XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – C – (Lc 9, 51-62)
“… Mandò messaggeri davanti a sé” (Lc 9, 52)
“… Vedi, nel mio Volere Supremo stanno tutti i miei atti interni che fece la mia Umanità, come in aspettativa per uscire come messaggeri per mettersi in via. Questi atti sono stati fatti per le creature e vogliono darsi e farsi conoscere; e non dandosi si sentono come imprigionati e pregano, supplicano che il mio Volere li metta a conoscenza per poter dare il bene che essi contengono. Mi trovo nelle condizioni d’una povera madre, che per lungo tempo tiene il suo parto nel suo seno, e che essendo giunto il tempo di metterlo fuori, se non lo mette spasima, s’addolora, e non curando la propria vita, a qualunque costo vuole mettere fuori il suo portato. Le ore, i giorni di ritardo le sembrano anni e secoli; tutto ha fatto e disposto, non resta altro che metterlo fuori.
Tale sono io: più che madre per tanti secoli ho contenuto in me, più che parto, tutti i miei atti umani fatti nella santità del Volere Eterno, per darli alla creatura; e come si daranno innalzeranno gli atti umani della creatura in atti divini e la fregeranno con le più belle bellezze, facendola vivere con la vita della mia Volontà, dandole il valore, gli effetti, i beni che il mio Volere possiede. Perciò più che madre spasimo, mi addoloro, brucio, che voglio uscire questo parto della mia Volontà. Il tempo è giunto; non resta altro che trovare chi deve ricevere il primo parto, per continuare gli altri parti nelle altre creature.
Perciò ti dico, sii attenta; allarga il tuo cuore per poter ricevere tutto il valore, gli effetti, la conoscenza che il mio Volere contiene, per poter mettere in te il primo parto. Quanta gioia mi darai! Sarai il principio della mia felicità sulla terra. Il volere umano, potrei dire, mi ha reso infelice in mezzo alle creature, e la mia Volontà operante nella creatura mi restituirà la mia felicità.” (dagli scritti della Serva (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 14; Ottobre 19, 1922)
“Ti seguirò, Signore; prima però…” (Lc 9, 61)
Sono tra le braccia della Divina Volontà, ma col chiodo nel cuore della privazione del mio dolce Gesù. Aspetto e riaspetto, ed il solo aspettare è la pena che più mi tortura. Le ore mi sembrano secoli, i giorni interminabili; e se, mai sia, si presenta il dubbio che la cara mia vita, il dolce Gesù più non verrà, oh, allora non so che mi succede!, voglio disfarmi di me, della stessa Divina Volontà che mi tiene imprigionata su questa terra, e con rapido volo andarmene al Cielo; ma ciò neppure mi è dato, perché le sue catene sono tanto forti che non sono soggette a spezzarsi; e mi sento legare più forte, tanto che appena mi è dato di pensarlo e finisco con un abbandono più intenso nel Fiat Supremo.
Ma mentre deliravo, non potendone più, il mio sempre amabile Gesù è ritornato alla sua piccola figlia, facendosi vedere con una ferita nel cuore che versava sangue e fiamme, come se volesse coprire tutte le anime col suo sangue e bruciarle col suo amore, e tutto bontà mi ha detto:
“Figlia mia, coraggio, anche il tuo Gesù soffre, e le pene che mi danno più dolore sono le pene intime, che mi fanno versare sangue e fiamme; ma la mia pena maggiore è la continua aspettazione. I miei sguardi sono sempre fissi sulle anime, e vedo che una creatura è caduta nel peccato, e aspetto e riaspetto il suo ritorno al mio cuore per perdonarla, e non vedendola venire aspetto col perdono nelle mie mani; [a] quell’aspettare mi si rinverdisce la pena e mi forma tale un tormento, da farmi versare sangue e fiamme dal mio trafitto cuore; le ore, i giorni che aspetto mi sembrano anni. Oh, come è duro aspettare!
Passiamo avanti. Il mio amore ama tanto la creatura, che nel metterla alla luce del giorno stabilisco quanti atti d’amore deve farmi, quante preghiere, quante opere buone deve fare, e questo per darle il diritto che io l’amassi sempre, che le concedessi le grazie, gli aiuti per bene operare; ma le creature se ne servono per formarmi la pena d’aspettare. Oh, quante aspettazioni da un atto d’amore all’altro, se pure me lo fanno! Quanta lentezza nell’operare il bene, nel pregare, se pure lo fanno! Ed io aspetto, riaspetto, sento l’irrequietezza del mio amore che mi dà il delirio, le smanie, e mi dà tale pena intima che se fossi soggetto a morire, sarei morto tante volte per quante volte non sono amato dalle creature.
