossero transustanziati nel mio Corpo, Sangue, Anima e Divinità.
Ah, come nel concepire volli il suo Fiat, così lo volli in quest’atto solenne che dava principio alla mia vita sacramentale! Chi avrebbe avuto il cuore di mettere da parte la Mamma mia, in un atto in cui il mio amore sfoggiava con eccessi sì esuberanti, che dà dell’incredibile?
Anzi non solo fu insieme con me, [ma] la costituii Regina dell’amore della mia vita sacramentale, ed essa con amore di vera Madre mia mi offrì il suo seno di nuovo, la sua bella anima per tenermi difeso e riparato dalle ingratitudini orrende e sacrilegi enormi, che purtroppo avrei ricevuto in questo sacramento d’amore.
Figlia mia, è questo il mio scopo: voglio che la mia Volontà sia vita della creatura per tenerla insieme con me, per farla amare col mio amore, operare nelle mie opere; insomma è la compagnia che voglio negli atti miei, non voglio essere solo. E se ciò non fosse, a che pro chiamare la creatura nella mia Volontà, se io dovessi restare da Dio isolato ed essa sola, senza prendere parte alle nostre opere divine?
E non solo nell’istituire il Santissimo Sacramento, ma in tutti gli atti che feci in tutto il corso della mia vita, in virtù dell’unico Volere di cui eravamo animati, ciò che facevo io faceva la Mamma mia: se facevo miracoli era insieme con me ad operare il prodigio, sentivo nella potenza della mia Volontà la Sovrana del Cielo, che insieme con me chiamavamo a vita i morti; se soffrivo era insieme con me a patire.
Non ci fu cosa in cui non ebbi la compagnia di essa, ed il suo ed il mio operato fusi insieme. Era questo il più grande onore che le dava il mio Fiat: l’inseparabilità con suo Figlio, l’unità con le sue opere; e la Vergine, la gloria più grande che mi attestava, tanto che io deponevo e lei riceveva il deposito delle opere fatte, nel suo materno cuore, gelosa di custodirne anche il respiro.
Questa unità di Volontà e di opere accendeva tale amore tra l’uno e l’altro, che era bastante ad incendiare tutto il mondo intero ed a consumarlo di puro amore”… (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 33; Luglio 8, 1935)