Oltre di ciò vi è la lunga aspettazione nel sacramento del mio amore. Io aspetto tutti, giungo a contare i minuti; macché, molti invano li aspetto, altri vengono con una freddezza glaciale, da mettermi il colmo al duro martirio delle mie aspettazioni; pochi sono quelli che ci aspettavamo a vicenda, e[d è] solo in questi che mi rinfranco, mi sento come rimpatriato nel loro cuore, sfogo il mio amore e trovo un ristoro al duro martirio del mio continuo aspettare. A certi sembra che sia nulla questa pena, invece è la massima, che costituisce il più duro martirio; e tu lo puoi dire quanto ti costa l’aspettarmi, tanto che se io non venissi a mettere termine ed a sostenerti, non avresti potuto durare.
E poi vi è un’altra aspettazione, più dolorosa ancora: il sospiro, il desiderio ardente, le lunghe ansie del Regno della mia Divina Volontà. Sono circa seimila anni che aspetto che la creatura rientra in essa; l’amo tanto che voglio, sospiro di vederla felice, ma per ottenere ciò dobbiamo vivere d’una sola Volontà, sicché ogni atto opposto alla mia è un chiodo che mi trafigge. Ma sai perché? Perché me la rende maggiormente infelice e dissimile da me, ed io vedendomi nel pelago immenso delle mie felicità, ed i miei figli infelici, oh, come soffro! E mentre aspetto e riaspetto le sono d’intorno, la abbondo di grazie, di luce, in modo che loro stessi possono correre per far vita insieme con me; e con un solo Volere si cambierà la loro sorte, avremo beni comuni, felicità senza termine.
Le altre pene mi danno qualche tregua, ma la pena di aspettare non mi cessa mai, mi tiene sempre in sentinella, mi fa usare i ritrovati più eccessivi, mi fa formare le invenzioni d’amore, da fare strabiliare Cieli e terra; mi fa giungere a pregare la creatura, a supplicarla che non mi faccia più aspettare, che più non posso, mi pesa troppo. Perciò, figlia mia, unisciti insieme con me ad aspettare il Regno della mia Volontà ed a tutte le aspettazioni che mi fanno soffrire le creature, almeno saremo in due, e la tua compagnia mi darà un ristoro ad una pena sì dura”. (dagli scritti della Serva (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 33; Luglio 21, 1935)
———————————–
“Povera figlia, come è dura la veglia, non è vero? Quante volte il tuo Gesù si trova con queste pene sì crude e strazianti! Quante veglie mi fanno fare le creature! Posso dire che sto sempre in veglia e soffro l’irrequietezza del mio amore: se la creatura pecca, me la sento sfuggire dalle mie braccia ed io veglio, la guardo e la vedo attorniata dai demoni che fanno festa e giungono a burlarla del bene che ha fatto. Povero bene, quanto viene coperto dal fango della colpa!
Ed io siccome l’amo ancora, le mando qualche barlume di luce e veglio; le mando rimorsi per farla rialzare, e veglio; i minuti mi paiono secoli né posso quietarmi se non la vedo ritornare nelle mie braccia, e veglio; veglio sempre, le spio i palpiti del suo cuore, i pensieri della sua mente per suscitare il ricordo di quanto l’amo, macché, invano, e son costretto a vegliare. Che dura veglia! Se mi ritorna, mi riposo alquanto, altrimenti continua la mia veglia. Se un’altra [creatura] vuol fare un bene e prende tempo e non si decide mai, io veglio, cerco d’allettarla col mio amore, colle ispirazioni ed anche colle promesse; ma non si risolve, trova tanti pretesti, difficoltà, e mi tiene sempre in veglia.
Quante veglie mi fanno fare le creature, ed in tanti modi! Ecco la tua veglia, per tenere un poco di compagnia alla mia veglia continua. Perciò soffriamo insieme, amami e troverò un piccolo riposo alle tante mie veglie”. (dagli scritti della Serva (dagli scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta – vol. 36; Maggio 10, 1938)
